Dischi del mese #2 – Aprile e Maggio

Aïsha Devi – DNA Feelings

Mentre la stampa musicale si ingegna per scrivere la recensione più estrosa al  nuovo album di Calcutta, nel mondo reale c’è chi si prende la briga di fare musica vera: tipo Aïsha Devi o gli Hare Krishna. Questa potrebbe sembrare una tautologia, perché in effetti l’ultimo disco della Devi suona come un portale dimensionale su un futuro cui gli Hare Krishna hanno preso il controllo del CERN, trasformandolo in un laboratorio di ingegneria genetica in cui impiantare campanellini del cazzo nella testa di ogni essere umano.  Il bello della Devi è che volge la distopia in visione idilliaca, sintetizzando tonnellate di elettronica HD in strutture aeree da far invidia a Bjork e Holly Herndon. Nel futuro dell’uomo c’è il biohacking, il colonialismo spaziale, il trascendimento del limite attraverso l’uso e l’abuso della macchina, e tante altre belle visioni psichedeliche che sicuramente non ti dà il paracetamolo.

Elysia Crampton – Elysia Crampton

La ricerca di questa poliedrica artista interessa l’identità di genere e le radici etniche delle minoranze, in primis quella latinoamericana di cui lei fa parte. Attraverso un raffinato mix di recupero della musica tradizionale e influenze contemporanee, la Crampton riesce a dare vita a composizioni variegate – in equilibrio fra l’espressione di un’intimità complessa e l’attitudine danzereccia della musica urban. Punto più alto del suo lavoro è Demon City, album del 2016 in cui luci e ombre si organizzavano in un prisma elettronico dai suoni nuovissimi. Invece, in questo disco, la Crampton sembra tornare a una dimensione più tradizionale, recuperando la musica latina e la cumbia, traducendola nel canto di una sirena che deve spiccare sul fondo del rumore bianco mediatico. Un  progetto sonoro che cerca di ragionare sulla forma, in un ipotetico dancefloor sospeso sul mare.

g. bit

 

 

 

 

 

‘Sta luna pare ‘na scorza ‘e limone

Nu Guinea – Nuova Napoli

E com’è blu ‘stu cielo ‘e cartone.
È grigio invece il cielo sopra Berlino, checché se ne dicesse tempo fa. Aquilina e Di Lena lo spaccano, diradano anche la bicromia della pur bella copertina in stile esotista prefascista, accendono ceri ai santi Senese e De Piscopo, vengono fuori con un disco che ha il vivido technicolor del Morricone funkettone (ne conservano anche la vocazione all’arrangiamento sontuoso, che non lesina, e prima di stratificare dà modo a ogni singola voce coinvolta di emergere e fraseggiare protagonista: oh, è anche jazz) e i colori tenui da dresscode di un aperitivo interessante ed esclusivo su una terrazza in costiera e mocassini non cafoni.
È tanto un’operazione culta, da musicisti a musicisti, quanto musica da applicazione a contesti, come gli autori stessi suggeriscono: «we recommend listening to Nuova Napoli while walking in the alleys of Napoli’s historic center, around wet clothes hanging and street vendors on tiny three-wheelers.»
Per essere un recupero di sonorità e attitudine prog fusion dei Settanta, questo disco suona più vivace, suonato e veloce dei lavori di tanti producer prezzolati sulla scena internazionale, caz: curatissimo nelle orchestrazioni, cantato da Dio nello strillare sguaiato e nel sospirato suadente di Fabiana Martone che suona come *la città*, magnaccio nelle movenze; eppure ancorato agli epicentri melodici come fosse un disco di Herbie Hancock, a livello di ispirazione Herbie Hancock, dunque miracoloso.
Nostalgia non pervenuta, ché questa musica è una cinquantina d’anni che sta ferma, paludata, e per conquistarsi pubblico ha dovuto appigliarsi all’immaginario visivo (ovvio tirare fuori i Calibro 35 e cloni): necessità alla quale neanche i Nu Guinea sfuggono, tanto che siamo arrivati a parlarne un po’ tutti sull’onda della Napoli ritrovata capitale musicale per il lavoro del regista Lettieri sulle canzonette del progetto Liberato. Poco importa, qui è il groove a parlare e bastare per se stesso.

