The Toni Iwobi Appreciation Society OST

Ho fatto un voto alla Madonna che mi impone di iniziare qualsiasi playlist con The Great Southern Trendkill:

Ripensando alle scorse settimane, che ho avuto l’amarcord dei vecchi video del CapoBastone, quelli di Minecraft e Grezzo2 col sintetizzatore vocale, e CapoBastone ha un serpentone micidiale per icona come questo disco dei Pantera.
Te lo dico soprattutto per conferirmi ulteriore autorità da king dell’algoritmo, visto che il bello scritto apologetico de La Caduta sul CapoBastone è uscito solo in seguito; e ci sarebbero pure tutte quelle storie di pagine con un certo seguito, tipo HD Hipster Democratici, che mi sono sempre state vicine, tre passi indietro.
Uno degli episodi più clamorosi di me che smuovo internet è l’assurda circostanza per la quale ho sgamato artista e titolo di questa canzone skate punk molto bella, che mi ha ossessionato per lungo tempo:

Ti giuro, ti prometto, che non ho idea di chi siano stefanoxxxaz e iamnotanumber nei commenti: fatto sta che una sera di un mesetto fa, ragionando con amici intenditori, salta fuori la mia disperata voglia di sapere di chi accidenti è ‘sto pezzo. Nessuno sa. Shazam non sa, inutile dirti che le ho provate tutte. Mi sembrano quasi gli Eversor ma non ci stanno coi tempi e con la visibilità internazionale.
Ecco che la mattina dopo, davvero la mattina dopo, iamnotanumber risponde a stefanoxxxaz che si tratta di Feel di, o dei, ChuckTreece. Il video è su Youtube da otto anni, con 890 visualizzazioni.
Assurdo no?

Starai pensando «mumble mumble una playlist in supporto di Toni Iwobi che già nei primi tre pezzi ha dentro Phil Anselmo, Glenn Danzig e cita CapoBastone: questo qui è fascioleghista marcio figlio di puttana».

Fughiamo ogni ragionevole dubbio.

Il peggio è passato e deve ancora venire, ma il panorama del social network è stato desolante per diversi giorni. Il fatto che Toni Iwobi si sia piazzato in Senato si è tradotto in un’immagine virale: è uno split tra una foto che lo ritrae e uno screen di Samuel L. Jackson nel ruolo dell’house nigga in Django Unchained.

(Splittone Paura)

Teniamo ben presente una delle leggi più solide di internet: la sinistra non sa memare.
[DDA legge la bozza e mi fa notare che messa giù così è un’asserzione rossobrunista. Ho un momento di sconforto, e poi mi viene in mente che già sono partito ambiguo. Quindi chiarisco, e con link: la storia che la sinistra non sa memare è un meme, peraltro americano. Siccome pare che queste dinamiche abbiano contribuito alla vittoria di Trump, lo scrivo con rammarico. Però è vero. Ma non del tutto.]

Capisci che mi sento stranito dal veder passare conoscenti dalla spilletta Non una ti meno al beffarsi del diritto all’autodeterminazione in nome di una semi-dietrologica caccia alla strumentalizzazione.
Ma strumentalizzato de che, Toni Iwobi, che ha l’azienda sua.

A nessuno può dar fastidio un nero che scelga di stare dalla parte dei padroni perché  padrone a sua volta. Frase. Se annulli i termini come in matematica, per risultante hai che quel che gli brucia è che un nero sia padrone.

Ma se proprio hanno bisogno di un nero per nemico, se la prendessero con un Louis Farrakhan piuttosto, no? Macché, non sarebbero sul pezzo.

Mi ricordano tanto i meme e gli sfottò a Kyenge che sto male, e mi fa molto ridere, a vedere le stesse logiche politiche adottate da parti teoricamente opposte. È una roba che esce dalla bocca di Nanni Moretti al bar sotto forma di te lo meriti Alberto Sordi, fa il giro e gli rientra in culo.

Potremmo cavarcela con un «è controverso» come per The Story of O.J.
E poi mi sono talmente speso in favore di Toni Iwobi che non ho manco più voglia di argomentare ragionare fare, tra aggressioni verbali, schermaglie e baruffe. Essere costretto a fare la parte dell’avvocato del diavolo (ché comunque stiamo parlando di un leghista) mi prude e poi dieci pezzi li ho messi, la playlist è fatta, viva tutto.

Oh comunque Candyland era di Di Caprio, non di Samuel L. Jackson, scemini.

Ciao Maurizio. Gone but not forgotten.

 

paolo marco cintura
pmc

 

Sogno d’una notte di mezz’autunno – Sting, la Morte e il numero 23.

“Hegel a volte non significa niente, ma Goethe significa sempre qualcosa” – Robert Anton Wilson

We will not again see
God humbled on an ass
But see
See
On a white horse he comes
Blazing sword in burning hand
“Lo, I am become death
The destroyer of worlds”
Current 93, Hitler as Kalki, 1992.

Un tardo pomeriggio di Novembre ebbi la necessità improvvisa di scuotermi di dosso l’umidità del Brenta, che mi si era avvolta addosso come il lembo stracciato di un sacco nero dell’immondizia sul gonfio cadavere di un rospo lasciato a putrefare sull’argine. Era strisciata fin dentro il mio corpo sottile, sussurrando parole in semi-incomprensibile dialetto di Marghera, parole di torbida serenità, di evasione fiscale, di sbancamenti collinari semiabusivi, di baccalà mantecato alla diossina, di morchioso musetto intinto nel kren e poi biascicato da fauci umettate di prosecco. Bituminosa.

Mi sembrava di essere rimasto incurvato davanti alla malaticcia luce del portatile nello stanzino semibuio per ere geologiche. Muschio e ragnatele si sbriciolavano tra le mie giunture mentre flettevo i muscoli ridotti a sottili filamenti, elastici briciolosi. Mossi dei passi incerti, mentre macchie nere sfarfallavano nel mio campo visivo. Una fugace visione di alberi, vento e pioggerellina mi condusse lungo il corridoio dell’ingresso. Le mie mani prive di sensibilità trovarono il chiavistello e con un ultimo ignominioso sforzo barcollai in giardino, appoggiandomi pesantemente al muro scrostato. Ero fuori dal dentro.

