Musica brutta quindi bella: JPEGMAFIA

Una metafora dell’industria culturale oggi.

Lo zeitgeist degli ultimi due anni si può sintetizzare  così: 1) Ghali nelle orecchie di Saviano  2) Sfera Ebbasta nelle orecchie del mio coinquilino che ha ascoltato Merzbow per circa tre quarti della sua adolescenza. Tutta questa storia della trap ha smesso di essere divertente da un po’: all’inizio era un feticcio snob e intellettualistico da sventolare nelle conversazioni serie per alzare il livello dei layers, e quindi invalidare il discorso. Adesso che la trap ha soppiantato Laura Pausini nell’immaginario collettivo occorre ritornare ad ascoltare i lamenti di un maiale sgozzato.

Da buoni vecchi maschi medi occidentali ci siamo presi bene per i Death Grips quel tanto che bastava per demandare a un gruppo cool la nostra voglia di trasgressione. Ora però, a riguardare le foto su Instagram di qualche anno, la verità appare in tutta la sua misera crudeltà: eravamo ragazzi bianchicci e magrolini che indossavano magliette nere di MC Ride e inneggiavano a una rabbia buona al massimo per seccare il proprio opponent a Call of Duty.

Per emozionarci ascoltiamo ancora, nel buio della nostra cameretta, una ballad di Yung Lean, un pezzo sanremese di Bladee,  un anthem di Ecco2K, o qualcosa di disturbante di Uli K. Oppure Sickside della DPG, che per inciso è la cosa italiana più  vicina ai prodotti della Drain Gang (Sto fumando gelato/Ho il collo congelato/Ho il cuore congelato/Il cuore mi si è spezzato). Ma sono piaceri privati, da tenere in serbo per quelle notti in cui facciamo scroll sulla bacheca di Canini&Gattini

Ultimamente ci siamo presi bene per i Brockhampton: una sorta di Wolf gang del noise rap i cui membri – chiusi nella loro comune texana – sfornano singoli e video a getto con un’estetica low profile riconoscibile quanto accattivante. Ma a volte vorremmo qualcosa di più duro.

JPEGMAFIA viene da Baltimora, e questo già gli fa guadagnare street creed, perché ci ricordiamo delle giornate passate a tifare Omar Little, il Clint Eastwood dei nostri tempi. La sua musica è un miscuglio di frammenti noise, flow strascicato e liriche contro l’alt-right (!), a metà fra i sermoni da crackomane di MC Ride e l’estetica furbetta dei Brockhampton. Insomma è un tizio molto arty che fa della musica estrosa, una mazzata sui denti con il cattivo gusto dell’arte post-internet (qualsiasi cosa significhi). E con una vena politica, quasi anti-nichilista, che manca a gente come i SuicideBoys

Io ascolto Veteran da una settimana. È un buon antidoto al passare i pomeriggi su WordStarHipHop fra video di trapper intercambiabili fra loro e tizi dalla muscolatura ipertrofica e i tatuaggi che avremmo messo al nostro avatar di GTA.

g.bit

 

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Solidarietà ai compagni dipendenti della Spotify Italy S.r.l. di via Tortona 33 in Milano, ma.

Occorrerà operare una distinzione tra il supporto economico, nei limiti della coscienza e della disponibilità individuale, alla musica e all’arte, e quello alla sua infrastruttura parassitaria.

Se paghi Spotify, non sei mecenate di niente. Sostieni una svedesona con ramificazioni globali che prende i tuoi 5/10 euro e li ridistribuisce in forma di royalties alle più o meno major, più o meno indipendenti, nella logica della quantità di traffico generato, della quantità di ascolti. Quanto poi le major e le indipendenti supportino gli artisti, sono cazzi tra artisti ed etichette, eventuali avvocati.
Non sono autarchico: è che avendo la cucina IKEA mi sento già sistemata l’etica, a posto la coscienza capitalista global.
È un discorso anche banale, ma pare che ultimamente si generino incidenti d’opinione tipo:

Leva il fatto che se questo tipo mi dicesse che la figa è bella, gli risponderei che fa schifo, pure argomentando.
A prescindere dalla prescindibilità del suo punto di vista, quel che trovo interessante è che da youtuber, il tipo da Cagliari raccolga e quindi esprima opinioni comuni, a dimostrazione della scadenza del dibattito sulla musica e il suo valore, anche valore di mercato: un’altra spiaggia erosa dalla new wave democristiana.