Adattando un titolo di Romare, altro produttore che ha trovato il suo rimedio alla coltre grigiocompatta dei grandi bacini d’impiego europei, diremmo Meditations On Naplecentrism.

paolo marco cintura
pmc

 

 

 

 

 

Big Cream – Rust

Ieri stavo scrivendo le domande per un’intervista a una band americana; l’intervista poi è saltata e adesso mi ritrovo con queste domande da quattro soldi; una di queste era basata sul fatto che la non-suddetta band è una delle più grosse a fare una musica in quella forma tipica dei novanta, tutta chitarra-basso-batteria, e d’altronde la band andava forte proprio in quegli anni. E mi sono chiesto se negli ultimi tempi avessi ascoltato qualcosa di veramente bello e potente, che fosse fatto di chitarre, di quelle cose che puoi ascoltare mentre ti addormenti con una birra tenuta sul petto e fuori la finestra aperta ci sono 30 gradi; o magari una roba da ascoltare mentre viaggi verso la campagna, capito?

I Big Cream sono uno strano caso, perché suonano come i vicini casa di J. Mascis quando il leader dei Dinosaur Junior skateava per Amherst (Massachussets), ma vengono da ZOLA PREDOSA, che è tipo un paesino dove nel parco ci sta un bar dove fanno le tigelle e le crescentine.

Potrei essermi già stancato del revival emo anni ’90, davvero, ma i Big Cream te lo fanno sopportare. Rust è un album che non ha un pezzo davvero più forte di un altro, dove tutto, sì, sembra già sentito altrove, eppure è un qualcosa in più. Non c’è nostalgia nella loro musica, non c’è voglia di rifare qualcosa o di riavvicinarcisi, ma sembra proprio che per il trio questa sia la “loro” musica, fatta di coretti, fuzz, riff forgiati sulla pietra, volumi alti.

Sarà che sono una persona che sta affrontando qualche tipologia di depressione da quattro soldi, ma mi chiedo se anche voi, a una certa età, ascoltando certe band e certe sonorità, non vi venga davvero voglia di ammazzarvi per tornare indietro nel tempo. Big Cream, se succede è per colpa di gente che come voi.

Farabegoli su Rumore ha già scritto una cosa sul nome della band, quindi mi chiederò altro sul titolo dell’album. È una dedica a Neil Young?

Iceage – Beyondless

L’album si apre con qualche secondo che pare l’intro di una puntata di Game of Thrones, di quelle puntate girate nel deserto. O, forse, sembra una roba tipo alla Conan. Sono esattamente 4 secondi, poi parte una delle cose più divertenti e fresche degli ultimi tempi. Sono un tipo che per un paio di anni buoni ha idolatrato come Gesù Nick Cave, un tizio che, nel 2018, pare stia diventando finalmente una sorta di figura paterna, modello del frontman del rock – non quello dei nonni tipo Roger Waters, ma quello dei padri fondatori, Elvis, Jim Morrison, capì ? – e io penso che in questo album aleggia quella roba fuori dal tempo storico che sono stati i Birthday Party, pietra grezza e impossibile da formalizzare per quanto malatamente  australianamente punk fosse. Gli Iceage sì, sono dieci volte più melodici, ma un pezzo come Catch It può considerarsi quella roba e incastonarsi tra gli ascolti più belli del 2018.

 

 

DDA

 

 

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Sono in una zona oltre il distorto dove c’è di nuovo il pulito

Amico di pmc

Al Cisneros e i messaggeri della dopa – The Sciences (2018/4/20)

Nel 1998 la vita era semplice. Su Telemontecarlo la mattina davano Ranma. Su MTV c’era l’Anime Night con Cowboy Bebop ed Evangelion. Gli Sleep registravano Dopesmoker. Quando Paolo Marco Cintura mi ha detto che dopo 20 anni di Shrinebuilder, OM e High on Fire, Cisneros & Pike (e il batterista dei Neurosis credo) precipitavano nell’immanente un nuovo escathon mi sono dovuto preparare psicologicamente.