Nel posacenere era rimasto un mozzicone miracolosamente non toccato dalla pioggia, grigia e malsana. Tirai una boccata nevrotica mentre ancora le nebbie del Brenta mi attanagliavano nell’apatia, registrando a mala pena l’intossicante e denso puzzo di resina d’erba ganja che quel mozzicone di sigaretta stranamente emanava quando dato alle fiamme. Poi scossi la testa ed improvvisamente fui libero dalla maledizione del mesto rigagnolo di perbenismo borghese. Cioè il Brenta.

Un soffio di vento rivelò il ghigno marangone della luna, come una segretaria frustrata che ha subodorato possibilità di copula. Istintivamente distolsi lo sguardo per cercare il grande Orione, una magistrale e imbambolata bozza di Peroni da 66 che flottava nella posizione Wikipedia sicuramente descrive con dovizia di particolari. Dalla coda dell’occhio, l’intensa luce di Sirio mi trasse a sé. Rimasi a fissare la stella binaria, cercando di non pensare alle stronzate di quella faccia di merda di Robert Temple, che vergogna smerdare con la pseudoscienza da complottari quella meravigliosa etnografia di Griaule, ma che cazzo ne capite voi coglioni della grandezza di Griaule e Mauss, non sapete nemmeno che cazzo sia l’antropologia culturale.  L’antropologia, porcaccio di quel Dio. Fate pure fatica a pronunciarne il nome, andatevene a fare in culo. Mentre ero immerso in questi pensieri rilassanti, ecco che da dietro Sirio sbuca e mi fa l’occhietto il mio amico Vauro Senesi.

“Vauro…” gli feci un cenno nervoso, nascondendo istintivamente il mozzicone dietro la schiena “Non ci vediamo dal tempo delle guerre psichiche di Caltanissetta. Come sei sopravvissuto a quel trio di telepati mercenari del Mossad?”

“Deh ‘un me ne fà parlà bellino, che sinnò qua si fa notte.”

“Ah. Volevi qualcosa allora?”

“Vabbè dai allora te lo diho, deh, è andata a finì che l’ho pagati di tasca mia, deh. I tìchette di partecipazzione a Ott’Emmezzo a quarchiccosa mi sò serviti.”

Risolino catarroso di Vauro.

“No dai davvero, se non c’è niente vado che devo pure finire sta cazzo di recensione…”

“La recenzione deh, è di quella ‘he ti dovevo parlà! Mi sò visto un po’ co’ Lilli e Chicco e m’hanno detto che t‘un la poi fà la recenzione sui Bìtorse deh, de’ Bìtorse ‘un gliene frega ‘n cazzo a nessuno. Deh. Bada che hanno detto proprio ‘N cazzo a nessuno. Lilli e Chicco, mica ‘r mì zio. Tu’ha’ffalla su un gruppo morto più famoso.”

“Tipo?”

“Deh, ‘he te lo dico a fà, i Polisse, deh”.

Per farla proprio breve, la storia è che praticamente Sting se ne esce nell’83 con questo pezzo, in questo album. Ora, non dico che ci si sono buttati sopra a corpo morto, ma diciamo che non era solo un po’ vagamente allusivo, ecco. Procediamo con ordine: la sincronicità alla quale si riferisce il titolo dell’album è un concetto che fu caro a Jung, reso popolare da Robert Anton Wilson, papa discordiano, romanziere, saggista, drammaturgo e droghello. Secondo questo tizio, tutto ha inizio con un altro droghello, Burroughs (ricordate la mia ultima recensione? Bravi) che, intorno al ’60, iniziò a collezionare in modo compulsivo dei 23, che trovava dietro ogni angolo a marchiare eventi significativi. E sì, ci hanno fatto anche un film, ma senza capire un cazzo della cosa. Qualche esempio:

  • Hitler fu iniziato alla società del Vril nel 1923
  • La geometria euclidea ha 23 assiomi
  • La ventitreesima lettera dell’alfabeto albionico è W: William Burroughs, Heathcote Williams (editore di The Fanatic, che conobbe Burroughs per la prima volta a 23 anni, mentre viveva al civico 23), Wolfgang Pauli che collaborò alla teoria Junghiana della sincronicità, etc.
  • Il 23 Luglio cade l’inizio di un antico cerimoniale egizio dedicato a Sirio

Secondo Jung, che pone la cosa in modo un po’ più elegante, la sincronicità è quel fenomeno di connessione che non risponde alle leggi di causa-effetto, ma ricorda più una precipitazione sincronica (da qui il nome) di eventi nel tempo e nello spazio. Mi direte, è una paroletta, cazzo c’entra coi Police. Probabilmente niente, se non fosse che Sting e Burroughs se la intendevano abbastanza. Probabilmente niente, se vogliamo glissare sugli ovvi riferimenti crowleiani alla Boleskine House e al lago di Loch Ness nel pezzo Synchronicity II dallo stesso album. O anche solo al fatto che Sting si è autodichiarato un thelemita sul numero di gennaio 1984 di Penthouse (01/1984=1+1+9+8+4, lo sapete già quanto fa), altra rivista su cui a lungo pubblicò Burroughs. O che il titolo dell’album è stato esplicitamente tratto dal Roots of Coincidence di Koestler, un manualetto del ’72 su parapsicologia, chiaroveggenza e psicocinesi.

