Una cosa veloce sul fare la musica che ti piace quando hai superato i trenta/quaranta/cinquanta

Un film diretto da – indovina chi?

 

Ho un grande rispetto nei confronti di Demented Burrocacao, quindi quando ho letto la sua recensione sull’ultimo album dei Buñuel – The Easy Way Out ci sono rimasto male.

Lo sto riascoltando sotto stress test, un benchmark giusto per testare la roba che viaggia tra il metal, l’hardcore punk e vette garage è quello di spararsi prima l’album dei Dead Cross e sperare che quello che venga dopo non suoni ridicolo. A differenza di DB non sono un esperto di musica – almeno non quanto lui – e devo affidarmi a escamotage del genere. Insomma, The Easy Way suona bene anche dopo l’album dei Dead Cross.  La critica di Demented ha momenti del genere:

Ma che dite non lo facciamo un supergruppo? Ce n’è veramente bisogno, non trovate? E allora ecco qui i Buñuel, che già dal nome esprimono poca originalità e il classico ammiccamento ai ribelli da liceo pronti a seguire ovunque chi stuzzica il loro disagio.[…]Cosa vogliono dimostrare, a parte una banale prova di muscoli? Pestare sui tamburi, distorcere tutto e gridare nel microfono vuol dire essere automaticamente rock? Eh no. Quando si alza la voce, spesso, è perché non si ha nulla da dire.

Da quando in qua una prova di muscoli nella musica è diventato un problema? Soprattutto se fatta da gente che ha la storia sul groppone e sa cosa fa.  Ci sono Capovilla e Valente del Teatro degli Orrori,  Iriondo ex Afterhours e Robinson degli Oxbow. Lo dice anche Demented che la musica con le chitarre versa in uno stato blah (che poi non so nemmeno quanto sia vera sta cosa, se non affidarsi su certe notizie correlanti, tipo che ne so che la Gibson è in bancarotta).  Ma questo che cazzo c’entra?

Sarei curioso di vederli in live i Bunuel [suonano al Freakout l’8 Maggio, ma non c’ho soldi],oggi in Italia è difficile trovare una band che riesca a fare quel suono lì, e parlo di una band che vive fuori dal retroterra culturale dell’underground dei centri sociali, una band che vabbè, a me ricorda tantissimo quel blues dei Grinderman, fatto di distorsioni ridondanti e schiamazzi vocali, di cantilene suadenti in un mare nero.  Perché non possiamo accontentarci di un discreto prodotto del genere? Davvero dobbiamo essere ostaggio di ogni momento modaiolo? Non ho ben capito se a Demented non sia andato giù che a farla sta cosa siano stati dei tipi che non hanno 20 anni, ma se quelli di 20 oggi sono occupati tra indie-pop (it-pop), trap, elettronica, cercare di scoparsi le tipe che fanno cover su youtube e revival emocore e cazzi vari dei ’90 – tutto legittimo, sono il primo che non sputa sui più giovani, anzi – …. che cazzo di problema c’è se a farlo sono dei, che ne so, 48enni? Sono proprio loro che non devono dimostrare più nulla e che possono permettersi di suonare quello che un po’ che cazzo gli pare.

Tipo chissenefrega, fossero tutte così le banali prove di muscoli dei “vecchi”. Sempre meglio che ridursi a fare i giudici a X-Factor.

 

Nessuno Schema nella mia Vita – Kina (Ristampa)

Nell’anno del secondo governo Spadolini e del pentapartito, nell’anno di Tardelli e la storia dei Mondiali di Calcio, nell’anno 1982 nascono i Kina, uno dei gruppi più sottovalutati della musica italiana.  Dico sottovalutati ma forse è una parola sbagliata, la scena hardcore punk deve tanto ai Kina e chi ne fa parte lo dice ogni santo giorno. Dico però che, al di là del giro, i Kina a livello nazionalpopolare hanno sempre contato poco (decisamente meno, che ne so, dei CCCP).

Detto questo i Kina uno degli album più belli italiani degli anni 80 e dintorni l’hanno scritto davvero e si chiama Se ho vinto, se ho perso.

Oggi i Kina stanno diventando una roba di culto. Le ragioni del perché stia succedendo in un 201x dove le uniche scene musicali italiane sono quanto più distanti dal punk/hardcore, cioè quella trap e dell’indie, vanno trovate nelle nicchie di resistenza dei generi che oggi sono in sordina. Internet e le sue piattaforme sono diventate delle soluzioni potentissime, ricerca a costo 0 (sia di tempo che effettivamente economico) di anfratti musicali che fino a qualche anno fa potevano godersi solo quei fortunati quarantenni che avevano l’lp, le cassette o il cd.