[Il lato grottesco è vedere masse d’opinione ragionare come la parte della cassetta che mandavi avanti, che è pure diventata un meme. Che devo fare io, sperso in questa landa di guardie? Devo chiedere il distintivo a qualsiasi sconosciuto provi a scroccarmi una zizza in giro?]

Poi leggimi oggi scrivere di new wave democristiana, quando In God We Trust Inc. dei Dead Kennedys, quello della famosa cassetta col lato B lasciato vuoto, uscì nel 1981. E Jello Biafra, nonostante si fosse sempre autoprodotto con la Alternative Tentacles, nel ’94 prese botte gravi al 924 Gilman Street, per essere una “rockstar venduta” agli spettacoli stand-up.

La butto in diplomazia anch’io: se non hai mai sentito Steve Albini parlare di music business, la tua opinione in merito non è necessaria. [*]

Ibra vs. CR7: schieramento Ibra. Ma Svezia vs. Portogallo? Schieramento Portogallo.

Fai conto che per un mese della tua utenza Spotify Deluxe virtuosa hai voglia di ascoltare solo dieci gruppi noisecore che segnano un <1000 nella quantità di ascolti, perché è un mese che va così: il tuo contributo economico consisterà in mezzo caffè a Sfera Ebbasta, manco l’aria che respirano ai tuoi dieci gruppi noisecore. Compragli il disco, magari, e Spotify rubalo.
Rubalo con la mentalità di DDA in brocca di vino, che ragionando sul trend topic Spotify ci dice: «è chiaro che non supporteresti mai McDonald’s e preferiresti mangiarti il catarro ai cheeseburger. Però se trovassi il modo di rubarglieli, i cheeseburger, glieli ruberesti.»
Lavi la carne e la dài ai cani.
Spotify non compie atrocità e DDA è drastico: ma di una brutalizzazione della musica, una connivenza a un sistema discografico che abbiamo sempre osteggiato, sempre cercato di dribblare anche nelle scelte, si macchia sì.
Perché non è tutto ‘sto filantropo chi tra Seeing Red e Straight Edge ti piazza trenta secondi di Ghali (trenta secondi di silenzio, per gli utenti portoghesi più sgamati) e nel pop-up ti piazza la Nike: e per arrogarti il diritto ad un ascolto decente, al netto dell’interfaccia e della profilazione, dovresti, tu utente, spendere una cifra ridicola, nel senso di bassa, che mai ti salverebbe dalla condanna per ignavia al tribunale del supporto alla musica.

Quindi arruba arruba.
A meno che Spotify non sia il tuo unico canale d’ascolto, beninteso. Se il tuo approccio alla musica è buffet e la giacenza media sul tuo conto dice che sei al sicuro, capisco la tua premura legalitaria e sono convinto che tu sia tenuto a pagare. Spotify è pensato per te. Ma non sei mecenate di niente, ci tengo a ricordare.
Ugualmente assurdo, sia chiaro, lamentarsi dell’intransigenza dell’azienda nei riguardi dell’abusivismo: c’è gente che tiene famiglia, anche a città lassù.

Laddove c’è una certa mobilità sul mercato del lavoro.