Quindi abbiamo un album fortemente influenzato da Jung, Burroughs, e dall’occultismo thelemico, all’interno del quale guarda caso c’è un pezzo apparentemente dedicato all’adulterio, ma con sostenuti sottotoni di alchimia e cartomanzia. Procediamo: sempre Sting ha commentato in un libro di suoi testi che Wrapped Around Your Finger è ‘dedicato a una sua amica, psichica di professione e insegnante di tarocchi’. Fast forward: nel 1994 una certa Rosetta Woolf realizza una serie di tarocchi chiamati Aleph Tarot, 22 arcani maggiori illustrati ad acquarello ‘reminiscenti dell’immaginario di Thoth, dedicati al mito di Lilith’ . Rosetta Woolf è anche autrice di un booklet coi testi di Message in a Bottle nell’81. L’affare s’ingrossa, e non è finita qui. Spulciamo i testi di WAYF:

You consider me the young apprentice
Caught between the Scylla and Charibdes
Hypnotized by you if I should linger
Staring at the ring around your finger

I have only come here seeking knowledge
Things they would not teach me of in college
I can see the destiny you sold turned into a shining band of gold

[…]

Mephistopheles is not your name
I know what you’re up to just the same

Ora, Sting ha una certa morbosa attrazione per Goethe. Vediamo un attimo cosa ci dice il buon vecchio Faust circa Mefistofele, Lilith e l’apprendista stregone:

Faust:
Lilith? Who is that?
Mephistopheles:
Adam’s wife, his first. Beware of her.
Her beauty’s one boast is her dangerous hair.
When Lilith winds it tight around young men
She doesn’t soon let go of them again.

Mettiamo insieme i pezzi: abbiamo Sting e la sua passione per le menate esoteriche e la cara Rosetta, già presumibilmente sposata con l’artista Hennie Boshoff, che nel giro di una decina d’anni avrebbe sfornato la sua serie di tarocchi (per chi si fosse sintonizzato solo ora, lo studio e la realizzazione del proprio set di arcani è parte dell’iniziazione alla Golden Dawn), fantasie di adulterio, l’evocazione di Babalon (al costo di essere ripetitivo, ricordate la mia ultima recensione?) sotto i buoni auspici dello zio Al.

In cima a questo cumulo di coincidenze sincronicità, c’è ovviamente la Morte, e non sto facendo filosofia spicciola: Sting ha dichiarato che il XIII è il suo arcano preferito. Nell’interpretazione tradizionale, la Morte rappresenta un processo di trasformazione per divisione – una sorta di decomposizione se vi pare. Ecco, Synchronicity segna contemporaneamente l’apice del successo dei Police (70,000 anime allo Shea Stadium, 3 grammy nell’84, 17 settimane in classifica per il disco, non esattamente noccioline) e la fine dei giochi per Sting e Andy Summers, col primo che l’anno dopo pubblica il suo progetto solista The Dream of the Blue Turtles (‘Devil and the deep blue sea behind me’).

Insomma, come dire, tanta roba. Una ventata gelida mi ridesta, mentre Vauro sputazza disgustato catarro in direzione di Rigel.

“Epporchiddìo, deh, tu lo vedi che ‘un sai scrivè, Maremma majala, pagherei a sapé chi cazzo le legge ‘sti trojai di recenzioni, il ventritré der budello della Madonna ladra ‘nfame e d’Iddio bestia huadrupede, ma quando tu te lo trovi un lavoro normale, o brodo, io te le farei ‘ngoià ‘ste bischerate deh, Madonna troja e Cristaccio majale!”

Era caduto nella mia trappola. Segnai nell’aria gelida l’intricato sigillo di Buer, esclamando:

“Vauro non sei stato attento. Le bestemmie sono come le rose, devi sempre dirle dispari, e tu ne hai dette solo sei.”

Dissolto l’incantesimo, Vauro ebbe appena il tempo di emettere un rassegnato “Deh”, prima di venire violentemente espulso dallo spaziotempo. Rientrai in casa e alzai il riscaldamento.

Washitsu
washitsu

 

 

 

 

PS: Nell’alfabeto ebraico, al numero 20 troviamo Kaf, e al 3 Gimel: K-G. Robert Temple come secondi nomi faceva Kyle Grenville, Kenneth Grant (nato il 23 maggio) fu stretto collaboratore e secretario dello zio Al, e Kallisti Gold è l’erba preferita del protagonista di Illuminatus! Di Robert Anton Wilson.

GIACK BAZZ IS NOT FAMOUS – Giack Bazz

Tizio che in faccia somiglia a Giack Bazz

Io non so nulla di questo Giack Bazz se non che vive a Modena. Penso.

Questo lo scrivo per pararmi il culo e potermi inventare quello che mi pare su Giack Bazz.

Guardo la copertina dell’album e capisco quale sia la sua mitopoiesi, una roba che sta da qualche parte nel riflesso delle luci artificiali di un’America già di per sé un simulacro, quella dei late show televisivi. Solo che, invece degli sfondi delle finte vetrate che danno sulla notturna New York c’è uno skyline di Modena – almeno mi pare, la torre che si vede sembra la Ghirlandina -, al posto di un David Letterman c’è un manichino e la figura di Bazz è lì meditante sulla poltrona per gli ospiti…

cosa che dice molto sull’ubiquità del progetto musicale che è fisicamente piantato in Emilia e spiritualmente ingabbiato in quell’America lì.

L’album si apre con questa cantilena chitarra e kazoo e passa a una ballata poco interessante, Rose Tinted Hell.

Quando ascolti American Soul sei sicuro di essere dalle parti di Bruce Springsteen e le cose si fanno DAVVERO interessanti con Candy.  Pezzo che boh, odio scrivere certi termini ma è “acquatico”, notturno, rilassante come le lumache che ti camminano fuori la veranda dopo i temporali estivi.  Così, da un cantautorato un po’ grezzo le cose finiscono tra le piaghe un  intime della musica e The Chuch of Man sfiora la definizione “minchia davvero un gran bel pezzo”, un gospel punk, una roba molto simile al Nick Cave della fase storica che vive tra Nocturama e Dig Lazarus Dig. Manco a farlo apposta il testo è zeppo di riferimenti religiosi, riferimenti che diventano di tutt’altro gusto nel pezzo successivo che mi pare si chiami & .

