Calcutta – Evergreen

Calcutta è bello perché piace. A me piace quando sono sbronzo

Anonimo trevigiano, probabilmente alticcio.

Preambolo: ho una teoria sui bullet hell. Se uno ha la sfortuna di non essere nato asiatico, deve operare alcuni cambiamenti sottili sul proprio sistema nervoso per vincere ai livelli alti di roba tipo Tohou o Ikaruga, adoperando input psicotropi. Le sigarette, una dieta povera di carboidrati, ma più importante ancora è la colonna sonora (e quelle dei videogiochi fanno cagare, insieme agli effetti sonori). La cosa importante è che sia musica posata, rilassante e introspettiva, per stemperare le punte di tensione muscolare della nicotina.

Quindi per festeggiare 500 ore su Enter the Gungeon ho messo su Evergreen di Calcutta. Normalmente non mi degno di ascoltare gente che prende i dischi d’oro, ma ho fatto un’eccezione perché dovevo inoltre scrivere ‘sta cazzo di rece. Calcutta mi ricorda vecchi compagni di università un po’ sornioni e introversi, dotati di quella cosa che noi giovani chiamavamo polleggio o pollaio. Quella gente che se frequenti poi finisci per pensare bene del sud Italia (salvo poi ricrederti quando scendi in vacanza dietro loro insistenza e nel giro di mezza giornata assisti a crimini contro il patrimonio, percosse, colpi di arma da fuoco, spade di eroina lanciate a mò di freccette e cani morti in putrefazione tipo rive del Gange). Dicevo, Calcutta. Mi rilassa. È quella piccola fioca pulsione di morte implicita in una partita, quando dopo aver zigzagato tutti i pattern del penultimo boss con precisione sudcoreana per un attimo vorresti solo fermarti e prendere il singolo lento e patetico proiettile di un mob di primo livello.

Calcutta: c’è bisogno che vi faccia il riassunto di chi è, di cosa ha fatto? Andate a leggere gli approfondimenti di Rolling Stone o una roba simile. Cantautorato indie, smarrimento dei millennial, amori agrodolci. Evergreen: intanto partiamo dal presupposto condiviso da chiunque non abbia subito una lobotomia amatoriale, che ci sono due gaussiane sfasate, una ascendente per quel che riguarda la composizione musicale, una in caduta per quel che riguarda i testi. La triade Conte-Ranieri-Battisti filtra prepotentemente dai synth low-fi. Probabilmente ignorati dai più, nelle chitarre riecheggiano i Diaframma di Fiumani (t’infilo quattro dita nel culo e bla bla bla). A livello subliminale, un tocco di stoner drone doom, ma forse mi sono drogato troppo io, perché l’altroieri l’ho sentito anche nel jingle di Omnibus. Ah, no, spe, erano i Verdena. Ma probabilmente potrei continuare con altre facce e altri decenni: il disco si propone (in modo non del tutto deliberato) di venire celebrato come la summa teleo-illogica degli ultimi 50 anni di musica leggera italiana, layerz e ironia inclusi: patetismo, o sole o mare, un rapporto con la sessualità che farebbe venire il durello a Freud, Lacan e Jung contemporaneamente, call center, regionali zozzi, Bologna (implicita), la Rai (esplicita, traccia 9), nostalgia, fischio nelle orecchie da pressione bassa, le metafore calcistiche.

Il fatto è questo, quando ascolto Evergreen, va sempre a finire che poi rimetto su Mainstream. Non so se la capirete, ma è come quando ascolti Rain of a Thousand Flames e ti viene solo voglia di rimettere su Symphony of Enchanted Lands perché aveva quella grinta un po’ scazzona che ti dice di più. Perché sai, in fondo al tuo piccolo cuoricino fascistoide, che gente tipo Turilli se cerca di mettere un’aria un po’ più competente, non è credibile. Non che il parallelo sia del tutto pulito (poca roba lo è, con Calcutta), ma l’idea è di trovarsi su una strada già battuta, solo con più lampioni, dissuasori e goldoni usati nelle piazzole di sosta. Confronto un attimo due robe. Evergreen, Pesto, traccia 3: ‘Mi hai lasciato nei sospiri nel letto / Un filo di voce / Un filo di ferro dentro l’orecchio’. Bene, ma non benissimo. Mainstream, Limonata, traccia 5: ‘Ma io vorrei restarti accanto / Se fossimo bambini / Guardare il cielo da fessure come topi nei tombini’. Che cos’è il genio, etc etc.

