PORCA BUBBA! I DISCHI DELL’ESTATE DI MALE MALE – PARTE 2

Disclaimer: fa troppo caldo, la linea internet va di merda, userò massimo 30 battute per band

Riviera – Riviera

Sarebbe bello  avere di nuovo diciotto anni per poter metter su i Riviera su qualsiasi riviera italica e poter dire di essere cresciuti ascoltandoli. L’urlare del cantante e le parole che dice sono momenti di vita irripetibili che si schiantano su di una batteria instancabile, una chitarra che passa dal droning a progressioni di scale maggiori da manuale dell’emo, una roba alla You Blew It! ma con in mezzo le trombette in stile Beirut.

QUANDO: da ascoltare quando la vacanza sta finendo, i lidi cominciano a svuotarsi e la ragazza olandese con la quale avete scoperto l’amore se ne sta partendo per sempre, vi siete messi d’accordo sullo scrivervi ogni tanto via mail ,ma non succederà MAI

Fennesz – Endless Summer

Imparentato con gente come Basinski, Fennesz riesce a scrivere un album che sa della stessa cosa della quale è composta la copertina della copertina: interminabili orizzonti di mare limpido e messaggi nascosti tra le forme delle nuvole addormentate. la geometria illimitata della retta fatta di riflessi solari che taglia in due lo sguardo di chi mira la palla di fuoco è frastagliata dalla danza delle acque, come glitchata, come la musica dell’artista austriaco.

QUANDO: il rave è finito, un esercito di cadaveri sparpagliati tra i cespugli e la spiaggia; un manipolo di zombie che camminano scalzi sul bagnasciuga. sei l’unico sopravvissuto.

The Desert Sessions – Josh Homme e altra gente

Se c’è un modo per capire il senso del desert rock è ascoltando questa collezione di due volumi che uno si fa due idee; un esperimento dell’ex Kyuss e boss dei qotsa che in pratica decide, da Boccaccio della musica per fattoni, di riunirsi con degli amici e colleghi a Rancho de la Luna (sic!), casolare nel nulla circondato da serpenti velenosi, a comporre musica – sarebbe più corretto dire jammare – sotto droghe allucinogene. E’ il 1997, Kurt Cobain è morto e al rock era rimasto ben poco: quello che rimane se l’è preso Josh Homme

QUANDO: se state attraversato la Sardegna in automobile, o se cercate una musica da mettere su mentre vi drogate con gli amici dopo il bagno

Morrison Hotel –  The Doors

Boh sarebbe ridicolo scriverne ANCORA. Probabilmente la più grande band della storia della musica, probabilmente l’album che parte meglio nella storia della musica – la chitarraccia che introduce la violentissima armonica di Bob Young, membro storico degli Status Quo, di Roadhouse Blues -.

Diffidate da chi non ascolta o non si fa garbare i The Doors: non capisce un cazzo di musica

QUANDO:  come prima, ma anche nel post-sbronza se avete la casa vuota e la sera prima siete riusciti a scopare

Saigon Rock & Souls: Vietnamese Classic ’70

Gli americani non hanno portato solo il napalm e la cavalcata delle valchirie nei dintorni di Saigon, ma anche un sacco di vinili del rock che in quegli anni stava invadendo il mondo occidentale. Ne esce fuori che i musicisti vietnamiti ci perdono la testa e producono tra le cose più interessanti e gustose da ascoltare ancora oggi. dura poco, per ovvi motivi di iper-socialismo reale.

QUANDO: volete fare colpo sui vostri amici borghesotti durante l’aperitivo delle 19 e avete il mojito sotto mano

Musica per scrivere, studiare, leggere, dormire, musica per non ascoltare – ovvero Brian Eno e l’incidente col taxi #1

Siamo a metà degli anni ’70 -periodo musicale che sta vivendo una fase piuttosto movimentata all’interno del macrogenere del rock.  Dal 1970 al 1974 escono cose come:  L.A. Woman, Led Zeppelin IV, The Rise and Fall of Ziggy Stardust, Machine Head, Harvest, The Dark Side of The Moon, House of The Holy,  Quadrophenia, Raw Power e probabilmente un altro centinaio buono di album monolitici. A spezzare il decennio, nel 1975, è un incidente automobilistico. C’è Brian Eno, uno che magheggia con i sintetizzatori assieme a David Bowie e David Byrne, ha sulle spalle già qualche album e attraversa una strada di notte senza guardarsi attorno. Sovrappensiero (a che stesse pensando in quel preciso istante è speculazione di critici e appassionati musicali) non si accorge dell’ammasso di metallo che gli si sta schiantando addosso a una velocità di almeno cinquanta miglia orarie. Insomma, il taxi lo becca, lui vola e si apre la testa. Il sangue schizzerà per qualche minuto, la cicatrice gli rimarrà per sempre.