Arrivati a Forgotten Media ti rendi conto che, per quanto possa essere citazionista , Giack Bazz ha qualcosa di spiccatamente personale: le composizioni per chitarra, dove dorminano arpeggi e accordi minori, una voce pulita e ogni tanto sporcata nei cori un po’ più post-grungettoni e i dei testi pieni di riferimenti a oggetti e riferimenti biografici, risalta infine qualche fantasma dell’infanzia. O dell’adolescenza. Spuntano synth, pianoforti, insomma pezzi di altri strumenti, ma domina il duo voce-chitarra, per tenere su una sorta di pastoralità. C’è spazio per cose di questo genere:

“Already crying out loud • You make me sad but i don’t know how • Like an old console that no one plays with anymore • I’m primal tech • I’m outdated • Foolish • Like Christmas decorations off in a summer sky • I can’t compete • Stuck up veneer • I’m what you wanted, deserted and neglected • Already dead by now • you make me sad but I don’t know how “

FORGOTTEN MEDIA E’ UN PEZZO MERAVIGLIOSO ndr

Giack Bazz è proprio bravo a giocare con la musica,  gli esce facile, o almeno così fa sembrare. Si potrebbe dire che ascoltare il suo album è un po’ come finire in ostaggio. Lo dico perché se uno mi chiedesse di ascoltare un bignami della musica rockfolkalternativeindie fatta da un modenese, di primo acchito gli direi anche no.  Ma la realtà dei fatti è che già dopo tre pezzi la sindrome di Stoccolma si fa pesante e ogni canzone sembra preziosa e da queste parti è una cosa rara, penso ve ne siate resi conto. Giack Bazz ha scritto una album che non solo ricorda i tizi che ho scritto su, ma addirittura ci sono momenti di Kurt Vile, Pavement e Red House Painters.
Cosa cazzo gli vogliamo dire? Grazie.

 

dda

LOMAX – Oggi Odio Tutti

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Alan Lomax è stato un famoso etnomusicologo : 3

Ci sono cose che sono difficili da spiegare

tipo:

Perché nel 2017 i LOMAX non hanno raccolto il successo che si meritavano?

Oggi Odio Tutti è uno di quegli album (EP, ops) che puoi metter su in momenti diversi della giornata. Va benone mentre fai colazione, ma pure mentre caghi o che ne so, mentre rassetti il letto o ti giri una sigaretta; che va benissimo in qualsiasi contesto emotivo: da ascoltare mentre fai spago, dopo che mandi affanculo il/la tuo/a ragazzo/a dopo che ha fatto/a lo/a stronzo/a, ok da ascoltarsi mentre vai a lavoro o quando fa caldo e sei in bici sulla tratta Modena-Nonantola a guardare le officine abbandonate.

Come fa ad avere una vestibilità così alta sta roba?

E’ un punk, un rock alternativo, una cosa a volte emo, che è schietta vera. Va veloce, ma è soprattutto chiarissimo. Segui il testo che è una bellezza. Le voci unisone stanno sempre x2 a coretti e i testi sono proiettili di plastica, cattiverie, parolacce, offese e prese di posizioni che sembrano uscite dalla bocca di una paio di adolescenti offese:

Non vedo l’ora che muori
Voglio i miei dischi le magliette il risiko e le biciclette tutte le mie sigarette le manie le mie schifezze non è niente di importante dammi solo le mutande le canzoni le tue tende le mie mani le tue urla
Non vedo l’ora che muori

Ora la butto lì, ma per quanto mi riguarda una delle piccole rivelazioni dello scorso anno sono stati i Gomma  che  hanno regalato a un mercato italiano spiccatamente ridondante e perennemente in differita rispetto all’Inghilterra e agli USA un diamante grezzo.

La cosa forte dei Gomma c’è pure nei Lomax: una decina di sfumature e generi differenti, tenuti assieme da uno scatto musicale acerbo, infantile, provinciale . Sono delle cose che ti escono quando c’hai 20 anni, forse meno, forse poco più. Ok?

Ma nei Lomax c’è qualcosa che mi ricorda anche loro:

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Eh, sta al trio emiliano farci capire se la cosa è voluta oppure no. Magari con la roba che faranno dopo questo EP.

ps i Lomax sono Valentina, Matteo e Greta. Penso.

dda

Musica brutta quindi bella: JPEGMAFIA

Una metafora dell’industria culturale oggi.

Lo zeitgeist degli ultimi due anni si può sintetizzare  così: 1) Ghali nelle orecchie di Saviano  2) Sfera Ebbasta nelle orecchie del mio coinquilino che ha ascoltato Merzbow per circa tre quarti della sua adolescenza. Tutta questa storia della trap ha smesso di essere divertente da un po’: all’inizio era un feticcio snob e intellettualistico da sventolare nelle conversazioni serie per alzare il livello dei layers, e quindi invalidare il discorso. Adesso che la trap ha soppiantato Laura Pausini nell’immaginario collettivo occorre ritornare ad ascoltare i lamenti di un maiale sgozzato.

Da buoni vecchi maschi medi occidentali ci siamo presi bene per i Death Grips quel tanto che bastava per demandare a un gruppo cool la nostra voglia di trasgressione. Ora però, a riguardare le foto su Instagram di qualche anno, la verità appare in tutta la sua misera crudeltà: eravamo ragazzi bianchicci e magrolini che indossavano magliette nere di MC Ride e inneggiavano a una rabbia buona al massimo per seccare il proprio opponent a Call of Duty.

Per emozionarci ascoltiamo ancora, nel buio della nostra cameretta, una ballad di Yung Lean, un pezzo sanremese di Bladee,  un anthem di Ecco2K, o qualcosa di disturbante di Uli K. Oppure Sickside della DPG, che per inciso è la cosa italiana più  vicina ai prodotti della Drain Gang (Sto fumando gelato/Ho il collo congelato/Ho il cuore congelato/Il cuore mi si è spezzato). Ma sono piaceri privati, da tenere in serbo per quelle notti in cui facciamo scroll sulla bacheca di Canini&Gattini

Ultimamente ci siamo presi bene per i Brockhampton: una sorta di Wolf gang del noise rap i cui membri – chiusi nella loro comune texana – sfornano singoli e video a getto con un’estetica low profile riconoscibile quanto accattivante. Ma a volte vorremmo qualcosa di più duro.