La cosa bella è che ai fini del conteggio, e pure dell’algoritmo, anche gli ascolti abusivi fanno numero: perciò in teoria più ingrassi il trend degli artisti in trend (sempre gente che sta sotto major), più si dovrebbe fare pesante l’ingerenza delle major su Spotify, più contribuiresti al collasso, annegheresti la svedesona.
È un meccanismo affascinante che peraltro alimenta lo spirito di rivalsa del povero incallito scrobblatore che sono, incapace di accettare il declino e l’ormai evidente fallimento di Last.fm. Ché Last.fm sì, era ben fatto, figlio di uno spirito di condivisione degli ascolti e di un’intuizione francamente geniale, quella dello scrobbling, nobiltà sopravvissuta in un nobile decaduto.

W questo relitto.
Spotify buh, surrogato stupido.

When we did the ‘In Rainbows’ thing what was most exciting was the idea you could have a direct connection between you as a musician and your audience. You cut all of it out, it’s just that and that. And then all these fuckers get in a way, like Spotify suddenly trying to become the gatekeepers to the whole process. We don’t need you to do it. No artists needs you to do it. We can build the shit ourselves, so fuck off. But because they’re using old music, because they’re using the majors… the majors are all over it because they see a way of re-selling all their old stuff for free, make a fortune, and not die. That’s why to me, Spotify the whole thing, is such a massive battle, because it’s about the future of all music. It’s about whether we believe there’s a future in music.
To me this isn’t the mainstream, this is is like the last fart, the last desperate fart of a dying corpse. What happens next is the important part.

Thom Yorke, 2013.

 

 

[*] Che è poi come usare Leopardi per spiegare la poesia a qualcuno che non capisce la poesia, mi rendo conto. Spero mi perdonerai, se sei un lettore saputo, per la banalità dei riferimenti.

paolo marco cintura
pmc

Mislay – Mislay EP

 

L’incubo della mia esistenza

Qualche anno fa per la prima volta sono stato in Sardegna. Il viaggio in sé non penso riuscirò mai a dimenticarmelo, l’ho vissuto un po’ come un trauma, perché

a) passai ore e ore di attesa, solo come un cane e senza nulla da leggere, in quel baretto livornese che sta proprio di fronte al molo dove partono le grosse navi che portano ad Olbia o da qualche parte in Corsica

b)la tratta in nave fu inferno, mi addormentai su una delle sedie a sdraio attorno la piccola piscina sul ponte di coperta. Verso mezzanotte mi sveglio che c’è un freddo incredibile e tira un vento così forte che mi fa difficilissimo camminare. Se devo ricordare un momento in cui sarei dovuto morire in modo bruttissimo, ecco, io sono sicuro fossi ad un passo dal volare verso il mare, che non avevo mai visto così nero. Gli incubi dei marinai di Nantucket, che dico, oltre la barriera di metallo dalla vernice sguastata potevo scrutare gli occhi del Kraken.

Ma riesco a farcela e finisco al coperto e al caldo. La piccola nave da crociera è un residuo dei fine anni novanta, piena di fotografie di sportivi come il primo indimenticabile Ronaldo o, che ne so, Del Piero. Ci sono solo russi e tedeschi, passo il tempo giocando a Metal Slug.

Arriva la mattina, e l’incubo dalle tinte lovecraftiane è lontano e di fronte c’è Olbia, che sembra così bella in quel momento che a momenti manco Miyazaki sarebbe riuscita a disegnarla così pacifica.

Tutto questo per dirvi che i Mislay sono di Olbia, e in mezzo ci suona Marco, chitarrista (anche adesso? non lo so) degli Amesua. Non c’è nulla di nuovo nei Mislay, ma sono due pezzi veloci, potenti e sanno un sacco di estate, gente che va sullo skate e si schianta le birre sotto i portici dei quartieri dormitorio.

La voce è più rude di quanto sia la melodia, un po’ più di Anselmo nei Down, un po’ meno di Anselmo Superjoint Ritual.

E ora aspetto l’album.

 

dda

E.T.I. – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare Aleister Crowley (un’elegia).