Succede quindi che un appassionato di musica hardcore, un diciottenne diciamo alla ricerca del passato, finalmente riesca a scoprire in tutta autonomia pezzi di storia mai raccontata. Che poi mai raccontata cioè oh più o meno, vallo a dire a Gianpiero Capra che qualche anno fa ha scritto della propria storia, assieme a Stephania Giacobone, nella biografia Come macchine impazzite (edito da Agenzia X).

Nemmeno un anno fa ho chiacchierato via mail con Gianpiero, personaggio storico della scena torinese e direi pure nazionale, della sua vita quando era il bassista e una delle voci dei Kina. La potete leggere qui.

Ancora dico in giro, pensandolo davvero e mettendomi la mano sul cuore, che mi piacerebbe poter intervistare tutti i giorni persone così profonde e carismatiche come Gianpiero. Qualcuno potrebbe dirmi che è una questione di età e di saggezza, ma io la butto sull’esperienza di vita, convintissimo che Gianpiero, a 30 anni, non fosse così diverso da quelle mail.

Nessuno schema è grezzo, forse confuso. L’impressione è quella di ascoltare una roba  musicale che sta nascendo. Capito? Un piccolissimo bigbang di gente sudatissima e nervosa.  Dato l’anno però, un 1982 che non aveva visto ancora la nascita dei Negazione e dei Nerorgasmo – tanto per dirne due della scena piemontese – potremmo dire che Nessuno Schema, nella sua melma di linee di basso sparate a mille, nelle urla liberatorie e delle infinite distorsioni chitarristiche alla ricerca di assoli (ancora) rockettari, sia una delle fotografie della nascita di dieci anni di incredibile musica italiana.

Da quando esce quel demo i Kina salgono sul furgoncino e invadono la Germania.

Ci sono ancora due cose da dire sull’importanza dei Kina. Una è che sono l’archetipo della band della provincia, sono la poesia delle strade di periferia e il tuono dei temporali dell’adolescenza. Lo saranno sempre.

La seconda è che già con Nessuno schema succedono cose belle a livello di testi. Sergio Milani si è occupato della scrittura della title track che dice sta roba. Frasi come “Distruggiamo il senso del dovere/Solo allora potremo volare” potrebbero essere considerate una di quelle tagline da portarti appresso quando devi parlare di un movimento che, seppur in difficoltà, resiste ancora oggi.

Ah ecco, la cosa più utile da dirvi è del perché sia uscito sto articolo: la Spittle Records ha fatto la rimasterizzazione del disco, c’è un cd + lp con 30 minuti di musica che prima di oggi era abbastanza introvabile come cosa. Insomma, sta a voi voler investire bene qui.

 

Mislay – Mislay EP

 

L’incubo della mia esistenza

Qualche anno fa per la prima volta sono stato in Sardegna. Il viaggio in sé non penso riuscirò mai a dimenticarmelo, l’ho vissuto un po’ come un trauma, perché

a) passai ore e ore di attesa, solo come un cane e senza nulla da leggere, in quel baretto livornese che sta proprio di fronte al molo dove partono le grosse navi che portano ad Olbia o da qualche parte in Corsica

b)la tratta in nave fu inferno, mi addormentai su una delle sedie a sdraio attorno la piccola piscina sul ponte di coperta. Verso mezzanotte mi sveglio che c’è un freddo incredibile e tira un vento così forte che mi fa difficilissimo camminare. Se devo ricordare un momento in cui sarei dovuto morire in modo bruttissimo, ecco, io sono sicuro fossi ad un passo dal volare verso il mare, che non avevo mai visto così nero. Gli incubi dei marinai di Nantucket, che dico, oltre la barriera di metallo dalla vernice sguastata potevo scrutare gli occhi del Kraken.

Ma riesco a farcela e finisco al coperto e al caldo. La piccola nave da crociera è un residuo dei fine anni novanta, piena di fotografie di sportivi come il primo indimenticabile Ronaldo o, che ne so, Del Piero. Ci sono solo russi e tedeschi, passo il tempo giocando a Metal Slug.

Arriva la mattina, e l’incubo dalle tinte lovecraftiane è lontano e di fronte c’è Olbia, che sembra così bella in quel momento che a momenti manco Miyazaki sarebbe riuscita a disegnarla così pacifica.

Tutto questo per dirvi che i Mislay sono di Olbia, e in mezzo ci suona Marco, chitarrista (anche adesso? non lo so) degli Amesua. Non c’è nulla di nuovo nei Mislay, ma sono due pezzi veloci, potenti e sanno un sacco di estate, gente che va sullo skate e si schianta le birre sotto i portici dei quartieri dormitorio.

La voce è più rude di quanto sia la melodia, un po’ più di Anselmo nei Down, un po’ meno di Anselmo Superjoint Ritual.

E ora aspetto l’album.

 

dda