JPEGMAFIA viene da Baltimora, e questo già gli fa guadagnare street creed, perché ci ricordiamo delle giornate passate a tifare Omar Little, il Clint Eastwood dei nostri tempi. La sua musica è un miscuglio di frammenti noise, flow strascicato e liriche contro l’alt-right (!), a metà fra i sermoni da crackomane di MC Ride e l’estetica furbetta dei Brockhampton. Insomma è un tizio molto arty che fa della musica estrosa, una mazzata sui denti con il cattivo gusto dell’arte post-internet (qualsiasi cosa significhi). E con una vena politica, quasi anti-nichilista, che manca a gente come i SuicideBoys

Io ascolto Veteran da una settimana. È un buon antidoto al passare i pomeriggi su WordStarHipHop fra video di trapper intercambiabili fra loro e tizi dalla muscolatura ipertrofica e i tatuaggi che avremmo messo al nostro avatar di GTA.

g.bit

 

Mislay – Mislay EP

 

L’incubo della mia esistenza

Qualche anno fa per la prima volta sono stato in Sardegna. Il viaggio in sé non penso riuscirò mai a dimenticarmelo, l’ho vissuto un po’ come un trauma, perché

a) passai ore e ore di attesa, solo come un cane e senza nulla da leggere, in quel baretto livornese che sta proprio di fronte al molo dove partono le grosse navi che portano ad Olbia o da qualche parte in Corsica

b)la tratta in nave fu inferno, mi addormentai su una delle sedie a sdraio attorno la piccola piscina sul ponte di coperta. Verso mezzanotte mi sveglio che c’è un freddo incredibile e tira un vento così forte che mi fa difficilissimo camminare. Se devo ricordare un momento in cui sarei dovuto morire in modo bruttissimo, ecco, io sono sicuro fossi ad un passo dal volare verso il mare, che non avevo mai visto così nero. Gli incubi dei marinai di Nantucket, che dico, oltre la barriera di metallo dalla vernice sguastata potevo scrutare gli occhi del Kraken.

Ma riesco a farcela e finisco al coperto e al caldo. La piccola nave da crociera è un residuo dei fine anni novanta, piena di fotografie di sportivi come il primo indimenticabile Ronaldo o, che ne so, Del Piero. Ci sono solo russi e tedeschi, passo il tempo giocando a Metal Slug.

Arriva la mattina, e l’incubo dalle tinte lovecraftiane è lontano e di fronte c’è Olbia, che sembra così bella in quel momento che a momenti manco Miyazaki sarebbe riuscita a disegnarla così pacifica.

Tutto questo per dirvi che i Mislay sono di Olbia, e in mezzo ci suona Marco, chitarrista (anche adesso? non lo so) degli Amesua. Non c’è nulla di nuovo nei Mislay, ma sono due pezzi veloci, potenti e sanno un sacco di estate, gente che va sullo skate e si schianta le birre sotto i portici dei quartieri dormitorio.

La voce è più rude di quanto sia la melodia, un po’ più di Anselmo nei Down, un po’ meno di Anselmo Superjoint Ritual.

E ora aspetto l’album.

 

dda

E.T.I. – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare Aleister Crowley (un’elegia).

Forse non tutti sanno che: Harrison Ford non ce lo voleva il cavallo origami nel Director’s Cut.

Junkies down in Brooklyn are going crazy
They’re laughing just like hungry dogs in the street
Policemen are hiding behind the skirts of little girls
Their eyes have turned the color of frozen meat
Blue Öyster Cult, Joan Crawford Has Risen from the Grave, 1981.

Mentre ero in Erasmus in Inghilterra, pagato dall’elite mondialista deterritorializzata di Bruxelles, mi chiesero di scrivere un pezzo leggero su quali effetti produceva nella psiche umana l’ascolto di Ain’t No Mountain High Enough sotto l’influsso di 10 diverse droghe. Non avendo a mia disposizione degli stagisti, all’epoca, decisi di usare me stesso come cavia.

Realizzai tuttavia quasi subito quanto procedere in modo lineare – diciamo, una sostanza al giorno per dieci giorni consecutivi, tenendo un diario sulle sensazioni che il misto di vibrazioni R&B e la merda che mi girava in vena producevano sul mio già disastrato corpo amigdaloideo e infine realizzare il pezzo per la modica cifra di 8 euro netti in ritenuta d’acconto – fosse una stronzata. Quindi decisi di andare al pub più vicino (che incidentalmente era il depravato White Horse di Oxford) per discutere sul da farsi coi miei coinquilini, un pakistano gravemente dipendente dalla marijuana (A), una svedese obesa ossessionata dal pene degli uomini subsahariani (B) e un cipriota di origine turca, fervente seguace di Osho (C).

Appena sedutomi al nostro consueto tavolo d’angolo, tuttavia, ecco partire dai bisunti altoparlanti della bettola A Fire of Unknown Origin. Nessuno dei miei subumani sodali mosse un muscolo, ognuno perso nei propri incubi lovecraftiani. Io invece, che da diversi decenni ho sviluppato la capacità di sintonizzarmi con le sottili vibrazioni dell’universo e capire quando le potenze cosmiche mi stanno trasmettendo un messaggio significativo, mi misi a pensare al Necronomicon.

Ironicamente, la Wikipedia ancora attribuisce a Peter Levenda un libro che, nel bene e nel male, ha segnato il turbido rimuginare di una generazione di occultisti newyorchesi. Come la demoniaca personificazione di un’epoca – quella di David Berkowitz, del satanismo in salsa hubbardiana, di “Herman l’orribile” e il suo Magickal Childe, di Michael Aquino, del crack e del CRACK – il libro dei nomi dei morti si è manifestato sul piano materiale attraverso una serie di eventi ambigui, e ha lasciato dietro di sé una successione di individui fuori dal comune.

Il Simonomicon, come i chaoti inglesi amano chiamarlo mentre si ingozzano di cetriolini sottaceto e leccano francobolli di feniletilammina venduti loro per sacro acido a 20 sterline al pezzo, viene pubblicato nel ’77 da Schlangekraft, apparentemente frutto di un furto di libri perpetrato da due sacerdoti ortodossi, che scovano il leggendario ricettario sumero di magie demonìache, lo traducono malamente e lo liberano nel mondo per il bene, male, per il neutro dei posteri.