Forse non tutti sanno che: Harrison Ford non ce lo voleva il cavallo origami nel Director’s Cut.

Junkies down in Brooklyn are going crazy
They’re laughing just like hungry dogs in the street
Policemen are hiding behind the skirts of little girls
Their eyes have turned the color of frozen meat
Blue Öyster Cult, Joan Crawford Has Risen from the Grave, 1981.

Mentre ero in Erasmus in Inghilterra, pagato dall’elite mondialista deterritorializzata di Bruxelles, mi chiesero di scrivere un pezzo leggero su quali effetti produceva nella psiche umana l’ascolto di Ain’t No Mountain High Enough sotto l’influsso di 10 diverse droghe. Non avendo a mia disposizione degli stagisti, all’epoca, decisi di usare me stesso come cavia.

Realizzai tuttavia quasi subito quanto procedere in modo lineare – diciamo, una sostanza al giorno per dieci giorni consecutivi, tenendo un diario sulle sensazioni che il misto di vibrazioni R&B e la merda che mi girava in vena producevano sul mio già disastrato corpo amigdaloideo e infine realizzare il pezzo per la modica cifra di 8 euro netti in ritenuta d’acconto – fosse una stronzata. Quindi decisi di andare al pub più vicino (che incidentalmente era il depravato White Horse di Oxford) per discutere sul da farsi coi miei coinquilini, un pakistano gravemente dipendente dalla marijuana (A), una svedese obesa ossessionata dal pene degli uomini subsahariani (B) e un cipriota di origine turca, fervente seguace di Osho (C).

Appena sedutomi al nostro consueto tavolo d’angolo, tuttavia, ecco partire dai bisunti altoparlanti della bettola A Fire of Unknown Origin. Nessuno dei miei subumani sodali mosse un muscolo, ognuno perso nei propri incubi lovecraftiani. Io invece, che da diversi decenni ho sviluppato la capacità di sintonizzarmi con le sottili vibrazioni dell’universo e capire quando le potenze cosmiche mi stanno trasmettendo un messaggio significativo, mi misi a pensare al Necronomicon.

Ironicamente, la Wikipedia ancora attribuisce a Peter Levenda un libro che, nel bene e nel male, ha segnato il turbido rimuginare di una generazione di occultisti newyorchesi. Come la demoniaca personificazione di un’epoca – quella di David Berkowitz, del satanismo in salsa hubbardiana, di “Herman l’orribile” e il suo Magickal Childe, di Michael Aquino, del crack e del CRACK – il libro dei nomi dei morti si è manifestato sul piano materiale attraverso una serie di eventi ambigui, e ha lasciato dietro di sé una successione di individui fuori dal comune.

Il Simonomicon, come i chaoti inglesi amano chiamarlo mentre si ingozzano di cetriolini sottaceto e leccano francobolli di feniletilammina venduti loro per sacro acido a 20 sterline al pezzo, viene pubblicato nel ’77 da Schlangekraft, apparentemente frutto di un furto di libri perpetrato da due sacerdoti ortodossi, che scovano il leggendario ricettario sumero di magie demonìache, lo traducono malamente e lo liberano nel mondo per il bene, male, per il neutro dei posteri.

Per decenni, illustri menti strafatte si sono interrogate sull’identità di Simon, ripercorrendo da un lato la grottesca vicenda del furto di libri, e di come negli anni ’70, per sfuggire alla leva e al conseguente piombo vietcong, giovani virgulti ‘murigani arrivarono persino a fingersi preti (e gli ortodossi prendevano su un po’ chi capitava), e dall’altro ripescando dallo scatolone dei vinili Agents of Fortune, quarto LP dei Cult, prodotto dal recentemente defunto Sandy Pearlman, Hunter Thompson del Rock’n’Roll dei bei tempi che furono, critico, poeta, visionario. Il passo è un po’ lungo, ma cercate di starmi dietro.