Ecco, diranno i miei piccoli lettori, che quel coglionazzo di Washitsu ci propina altre 1500 parole con scopiazzature insipide di Hunter Thompson, droga, riferimenti pop, magari qualche stronzata su Crowley, malamente travestite da recensione musicale. No amici miei. Questo è il tempo di fare le cose seriamente. Questo è il tempo degli Sleep.

Faccio religiosamente partire la prima taccia attutto volume coi bassi sparatissimi abbombazza, e vengo investito dall’overture sonora di Alien. Il suono si degrada e sfrequenza, entrano sfrigolii e fuzz. La cosa va avanti per tre minuti buoni, senza melodia né ritmo. Il tempo perde il suo significato, e il linguaggio musicale, ormai distorto oltre ogni ragionevole dubbio, trascende in qualcos’altro. Inizia la prima canzone, che è una dichiarazione d’intenti semiotica: un lungo, pulito messianico Do che lascia il posto a un secchissimo ribollir di bongio. Ave Maria.

A parte la ganja, che ormai è una scusa – e l’hanno capito un po’ tutti – tre cose convergono in The Sciences, arrotolate su loro stesse in un onirico frattale autoriferito:

  • I Black Sabbath sono grandi e Tommi Iommi è il loro profeta. Non-nonironicamente lo Iommismo attraversa in traiettorie diagonali tutto il disco a partire, sempre dalla traccia 2, dell’annuncio Planet Iommia Nearing/Through Iommosphere.
  • Una vena sotterranea e quasi letteraria, nella quale Cisneros si fa cantastorie fattone di robe assurde, tra astronauti fumatissimi, armate iperboree degne di Clark Ashton Smith e (stacce zì) barboni drogati.
  • Terzo e decisamente più importante, l’autonarrativa implicita nella realizzazione tecnica del disco, il passaggio dall’arte alla scienza. Rispetto ai riff sporchi e veloci e alle liriche latrate di Holy Mountain, o alla desertica spigolosità di Dopesmoker – comunque un point de capiton Lacaniano che ha (ri)definito un genere, una generazione musicale e un nuovo modo di intendere la fattanza – The Sciences trasuda la posata tecnicalità dello studio. Agli overdrive si sostuituiscono fuzz più caldi e pulsanti, frequenze meno sature, e la voce stessa di Cisneros diventa percettivamente più matura e meno macchiettisticamente declamatoria.

Una doverosa menzione va al vero gioiello del disco, Antarcticans Thawed, un piccolo mostro di 14 minuti e 23 secondi dalle progressioni calcolate al millesimo. Dal crescendo iniziale, al plateau centrale nel quale Cisneros sovrasta Pike come un predicatore allucinante, fino ad un assolo che è più un lungo pensiero astratto, continuamente giocato sul filo del troppo lento/troppo veloce, troppo Iommistico/troppo poco, troppo sbrodolo/troppo tecnico. In punta di cesello.

Quella del 2009 non è stata una reunion impastata con lacrime e merda come se ne sono viste fin troppe, e The Sciences lo prova. Tutti e tre i percorsi individuali di Al, Matt e Jason convergono ed ascendono. Sarebbe facile uscirsene con la solita solfa del fraté fumati na canna e ascolta ‘sto disco che ti fa trippare. No, Salvini è ministro ora e io dico basta con queste cagate da rimastoni comunisti drogati. Ascoltatelo da sobri, bevetelo come resina dal cosmico albero dei riff. The Sciences non vuole nostalgicamente tornare all’escapismo dionisiaco di Dopesmoker (anche se abbiamo tutti accarezzato quel suo meraviglioso Ddddddddrop out of life with bong in hand e chi dimentica è complice), ma costruisce il suo shanti in Terra, e lo fa con apollinea dedizione e concretezza (Hierophant sun prevails). E vabbé, sì, anche svariati chilogrammi di erba di Salomone.