Per decenni, illustri menti strafatte si sono interrogate sull’identità di Simon, ripercorrendo da un lato la grottesca vicenda del furto di libri, e di come negli anni ’70, per sfuggire alla leva e al conseguente piombo vietcong, giovani virgulti ‘murigani arrivarono persino a fingersi preti (e gli ortodossi prendevano su un po’ chi capitava), e dall’altro ripescando dallo scatolone dei vinili Agents of Fortune, quarto LP dei Cult, prodotto dal recentemente defunto Sandy Pearlman, Hunter Thompson del Rock’n’Roll dei bei tempi che furono, critico, poeta, visionario. Il passo è un po’ lungo, ma cercate di starmi dietro.

Il miglior pezzo[1] di Agents, seppur forse tra i meno conosciuti dei Cult, è E.T.I. (Extra-Terrestrial Intelligence). Un paio di versi, tanto per gradire:

I hear the music, daylight disc
Three men in black said, “Don’t report this”
“Ascension, ” and that’s all they said
Sickness now, the hour’s dread

All praise
He’s found the awful truth, Balthazar
He’s found the saucer news

I’m in fairy rings and tower beds
“Don’t report this, ” three men said
Books by the blameless and by the dead
King in yellow, queen in red.

Ora, non bisogna essere Jack Parsons per trovare degli elementi quanto meno peculiari in un pezzo rock del ’75 apparentemente nonsense – dischi volanti, cerchi magici, il Re in Giallo, la Donna Rossa, tutto urla ‘zio Al’ lontano un miglio. Il che concorda perfettamente con la lunga liaison tra Pearlman e Crawdaddy, rivista sulla quale, guarda caso nel ’75, Burroughs (notorio membro dell’O.T.O.) pubblica un significativo dialogo con Jimmy Page sul valore esoterico della musica…

Casey Rae, che se ne è recentemente uscito con un libro su Burroghs e il culto del Rock’n’Roll, ha definito Pearlman come un amante del nascosto, dello strambo, e del grottesco, specialmente nella letteratura. E con le lettere arriviamo quindi al dunque – il Libro di cui sopra, il libro dei morti. Il Balthazar del ritornello ha origini innanzitutto neotestamentarie, è uno dei tre (3) Re Magi. Ma anche Shakespeariane: è il nome del servo che rivela a Romeo che Giulietta è morta (‘the awful truth’). In tertîs, si riferisce a Dennis Balthaser, uno dei più attivi ufologi d’America, particolarmente infoiato sui fatti di Roswell, 1947 (‘the saucer news’).

Poco prima che lo zio Al tirasse le cuoia dopo una vita dedita agli oppiacei e al gin, un suo compagno di merende, il razzista (nel senso di persona che studiava i razzi) Jack Parsons, in dolce compagnia dell’artista Marjorie Cameron (la quale, per chi non apre i link, in seguito collaborò anche con Kenneth Anger), si dedicò a un lavoretto basato su un suo testo del ’17, The Moonchild. Il progettino – che tra parentesi prende il nome di Babalon, manco a farlo apposta – aveva il modesto scopo di materializzare in terra la Donna Rossa per mettere fine al Kali Yuga che impazzava in quegli anni. Il terzo incomodo invitato alla festicciola a base di eroina e magia sessuale era (che ve lo dico a fare) Rob Hubbard. A seguito di questo simpatico esperimento, che consisté nell’aprire un portale verso dimensioni superiori alla nostra, abitate da creature grigiastre da Crowley chiamate i Lam, si scatenò la febbre degli UFO che avrebbe disseminato panico e sconcerto nei decenni a venire (e l’ottimo Chris, maestro di panico e sconforto indotti da psicofarmaci artigianali, ce ne rende ben edotti).

In conclusione, cosa collega i dischi volanti di Roswell, la messianica nascita di un ibrido umano-transdimensionale in seguito all’unione tra la Regina Rossa (la grande madre) e il Re in Giallo (la bestia 666), il Libro che, tra le altre amenità, anche di questo tratta, un produttore Rock’n’Roll con formazione socioantropologica, culo e camicia con Burroughs e autore di un poemetto precisamente su ‘sta roba, la Trinità, la bamba, e il pezzo che mi era stato chiesto di scrivere precisamente quindicimila anni prima in una savana del paleolitico superiore?

Torniamo al White Horse di Oxford. Mentre il pensiero delle scadenze, delle bollette e degli impegni mi scivola come acqua sull’olio (ricordo che all’epoca ero pagato, e lautamente, dal regime europeista apolide atomizzato della finanza transnazionale). A, B e C mi fissano con i loro occhi privi di anima, in attesa che risponda a una domanda che – presumibilmente – mi è stata posta e che posso solamente provare a immaginare (l’immaginazione non mi manca), per poi produrre in tempi ridottissimi una risposta che potrebbe soddisfare la circostanza. Senza nemmeno battere le ciglia replico con un verso di Ozzy che parla di eroina. I loro occhi si spalancano e noto solo ora che sono privi di ciglia, di iridi e di sclera. Improvvisamente il White Horse somiglia molto meno a un sudicio e deprimente pub della periferia di Oxford, e più all’interno di una collina, o un utero pulsante. Dal juke box gelatinoso nell’angolo in ombra emergono con fatica le note di Ain’t No Mountain High Enough. Rabbrividisco, cercando nervosamente qualcosa di appuntito a portata di mano.

 

Washitsu
washitsu

 

 

 

 

[1] I metodi utilizzati per giungere a questa conclusione sono consistiti nel mio insindacabile giudizio e se avete qualche problema potete venire a trovarmi giù al campetto questo sabato pomeriggio e dirmi che cazzo di problema avete, poveri stronzi, che poi vi meno coi miei amici.

Non ti piacerà – Il ritorno e la fine degli Auden

Un film bello che nessuno si ricorda.