Il miglior pezzo[1] di Agents, seppur forse tra i meno conosciuti dei Cult, è E.T.I. (Extra-Terrestrial Intelligence). Un paio di versi, tanto per gradire:

I hear the music, daylight disc
Three men in black said, “Don’t report this”
“Ascension, ” and that’s all they said
Sickness now, the hour’s dread

All praise
He’s found the awful truth, Balthazar
He’s found the saucer news

I’m in fairy rings and tower beds
“Don’t report this, ” three men said
Books by the blameless and by the dead
King in yellow, queen in red.

Ora, non bisogna essere Jack Parsons per trovare degli elementi quanto meno peculiari in un pezzo rock del ’75 apparentemente nonsense – dischi volanti, cerchi magici, il Re in Giallo, la Donna Rossa, tutto urla ‘zio Al’ lontano un miglio. Il che concorda perfettamente con la lunga liaison tra Pearlman e Crawdaddy, rivista sulla quale, guarda caso nel ’75, Burroughs (notorio membro dell’O.T.O.) pubblica un significativo dialogo con Jimmy Page sul valore esoterico della musica…

Casey Rae, che se ne è recentemente uscito con un libro su Burroghs e il culto del Rock’n’Roll, ha definito Pearlman come un amante del nascosto, dello strambo, e del grottesco, specialmente nella letteratura. E con le lettere arriviamo quindi al dunque – il Libro di cui sopra, il libro dei morti. Il Balthazar del ritornello ha origini innanzitutto neotestamentarie, è uno dei tre (3) Re Magi. Ma anche Shakespeariane: è il nome del servo che rivela a Romeo che Giulietta è morta (‘the awful truth’). In tertîs, si riferisce a Dennis Balthaser, uno dei più attivi ufologi d’America, particolarmente infoiato sui fatti di Roswell, 1947 (‘the saucer news’).

Poco prima che lo zio Al tirasse le cuoia dopo una vita dedita agli oppiacei e al gin, un suo compagno di merende, il razzista (nel senso di persona che studiava i razzi) Jack Parsons, in dolce compagnia dell’artista Marjorie Cameron (la quale, per chi non apre i link, in seguito collaborò anche con Kenneth Anger), si dedicò a un lavoretto basato su un suo testo del ’17, The Moonchild. Il progettino – che tra parentesi prende il nome di Babalon, manco a farlo apposta – aveva il modesto scopo di materializzare in terra la Donna Rossa per mettere fine al Kali Yuga che impazzava in quegli anni. Il terzo incomodo invitato alla festicciola a base di eroina e magia sessuale era (che ve lo dico a fare) Rob Hubbard. A seguito di questo simpatico esperimento, che consisté nell’aprire un portale verso dimensioni superiori alla nostra, abitate da creature grigiastre da Crowley chiamate i Lam, si scatenò la febbre degli UFO che avrebbe disseminato panico e sconcerto nei decenni a venire (e l’ottimo Chris, maestro di panico e sconforto indotti da psicofarmaci artigianali, ce ne rende ben edotti).

In conclusione, cosa collega i dischi volanti di Roswell, la messianica nascita di un ibrido umano-transdimensionale in seguito all’unione tra la Regina Rossa (la grande madre) e il Re in Giallo (la bestia 666), il Libro che, tra le altre amenità, anche di questo tratta, un produttore Rock’n’Roll con formazione socioantropologica, culo e camicia con Burroughs e autore di un poemetto precisamente su ‘sta roba, la Trinità, la bamba, e il pezzo che mi era stato chiesto di scrivere precisamente quindicimila anni prima in una savana del paleolitico superiore?