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Costretto a passare qualche settimana a letto e i tempi del personal computer sono ancora lontani quando la ragazza di allora per rallegrarlo gli porta un vinile, composizioni musicali con arpa.  Brian si muove come un vecchietto, ogni passo è una fatica. Ma riesce a metter su il vinile per poi buttarsi a letto. Fuori piove e si rende conto che il rumore della pioggia, quel costante schiantarsi di acqua sul tetto e le finestre e tutti i muri della sua abitazione gli impediscono di poter ascoltare per bene il vinile. Avrebbe dovuto alzare il volume, ma che dolore doversi rialzare dal letto.

“After I had lain down, I realised that the amplifier was set at an extremely low level, and that one channel of the stereo had failed completely. Since I hadn’t the energy to get up and improve matters, the record played on almost inaudibly. This presented what was for me a new way of hearing music – as part of the ambience of the environment just as the colour of the light and sound of the rain were parts of the ambience.”

Sulla base di questo pensierio nasce Discreet Music, album che segna la rotta di non solo i vent’anni successivi di Brian Eno come musicista ma la rotta di un’intera rivoluzione culturale e musicale che dà l’ultima botta con Untrue di Burial.

Già Erik Satie, John Cage e altra gente aveva buttato semi sul terreno, ma Discreet Music nasce imperfetto per essere uno dei primi imperfetti alberi della foresta dell’ambient. Placido e bellissimo per trenta minuti, per poi sfuggire verso delle variazioni di un compositore tedesco del sedicesimo secolo.

Dopo dieci anni buoni di musica per le masse e musica per far ballare, musica per scendere a pugni chiusi per le strade, far piangere, fare figli,  assoloni da blues da neri, assoloni da bianchi che si appropriano del blues dei neri, dopo dieci anni buoni di una funzione continua sempre riconducibile a un prima e un dopo succede che Brian Eno alza l’asticella, anzi, cambia proprio sport. La musica come parte dell’ambiente, e come parte dell’ambiente è una musica che possiamo non ascoltare. O, se vogliamo, ascoltarla. Qualcuno la definirebbe anarchia. Non c’è più obbligo, nessun ritornello da imparare o chissà che virtuosismo da applaudire. La musica diventa una roba in sottrazione, forse la cosa più difficile di tutte.  Brian Eno come sarà Raymond Carver per la letteratura americana, la bellezza sotto le orecchie come lo è sotto gli occhi, ma non c’è nessun passo esaltante se non qualcosa che si riconduca all’angoscia esistenziale stessa.

Brian Eno intuisce che farsi guidare dalle cose che succedono e dalle attese che la vita ti obbliga , ecco, è cosa buona e giusta: negli anni ’70 di aerei di prende tanti e quante ore deve passare negli aeroporti, in quei posti senza antropologia, identici in ogni latitudine,  non-luoghi dell’impreciso e senza memoria, se non quella dell’imprecisione dei volti e del brusio. Nasce così l’idea per Music for Airports che, ancora più di Discreet Music, segnerà il futuro.

 

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NONLUOGHIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII

 

Una cosa veloce sul fare la musica che ti piace quando hai superato i trenta/quaranta/cinquanta

Un film diretto da – indovina chi?

 

Ho un grande rispetto nei confronti di Demented Burrocacao, quindi quando ho letto la sua recensione sull’ultimo album dei Buñuel – The Easy Way Out ci sono rimasto male.

Lo sto riascoltando sotto stress test, un benchmark giusto per testare la roba che viaggia tra il metal, l’hardcore punk e vette garage è quello di spararsi prima l’album dei Dead Cross e sperare che quello che venga dopo non suoni ridicolo. A differenza di DB non sono un esperto di musica – almeno non quanto lui – e devo affidarmi a escamotage del genere. Insomma, The Easy Way suona bene anche dopo l’album dei Dead Cross.  La critica di Demented ha momenti del genere:

Ma che dite non lo facciamo un supergruppo? Ce n’è veramente bisogno, non trovate? E allora ecco qui i Buñuel, che già dal nome esprimono poca originalità e il classico ammiccamento ai ribelli da liceo pronti a seguire ovunque chi stuzzica il loro disagio.[…]Cosa vogliono dimostrare, a parte una banale prova di muscoli? Pestare sui tamburi, distorcere tutto e gridare nel microfono vuol dire essere automaticamente rock? Eh no. Quando si alza la voce, spesso, è perché non si ha nulla da dire.

Da quando in qua una prova di muscoli nella musica è diventato un problema? Soprattutto se fatta da gente che ha la storia sul groppone e sa cosa fa.  Ci sono Capovilla e Valente del Teatro degli Orrori,  Iriondo ex Afterhours e Robinson degli Oxbow. Lo dice anche Demented che la musica con le chitarre versa in uno stato blah (che poi non so nemmeno quanto sia vera sta cosa, se non affidarsi su certe notizie correlanti, tipo che ne so che la Gibson è in bancarotta).  Ma questo che cazzo c’entra?