Sono uno di quelli che quando deve scrivere un pezzo su di un’artista che conosce poco -ma anche quando lo conosce bene- passa metà del tempo  su Google cercando informazioni utili e chicche simpatiche da spacciare.

La realtà dei fatti è che sulla vita&opere&miracoli degli Auden si trova pochissimo, se non del periodo V4V, davvero breve e troppo recente.

Eppure l’assenza di informazioni e notizie della band sul web ci dice tanto, tantissimo: che quella degli Auden è un’epica che appartiene ai lontani giorni di Windows 98 e delle immagini da 1Megabyte caricate in un minuto di patetica attesa.

Quattro ragazzi alla fine degli Novanta si mettono in testa di voler portare i suoni  americani più squisiti e interessanti del periodo, cioè il math, l’emo e manco a farlo apposta il 1999 è l’anno dell’incredibile album degli American Football.

La storia della band, nel suo complesso, sa un po’ di quei film belli ma che scopri solamente mentre ricostruisci il puzzle di qualche filmografia di un regista o di genere.

Degli Auden si conosce l’indecisione della lingua, se cantare e scrivere in italiano  o inglese. Cosa si sono portati appresso per tutta la discografia, pure sul finale. Il penultimo album, Some Reckoning, per dire, è tutto cantato in albionese.

Personalmente seguo poco gli italiani che non cantano in italiano, a meno che non siano delle bestie strumenti alla mano, a meno che non scrivano cose davvero illuminanti. La causa della mia autarchia probabilmente è anche semplice, eh, semplicemente mi piace l’idea di un testo che ti tiri sotto come un treno senza star troppo a doverci fare del listening (penso di avere al massimo un B2).

Non ti piacerà è invece tutto cantato in italiano. Ha una durata che è quella di un rapporto sessuale di durata medio/breve, ma è un album che ha l’intensità che dovrebbe avere un rapporto sessuale che dura nemmeno venti minuti. Non ti piacerà suona come una di quelle scopate d’addio tra due persone che si amano molto ma la cosa deve finire per cazzi vari.

perché dobbiamo chiamare le cose con altri nomi per capire e nascondere le nostre scuse pronte le mani sulle orecchie per non sentire niente di quello che ci ammala vorremmo un’altra prova ma è finita è finita così

L’album si apre con finita così, che è una cavalcata emo, un overture che sa anche di chiusura, un modo perfetto per far capire tutta la semantica della cosa.

 marcire guastarsi andare a male finire le cose che fanno già schifo sbiadire sgualcire arrendersi al resto strappare parole che hanno fallito –Marcire

Non ti piacerà pare che parli di come la vita logori le cose, i rapporti, di come l’unica cosa possibile sia il ricordo. Lo fa con le chitarre che i fan degli Auden già conoscono benissimo,  una voce che non si concede mai di essere core, ma se ne sta sempre su un melodico dolce.

Per distrarci chiude l’album, breve ma ci sta. Canzone bella, che parte con una chitarra e, magari involontariamente, rimanda all’eterna Teenage Riot dei Sonic Youth.

L’anno scorso gli Auden hanno suonato, spesso aprendo ai fratelloni dei FBYC.

A proposito di FBYC, Jacopo Lietti intervistato da Noisey qualche tempo fa ha detto

“Io ne ho pieni i coglioni dell’emo, di tutto questo revival. Credo che sia un po’ sfuggita di mano quella roba. Sono nati uno dietro l’altro gruppi che non avevano niente da dire, non hanno cambiato niente e non hanno aggiunto nulla rispetto a quello che c’era già stato.”

Se quindi l’album può sembrare una roba un po’ autocelebrativa, in realtà potrebbe anche esserlo, ma visto così, con quelle pesanti parole di Lietti, sembra anche il requiem emo di un’intera generazione. Bella.

Potreste seguirli qui, sperando nel miracolo di qualche data lontana dai confini della capitale romana.

dda

Dischi del Mese #0 Gennaio/Febbraio

Shame – Songs of Praise

Sarà anche vero che la trap in Italia è il nuovo rock (almeno così ci fa sapere l’intellighenzia che ha studiato), ma probabile si intenda nel senso peggiore del termine: c’è di mezzo la questione dell’autocompiacimento e dell’essere un baraccone del cazzo smercia soldi e cocaina

-in realtà non so che tipo di droga si facciano, rimangio l’ultima parola –

Ok, la trap è il nuovo rock. Ma in Inghilterra il punk è sempre lo stesso, esce fuori quando al governo ci sono gli stronzi e anche gli elettori non scherzano. Nell’era dell’Albione Brexit gruppi come Idles e Fat White Family sfondano i palchi e ora è il momento degli Shame. Meno punk, più post eh, ci sono momenti del Bowie berlinese, Smiths e rimasugli di Joe Strummer. E si può già scommettere sulla stella in ascesa del cantante, tale Charlie Steen, un ragazzetto di Brixton che pare voglia cogliere l’eredità spirituale di Mark Smith. Un po’ perché, come nei Fall, esiste questa diarchia tra la strumentazione post e una voce punk. Ma c’è di mezzo la questione dei testi, che negli Shame hanno questa struttura narrativa e fortemente cinematografica.

“So in the past week I’ve made several trips to the gynecologist
He was surprised to see me standing there
With my golden ticket hanging out of my left pocket
As I entered the building I saw large acrylic paintings span the ceiling
And the stale smell of silicone clung to the wall
I breathed it in, I breathed it out
I thought nothing of it then and I think nothing of it now
I think nothing of it now” The Lick

Ogni canzone dell’album è una killer app. No dai, sono serio, Songs of Praise, posso già permettermi di dirlo, è uno degli album più belli del 2018.

dda

 

Fu Manchu – Clone of the universe

L’album non ti da il tempo di prepararti le recchie. Clone of the Universe è come vedere quei tizi che giocano benissimo a Street Fighter, come il mio amico Demetrio: prende Honda e ti mette all’angolo, con una lunga serie di Hundred Hand Slaps non ti fa respirare fino a quando non vuole finirla.