Torniamo al White Horse di Oxford. Mentre il pensiero delle scadenze, delle bollette e degli impegni mi scivola come acqua sull’olio (ricordo che all’epoca ero pagato, e lautamente, dal regime europeista apolide atomizzato della finanza transnazionale). A, B e C mi fissano con i loro occhi privi di anima, in attesa che risponda a una domanda che – presumibilmente – mi è stata posta e che posso solamente provare a immaginare (l’immaginazione non mi manca), per poi produrre in tempi ridottissimi una risposta che potrebbe soddisfare la circostanza. Senza nemmeno battere le ciglia replico con un verso di Ozzy che parla di eroina. I loro occhi si spalancano e noto solo ora che sono privi di ciglia, di iridi e di sclera. Improvvisamente il White Horse somiglia molto meno a un sudicio e deprimente pub della periferia di Oxford, e più all’interno di una collina, o un utero pulsante. Dal juke box gelatinoso nell’angolo in ombra emergono con fatica le note di Ain’t No Mountain High Enough. Rabbrividisco, cercando nervosamente qualcosa di appuntito a portata di mano.

 

Washitsu
washitsu

 

 

 

 

[1] I metodi utilizzati per giungere a questa conclusione sono consistiti nel mio insindacabile giudizio e se avete qualche problema potete venire a trovarmi giù al campetto questo sabato pomeriggio e dirmi che cazzo di problema avete, poveri stronzi, che poi vi meno coi miei amici.

Non ti piacerà – Il ritorno e la fine degli Auden

Un film bello che nessuno si ricorda.

Sono uno di quelli che quando deve scrivere un pezzo su di un’artista che conosce poco -ma anche quando lo conosce bene- passa metà del tempo  su Google cercando informazioni utili e chicche simpatiche da spacciare.

La realtà dei fatti è che sulla vita&opere&miracoli degli Auden si trova pochissimo, se non del periodo V4V, davvero breve e troppo recente.

Eppure l’assenza di informazioni e notizie della band sul web ci dice tanto, tantissimo: che quella degli Auden è un’epica che appartiene ai lontani giorni di Windows 98 e delle immagini da 1Megabyte caricate in un minuto di patetica attesa.

Quattro ragazzi alla fine degli Novanta si mettono in testa di voler portare i suoni  americani più squisiti e interessanti del periodo, cioè il math, l’emo e manco a farlo apposta il 1999 è l’anno dell’incredibile album degli American Football.

La storia della band, nel suo complesso, sa un po’ di quei film belli ma che scopri solamente mentre ricostruisci il puzzle di qualche filmografia di un regista o di genere.

Degli Auden si conosce l’indecisione della lingua, se cantare e scrivere in italiano  o inglese. Cosa si sono portati appresso per tutta la discografia, pure sul finale. Il penultimo album, Some Reckoning, per dire, è tutto cantato in albionese.

Personalmente seguo poco gli italiani che non cantano in italiano, a meno che non siano delle bestie strumenti alla mano, a meno che non scrivano cose davvero illuminanti. La causa della mia autarchia probabilmente è anche semplice, eh, semplicemente mi piace l’idea di un testo che ti tiri sotto come un treno senza star troppo a doverci fare del listening (penso di avere al massimo un B2).

Non ti piacerà è invece tutto cantato in italiano. Ha una durata che è quella di un rapporto sessuale di durata medio/breve, ma è un album che ha l’intensità che dovrebbe avere un rapporto sessuale che dura nemmeno venti minuti. Non ti piacerà suona come una di quelle scopate d’addio tra due persone che si amano molto ma la cosa deve finire per cazzi vari.

perché dobbiamo chiamare le cose con altri nomi per capire e nascondere le nostre scuse pronte le mani sulle orecchie per non sentire niente di quello che ci ammala vorremmo un’altra prova ma è finita è finita così

L’album si apre con finita così, che è una cavalcata emo, un overture che sa anche di chiusura, un modo perfetto per far capire tutta la semantica della cosa.

 marcire guastarsi andare a male finire le cose che fanno già schifo sbiadire sgualcire arrendersi al resto strappare parole che hanno fallito –Marcire

Non ti piacerà pare che parli di come la vita logori le cose, i rapporti, di come l’unica cosa possibile sia il ricordo. Lo fa con le chitarre che i fan degli Auden già conoscono benissimo,  una voce che non si concede mai di essere core, ma se ne sta sempre su un melodico dolce.