Sarei curioso di vederli in live i Bunuel [suonano al Freakout l’8 Maggio, ma non c’ho soldi],oggi in Italia è difficile trovare una band che riesca a fare quel suono lì, e parlo di una band che vive fuori dal retroterra culturale dell’underground dei centri sociali, una band che vabbè, a me ricorda tantissimo quel blues dei Grinderman, fatto di distorsioni ridondanti e schiamazzi vocali, di cantilene suadenti in un mare nero.  Perché non possiamo accontentarci di un discreto prodotto del genere? Davvero dobbiamo essere ostaggio di ogni momento modaiolo? Non ho ben capito se a Demented non sia andato giù che a farla sta cosa siano stati dei tipi che non hanno 20 anni, ma se quelli di 20 oggi sono occupati tra indie-pop (it-pop), trap, elettronica, cercare di scoparsi le tipe che fanno cover su youtube e revival emocore e cazzi vari dei ’90 – tutto legittimo, sono il primo che non sputa sui più giovani, anzi – …. che cazzo di problema c’è se a farlo sono dei, che ne so, 48enni? Sono proprio loro che non devono dimostrare più nulla e che possono permettersi di suonare quello che un po’ che cazzo gli pare.

Tipo chissenefrega, fossero tutte così le banali prove di muscoli dei “vecchi”. Sempre meglio che ridursi a fare i giudici a X-Factor.

 

GIACK BAZZ IS NOT FAMOUS – Giack Bazz

Tizio che in faccia somiglia a Giack Bazz

Io non so nulla di questo Giack Bazz se non che vive a Modena. Penso.

Questo lo scrivo per pararmi il culo e potermi inventare quello che mi pare su Giack Bazz.

Guardo la copertina dell’album e capisco quale sia la sua mitopoiesi, una roba che sta da qualche parte nel riflesso delle luci artificiali di un’America già di per sé un simulacro, quella dei late show televisivi. Solo che, invece degli sfondi delle finte vetrate che danno sulla notturna New York c’è uno skyline di Modena – almeno mi pare, la torre che si vede sembra la Ghirlandina -, al posto di un David Letterman c’è un manichino e la figura di Bazz è lì meditante sulla poltrona per gli ospiti…

cosa che dice molto sull’ubiquità del progetto musicale che è fisicamente piantato in Emilia e spiritualmente ingabbiato in quell’America lì.

L’album si apre con questa cantilena chitarra e kazoo e passa a una ballata poco interessante, Rose Tinted Hell.

Quando ascolti American Soul sei sicuro di essere dalle parti di Bruce Springsteen e le cose si fanno DAVVERO interessanti con Candy.  Pezzo che boh, odio scrivere certi termini ma è “acquatico”, notturno, rilassante come le lumache che ti camminano fuori la veranda dopo i temporali estivi.  Così, da un cantautorato un po’ grezzo le cose finiscono tra le piaghe un  intime della musica e The Chuch of Man sfiora la definizione “minchia davvero un gran bel pezzo”, un gospel punk, una roba molto simile al Nick Cave della fase storica che vive tra Nocturama e Dig Lazarus Dig. Manco a farlo apposta il testo è zeppo di riferimenti religiosi, riferimenti che diventano di tutt’altro gusto nel pezzo successivo che mi pare si chiami & .

Arrivati a Forgotten Media ti rendi conto che, per quanto possa essere citazionista , Giack Bazz ha qualcosa di spiccatamente personale: le composizioni per chitarra, dove dorminano arpeggi e accordi minori, una voce pulita e ogni tanto sporcata nei cori un po’ più post-grungettoni e i dei testi pieni di riferimenti a oggetti e riferimenti biografici, risalta infine qualche fantasma dell’infanzia. O dell’adolescenza. Spuntano synth, pianoforti, insomma pezzi di altri strumenti, ma domina il duo voce-chitarra, per tenere su una sorta di pastoralità. C’è spazio per cose di questo genere:

“Already crying out loud • You make me sad but i don’t know how • Like an old console that no one plays with anymore • I’m primal tech • I’m outdated • Foolish • Like Christmas decorations off in a summer sky • I can’t compete • Stuck up veneer • I’m what you wanted, deserted and neglected • Already dead by now • you make me sad but I don’t know how “

FORGOTTEN MEDIA E’ UN PEZZO MERAVIGLIOSO ndr

Giack Bazz è proprio bravo a giocare con la musica,  gli esce facile, o almeno così fa sembrare. Si potrebbe dire che ascoltare il suo album è un po’ come finire in ostaggio. Lo dico perché se uno mi chiedesse di ascoltare un bignami della musica rockfolkalternativeindie fatta da un modenese, di primo acchito gli direi anche no.  Ma la realtà dei fatti è che già dopo tre pezzi la sindrome di Stoccolma si fa pesante e ogni canzone sembra preziosa e da queste parti è una cosa rara, penso ve ne siate resi conto. Giack Bazz ha scritto una album che non solo ricorda i tizi che ho scritto su, ma addirittura ci sono momenti di Kurt Vile, Pavement e Red House Painters.
Cosa cazzo gli vogliamo dire? Grazie.

 

dda