Per chiudere con una nota positiva, dicevo, che mi piace mettere Calcutta quando gioco ai bullet hell perché immanentizza quella reazione pulsionale di cui sopra, permette a me di soggettivizzarla. Perché quel proiettile se l’è preso lui, per tutti noi, così da lasciarci liberi di stuprare analmente il boss di fine livello. Grazie Cineblog, voto: quattro Faramir e mezzo Chihuaua. Per il lungo.

GIACK BAZZ IS NOT FAMOUS – Giack Bazz

Tizio che in faccia somiglia a Giack Bazz

Io non so nulla di questo Giack Bazz se non che vive a Modena. Penso.

Questo lo scrivo per pararmi il culo e potermi inventare quello che mi pare su Giack Bazz.

Guardo la copertina dell’album e capisco quale sia la sua mitopoiesi, una roba che sta da qualche parte nel riflesso delle luci artificiali di un’America già di per sé un simulacro, quella dei late show televisivi. Solo che, invece degli sfondi delle finte vetrate che danno sulla notturna New York c’è uno skyline di Modena – almeno mi pare, la torre che si vede sembra la Ghirlandina -, al posto di un David Letterman c’è un manichino e la figura di Bazz è lì meditante sulla poltrona per gli ospiti…

cosa che dice molto sull’ubiquità del progetto musicale che è fisicamente piantato in Emilia e spiritualmente ingabbiato in quell’America lì.

L’album si apre con questa cantilena chitarra e kazoo e passa a una ballata poco interessante, Rose Tinted Hell.

Quando ascolti American Soul sei sicuro di essere dalle parti di Bruce Springsteen e le cose si fanno DAVVERO interessanti con Candy.  Pezzo che boh, odio scrivere certi termini ma è “acquatico”, notturno, rilassante come le lumache che ti camminano fuori la veranda dopo i temporali estivi.  Così, da un cantautorato un po’ grezzo le cose finiscono tra le piaghe un  intime della musica e The Chuch of Man sfiora la definizione “minchia davvero un gran bel pezzo”, un gospel punk, una roba molto simile al Nick Cave della fase storica che vive tra Nocturama e Dig Lazarus Dig. Manco a farlo apposta il testo è zeppo di riferimenti religiosi, riferimenti che diventano di tutt’altro gusto nel pezzo successivo che mi pare si chiami & .

Arrivati a Forgotten Media ti rendi conto che, per quanto possa essere citazionista , Giack Bazz ha qualcosa di spiccatamente personale: le composizioni per chitarra, dove dorminano arpeggi e accordi minori, una voce pulita e ogni tanto sporcata nei cori un po’ più post-grungettoni e i dei testi pieni di riferimenti a oggetti e riferimenti biografici, risalta infine qualche fantasma dell’infanzia. O dell’adolescenza. Spuntano synth, pianoforti, insomma pezzi di altri strumenti, ma domina il duo voce-chitarra, per tenere su una sorta di pastoralità. C’è spazio per cose di questo genere:

“Already crying out loud • You make me sad but i don’t know how • Like an old console that no one plays with anymore • I’m primal tech • I’m outdated • Foolish • Like Christmas decorations off in a summer sky • I can’t compete • Stuck up veneer • I’m what you wanted, deserted and neglected • Already dead by now • you make me sad but I don’t know how “

FORGOTTEN MEDIA E’ UN PEZZO MERAVIGLIOSO ndr

Giack Bazz è proprio bravo a giocare con la musica,  gli esce facile, o almeno così fa sembrare. Si potrebbe dire che ascoltare il suo album è un po’ come finire in ostaggio. Lo dico perché se uno mi chiedesse di ascoltare un bignami della musica rockfolkalternativeindie fatta da un modenese, di primo acchito gli direi anche no.  Ma la realtà dei fatti è che già dopo tre pezzi la sindrome di Stoccolma si fa pesante e ogni canzone sembra preziosa e da queste parti è una cosa rara, penso ve ne siate resi conto. Giack Bazz ha scritto una album che non solo ricorda i tizi che ho scritto su, ma addirittura ci sono momenti di Kurt Vile, Pavement e Red House Painters.
Cosa cazzo gli vogliamo dire? Grazie.

 

dda