Washitsu
Washitsu

 

 

 

 

 

 

Dischi del Mese #0 Gennaio/Febbraio

Shame – Songs of Praise

Sarà anche vero che la trap in Italia è il nuovo rock (almeno così ci fa sapere l’intellighenzia che ha studiato), ma probabile si intenda nel senso peggiore del termine: c’è di mezzo la questione dell’autocompiacimento e dell’essere un baraccone del cazzo smercia soldi e cocaina

-in realtà non so che tipo di droga si facciano, rimangio l’ultima parola –

Ok, la trap è il nuovo rock. Ma in Inghilterra il punk è sempre lo stesso, esce fuori quando al governo ci sono gli stronzi e anche gli elettori non scherzano. Nell’era dell’Albione Brexit gruppi come Idles e Fat White Family sfondano i palchi e ora è il momento degli Shame. Meno punk, più post eh, ci sono momenti del Bowie berlinese, Smiths e rimasugli di Joe Strummer. E si può già scommettere sulla stella in ascesa del cantante, tale Charlie Steen, un ragazzetto di Brixton che pare voglia cogliere l’eredità spirituale di Mark Smith. Un po’ perché, come nei Fall, esiste questa diarchia tra la strumentazione post e una voce punk. Ma c’è di mezzo la questione dei testi, che negli Shame hanno questa struttura narrativa e fortemente cinematografica.

“So in the past week I’ve made several trips to the gynecologist
He was surprised to see me standing there
With my golden ticket hanging out of my left pocket
As I entered the building I saw large acrylic paintings span the ceiling
And the stale smell of silicone clung to the wall
I breathed it in, I breathed it out
I thought nothing of it then and I think nothing of it now
I think nothing of it now” The Lick

Ogni canzone dell’album è una killer app. No dai, sono serio, Songs of Praise, posso già permettermi di dirlo, è uno degli album più belli del 2018.

dda

 

Fu Manchu – Clone of the universe

L’album non ti da il tempo di prepararti le recchie. Clone of the Universe è come vedere quei tizi che giocano benissimo a Street Fighter, come il mio amico Demetrio: prende Honda e ti mette all’angolo, con una lunga serie di Hundred Hand Slaps non ti fa respirare fino a quando non vuole finirla.

Tutto quello che è nato ai tempi dei Fu Manchu è morto. Se non biologicamente, a livello di immaginario la musica stoner sembra aver perso quel guizzo di due decenni fa. Ma questo album vi giuro che è metafisico, ha un paio di passi maggggici. Don’t Panic provoca una sinestesia, hai l’immagine del deserto rosso. I testi dei Fu sanno di sciamani strafatti e motociclisti sbronzi di whisky messi assieme nella stessa capanna, ma quello che vale la pena è quel finale lunghissimo che si chiama IL MOSTRO ATOMICO, un trip di pattern chitarristici in loop, ammassi di assoloni, mazzate di batteria, vomitate sludge. I nonni che i millenials dovrebbero avere.

dda

The Sprawl – EP 2

The Sprawl è un progetto tricefalo messo su da Mumdance, Logos e Shapednoise. I primi due, di base a Londra, si sono fatti conoscere per le incursioni nel territorio dell’acid house rivisitata in chiave futurista, una sorta di fusione fra rave dei tardi Novanta e paesaggi attraversati da droni senzienti. Il terzo è un producer siciliano di stanza a Berlino, anch’egli avvezzo a mischiare la musica da ballo e i ritmi più decostruiti. Vidi The Sprawl al Club to Club di qualche anno fa, mi colpì l’oltranzismo del progetto, il muro di suono eretto che comunicava la volontà di trasformare la sala nella stanza dei bottoni della prossima guerra automatizzata. Ancora una volta, ascoltando questo secondo denso ep, non stento a credere che – se guardassi fuori dalla finestra – vedrei sfilare colonne di mecha in parata, mentre in cielo sfrecciano flussi di dati liberati dalle limitazioni di qualsiasi hardware. Futurismo distopico e ritmi acidissimi, l’astrazione della tecnologia più imperscrutabile e la materialità della macchina che sollecita il corpo: gli Autechre in sedicesimo nel prossimo club pieno di cappellini Champion.

