Musica per scrivere, studiare, leggere, dormire, musica per non ascoltare -#2 – il collasso fisico di William Basinski

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“Gli artisti che furono etichettati come appartenenti al genere “hauntological” erano immersi in una formidabile malinconia e a tutti stava a cuore entrare in qualche modo in relazione con il processo tramite cui la tecnologia materializza la memoria; da ciò, una fascinazione per la televisione, per il vinile, per i nastri e per i suoni emessi da queste tecnologie nel momento della loro rottura. Questa fissazione per la memoria materializzata diede origine a quella che è probabilmente la caratteristica sonora principale della hauntology: l’uso del crackle, il particolare crepitìo prodotto dalla superficie del vinile. Il crackle ci fa rendere conto del fatto che stiamo ascoltando un tempo scardinato; non ci permette di cadere nell’illusione della presenza. Inverte l’ordine normale dell’ascolto in cui, per dirla con Ian Penman, ci siamo abituati al fatto che il “ri-” della “riproduzione” venga represso. Non solo ci rendiamo quindi conto così che i suoni che stiamo ascoltando sono registrati, ma diventiamo anche consapevoli della presenza dei sistemi di riproduzione sonora che utilizziamo per ascoltare le registrazioni. Inoltre, dietro molta hauntology sonora c’è anche la questione della differenza tra l’analogico e il digitale: tantissime tracce hauntological sono infatti incentrate sulla rivisitazione della fisicità dei media analogici nell’era dell’etere digitale. I file MP3, infatti, sono certamente materiali, ma la loro materialità è occultata, ci è nascosta, a differenza di quanto avveniva con la materialità tattile del vinile o anche dei CD. “(quadernidaltritempi)

Mark Fisher scrive della musica hauntologica, quella che mette in crisi l’ontologia, quella fatta di fantasmi, fantasmi che si percepiscono ma che non esistono. Il solito Burial, certo, ma anche The Careteker, Leyland Kirby, tutta una certa jungle, il mondo sotterraneo – e sotterrato – della contiminazione degli eredi dei rave dei quali scrive Vanni Santoni in Muro di Casse che fanno i conti con l’incapacità dell’essere mortale di comprendere la dilatazione spazio-temporale del cyberspazio.

William Basinski è per eccellenza autore hauntologico. A livello tematico quanto – e soprattutto – nella produzione della sua stessa musica. Basinski è diventato Basinski quando ha abbandonato tutto un percorso musicale piuttosto classico (sassofono jazz imparato nelle scuole texane) per darsi al minimalismo di ispirazione a là Brian Eno. I capitoli che costituiscono i Disintegration Loops suonano come un brodo primordiale, vengono dagli anfratti più distanti della nostra realtà, forse da sotto la crosta terrestre. Una musica abissale, siderale come quella di un capitolo apocrifo di Metroid, oscuro e ancestrale, intraducibile quanto le immagini di Begotten.

Negli anni ’80 Basinski registra su nastro onde radio, cose del genere. Vent’anni dopo ha l’intenzione di trasportare su cd quei vecchi nastri… che si erano irrimediabilmente rovinati. Disintegrati appunti. Non così tanto eh, ma quanto basta per riempirli di crackle, e mentre il loop andava, il nastro che girava sul perno metallico si rovinava in modo indelebile.  Basinski ci aggiunge successivamente una leggera melodia, in modo tale da dare il tono a ognuno dei capitoli. Disintegration Loops I, uscito nel 2001, a quanto pare riflette i toni dell’11 Settembre che l’autore ha vissuto in diretta.

Le copertine dei vari capitoli sono piene di fumo, che è quello delle fiamme degli aerei di linea che si sono schiantati nel centro del mondo moderno, e quello stesso giorno Basinski registra con la sua videocamera lo skyline di New York.

L’immaginario del requiem si ripercuote anche con il capitolo II, che addirittura assume toni di una minaccia incombente. DL III  sa di alba (o di tramonto), certamente di una quiete.  Se il primo capitolo è straordinario alle orecchie novelle, magari è difficile cogliere la maestosità di DL IV, che è una lunga composizione in tre parti, con un incipit di speranza, un passaggio meditativo e un finale di ennesima rassegnazione.

Questa musica è uno degli apici dell’ambient, buona per essere (non)ascoltata in qualsiasi momento della giornata. Come con la musica di Eno da Discreet in poi, anche i nastri disintegrati di Basinski non richiedono chissà che esigenza audiofila (quella cagate del tipo 1500 euro di cuffie e lo stereo della nonna della regina Elisabetta) ma come è un drone-like che con innocenza permea l’epidermide di chi gli sta attorno, come un verme invisibile, alla ricerca della vostra ghiandola pineale.