Tutto quello che è nato ai tempi dei Fu Manchu è morto. Se non biologicamente, a livello di immaginario la musica stoner sembra aver perso quel guizzo di due decenni fa. Ma questo album vi giuro che è metafisico, ha un paio di passi maggggici. Don’t Panic provoca una sinestesia, hai l’immagine del deserto rosso. I testi dei Fu sanno di sciamani strafatti e motociclisti sbronzi di whisky messi assieme nella stessa capanna, ma quello che vale la pena è quel finale lunghissimo che si chiama IL MOSTRO ATOMICO, un trip di pattern chitarristici in loop, ammassi di assoloni, mazzate di batteria, vomitate sludge. I nonni che i millenials dovrebbero avere.

dda

The Sprawl – EP 2

The Sprawl è un progetto tricefalo messo su da Mumdance, Logos e Shapednoise. I primi due, di base a Londra, si sono fatti conoscere per le incursioni nel territorio dell’acid house rivisitata in chiave futurista, una sorta di fusione fra rave dei tardi Novanta e paesaggi attraversati da droni senzienti. Il terzo è un producer siciliano di stanza a Berlino, anch’egli avvezzo a mischiare la musica da ballo e i ritmi più decostruiti. Vidi The Sprawl al Club to Club di qualche anno fa, mi colpì l’oltranzismo del progetto, il muro di suono eretto che comunicava la volontà di trasformare la sala nella stanza dei bottoni della prossima guerra automatizzata. Ancora una volta, ascoltando questo secondo denso ep, non stento a credere che – se guardassi fuori dalla finestra – vedrei sfilare colonne di mecha in parata, mentre in cielo sfrecciano flussi di dati liberati dalle limitazioni di qualsiasi hardware. Futurismo distopico e ritmi acidissimi, l’astrazione della tecnologia più imperscrutabile e la materialità della macchina che sollecita il corpo: gli Autechre in sedicesimo nel prossimo club pieno di cappellini Champion.

g.bit

Rejjie Snow – Dear Annie

Ho un tatuaggio di James Joyce dall’età di diciannove anni, dunque non potevo non appassionarmi alle gesta di questo musicista mezzo nigeriano e mezzo irlandese cresciuto a Dublino. Snow ha la cazzimma e lo stile giusto per rimanere molto tempo nelle playlist Spotify dei bianchi che ascoltano Frank Ocean, The Weekend o D’Angelo, insomma quella black music ripulita e cavalcata da anni dalle webzine Pitchfork-oriented. In più Snow ci sa fare con la musica urban e ha un discreto flow, insomma sa anche spingere sull’acceleratore. Questo è il suo primo album, quello in cui mette le carte in tavola e apre la valigetta delle sue influenze, dall’hip hop al R’n’ B. Non so se nel corso del tempo perderà la freschezza, ma per ora è un bel sentire.

g.bit

Futbolín – Shy Guys, Malmo Days

C’è questo fatto buono riguardo il generale spostamento in avanti dell’età di fare le cose: cioè che pure se il candidato premier della prima forza politica del Paese è di un anno più giovane di te, e tu ancora passi le mattine a guardare Superjail con le dispense aperte sgocciolate di caffè sul tavolo in affitto e un’Erasmus in bagno a far la doccia, comunque puoi bearti della possibilità protratta di sfuriare umori post-adolescenziali oltre le naturali scadenze ormonali senza suonare poser, patetico giovanilista come la copertina di ¡Uno!, Rivers Cuomo nel 2017 e le scritte col carattere Moderno sulle storie Instagram di Paolo Gentiloni.

Miracolo della sociologia vs. social media manager di Palazzo.

Ci si potrebbe domandare a questo punto dov’è che sta il fatto buono, e dove il miracolo. Il fatto buono sta che magari nel frattempo, negli anni, con lo spirito continuato e sempre vivo, tu hai pure imparato a suonare e cantare davvero. Il miracolo sta nel fare uscire un disco che renda l’idea.

Perciò, perché innanzitutto rappresenta, noi ci teniamo caro e importante questo miracolo di disco da Verona, con la chitarra arcade di Fox e Kunimitsu citata sul video di couch, e le urla acide e arcigne come Mayo (quello senza Di) e i testi ingenui in inglese per essere ancora più ingenui (ma inattaccabili), e gli insertini di tastiera come i Get Up Kids quando hanno inserito le tastiere e i L’Amo (per dirne due belli), e tutto comunque suonato solido e maturo con le dinamiche celesti e la promessa di essere suonato bene pure dal vivo.
Essendo l’emo la nuova trap.

pmc

Hookworms – Microshift

I sempre attivi cookie di profilazione della gente che scrollo ogni giorno sui social dicono che è piaciuto tanto il nuovo degli Ought, che c’è attesa per il prossimo disco dei King Gizzard, che qualcuno è andato a sentire gli Slowdive al Locomotiv, che lo screamo e la techno sono generi ancora piuttosto frequentati, che la ressa per ordinare la ristampa di SxM ha impallato il sito della Tannen Records, che Twin Fantasy d o v e v a uscire così, che il Nintendo Labo è una bomba, che la Lega ha fatto risultato.

Dicono, in buona sostanza, che sono un bianco circondato da bianchi.

Gente bianca, questo disco è per voi.
Anche più di American Dream degli LCD Soundsystem, che era pure bello. Già Negative Space in apertura se lo mangia, con la sua sequela di anthem da età dell’oro dell’elettroclash con la cassa dritta e i bpm, il tiro, i synth che entrano a braccio teso, l’effetto voce stupido della chitarra: tutto bianco come il San Pietro della Lavazza.
Poi c’è il kraut funzionale, a condire, con le schitarrate wah lunghe, il basso che fa la calda e la fredda, il tempo dimezzato sull’organo dilatato. The Soft Season che paiono gli Animal Collective, Opener forse i War On Drugs con meno chitarra e più organo; altre cose bianchissime verso il finale.

Con le asperità garage levigate rispetto ai precedenti, e le linee vocali curatissime che su Shortcomings quasi ci senti Mika, gli Hookworms hanno fatto uscire un bel compendio, una bella monografia sul bianco musicale che arranca, eppure resiste, o comunque scorre ancora fresco.

pmc