g.bit

Rejjie Snow – Dear Annie

Ho un tatuaggio di James Joyce dall’età di diciannove anni, dunque non potevo non appassionarmi alle gesta di questo musicista mezzo nigeriano e mezzo irlandese cresciuto a Dublino. Snow ha la cazzimma e lo stile giusto per rimanere molto tempo nelle playlist Spotify dei bianchi che ascoltano Frank Ocean, The Weekend o D’Angelo, insomma quella black music ripulita e cavalcata da anni dalle webzine Pitchfork-oriented. In più Snow ci sa fare con la musica urban e ha un discreto flow, insomma sa anche spingere sull’acceleratore. Questo è il suo primo album, quello in cui mette le carte in tavola e apre la valigetta delle sue influenze, dall’hip hop al R’n’ B. Non so se nel corso del tempo perderà la freschezza, ma per ora è un bel sentire.

g.bit

Futbolín – Shy Guys, Malmo Days

C’è questo fatto buono riguardo il generale spostamento in avanti dell’età di fare le cose: cioè che pure se il candidato premier della prima forza politica del Paese è di un anno più giovane di te, e tu ancora passi le mattine a guardare Superjail con le dispense aperte sgocciolate di caffè sul tavolo in affitto e un’Erasmus in bagno a far la doccia, comunque puoi bearti della possibilità protratta di sfuriare umori post-adolescenziali oltre le naturali scadenze ormonali senza suonare poser, patetico giovanilista come la copertina di ¡Uno!, Rivers Cuomo nel 2017 e le scritte col carattere Moderno sulle storie Instagram di Paolo Gentiloni.

Miracolo della sociologia vs. social media manager di Palazzo.

Ci si potrebbe domandare a questo punto dov’è che sta il fatto buono, e dove il miracolo. Il fatto buono sta che magari nel frattempo, negli anni, con lo spirito continuato e sempre vivo, tu hai pure imparato a suonare e cantare davvero. Il miracolo sta nel fare uscire un disco che renda l’idea.

Perciò, perché innanzitutto rappresenta, noi ci teniamo caro e importante questo miracolo di disco da Verona, con la chitarra arcade di Fox e Kunimitsu citata sul video di couch, e le urla acide e arcigne come Mayo (quello senza Di) e i testi ingenui in inglese per essere ancora più ingenui (ma inattaccabili), e gli insertini di tastiera come i Get Up Kids quando hanno inserito le tastiere e i L’Amo (per dirne due belli), e tutto comunque suonato solido e maturo con le dinamiche celesti e la promessa di essere suonato bene pure dal vivo.
Essendo l’emo la nuova trap.

pmc

Hookworms – Microshift

I sempre attivi cookie di profilazione della gente che scrollo ogni giorno sui social dicono che è piaciuto tanto il nuovo degli Ought, che c’è attesa per il prossimo disco dei King Gizzard, che qualcuno è andato a sentire gli Slowdive al Locomotiv, che lo screamo e la techno sono generi ancora piuttosto frequentati, che la ressa per ordinare la ristampa di SxM ha impallato il sito della Tannen Records, che Twin Fantasy d o v e v a uscire così, che il Nintendo Labo è una bomba, che la Lega ha fatto risultato.

Dicono, in buona sostanza, che sono un bianco circondato da bianchi.

Gente bianca, questo disco è per voi.
Anche più di American Dream degli LCD Soundsystem, che era pure bello. Già Negative Space in apertura se lo mangia, con la sua sequela di anthem da età dell’oro dell’elettroclash con la cassa dritta e i bpm, il tiro, i synth che entrano a braccio teso, l’effetto voce stupido della chitarra: tutto bianco come il San Pietro della Lavazza.
Poi c’è il kraut funzionale, a condire, con le schitarrate wah lunghe, il basso che fa la calda e la fredda, il tempo dimezzato sull’organo dilatato. The Soft Season che paiono gli Animal Collective, Opener forse i War On Drugs con meno chitarra e più organo; altre cose bianchissime verso il finale.

Con le asperità garage levigate rispetto ai precedenti, e le linee vocali curatissime che su Shortcomings quasi ci senti Mika, gli Hookworms hanno fatto uscire un bel compendio, una bella monografia sul bianco musicale che arranca, eppure resiste, o comunque scorre ancora fresco.

pmc