Per distrarci chiude l’album, breve ma ci sta. Canzone bella, che parte con una chitarra e, magari involontariamente, rimanda all’eterna Teenage Riot dei Sonic Youth.

L’anno scorso gli Auden hanno suonato, spesso aprendo ai fratelloni dei FBYC.

A proposito di FBYC, Jacopo Lietti intervistato da Noisey qualche tempo fa ha detto

“Io ne ho pieni i coglioni dell’emo, di tutto questo revival. Credo che sia un po’ sfuggita di mano quella roba. Sono nati uno dietro l’altro gruppi che non avevano niente da dire, non hanno cambiato niente e non hanno aggiunto nulla rispetto a quello che c’era già stato.”

Se quindi l’album può sembrare una roba un po’ autocelebrativa, in realtà potrebbe anche esserlo, ma visto così, con quelle pesanti parole di Lietti, sembra anche il requiem emo di un’intera generazione. Bella.

Potreste seguirli qui, sperando nel miracolo di qualche data lontana dai confini della capitale romana.

dda

Dischi del Mese #0 Gennaio/Febbraio

Shame – Songs of Praise

Sarà anche vero che la trap in Italia è il nuovo rock (almeno così ci fa sapere l’intellighenzia che ha studiato), ma probabile si intenda nel senso peggiore del termine: c’è di mezzo la questione dell’autocompiacimento e dell’essere un baraccone del cazzo smercia soldi e cocaina

-in realtà non so che tipo di droga si facciano, rimangio l’ultima parola –

Ok, la trap è il nuovo rock. Ma in Inghilterra il punk è sempre lo stesso, esce fuori quando al governo ci sono gli stronzi e anche gli elettori non scherzano. Nell’era dell’Albione Brexit gruppi come Idles e Fat White Family sfondano i palchi e ora è il momento degli Shame. Meno punk, più post eh, ci sono momenti del Bowie berlinese, Smiths e rimasugli di Joe Strummer. E si può già scommettere sulla stella in ascesa del cantante, tale Charlie Steen, un ragazzetto di Brixton che pare voglia cogliere l’eredità spirituale di Mark Smith. Un po’ perché, come nei Fall, esiste questa diarchia tra la strumentazione post e una voce punk. Ma c’è di mezzo la questione dei testi, che negli Shame hanno questa struttura narrativa e fortemente cinematografica.

“So in the past week I’ve made several trips to the gynecologist
He was surprised to see me standing there
With my golden ticket hanging out of my left pocket
As I entered the building I saw large acrylic paintings span the ceiling
And the stale smell of silicone clung to the wall
I breathed it in, I breathed it out
I thought nothing of it then and I think nothing of it now
I think nothing of it now” The Lick

Ogni canzone dell’album è una killer app. No dai, sono serio, Songs of Praise, posso già permettermi di dirlo, è uno degli album più belli del 2018.

dda

 

Fu Manchu – Clone of the universe

L’album non ti da il tempo di prepararti le recchie. Clone of the Universe è come vedere quei tizi che giocano benissimo a Street Fighter, come il mio amico Demetrio: prende Honda e ti mette all’angolo, con una lunga serie di Hundred Hand Slaps non ti fa respirare fino a quando non vuole finirla.

Tutto quello che è nato ai tempi dei Fu Manchu è morto. Se non biologicamente, a livello di immaginario la musica stoner sembra aver perso quel guizzo di due decenni fa. Ma questo album vi giuro che è metafisico, ha un paio di passi maggggici. Don’t Panic provoca una sinestesia, hai l’immagine del deserto rosso. I testi dei Fu sanno di sciamani strafatti e motociclisti sbronzi di whisky messi assieme nella stessa capanna, ma quello che vale la pena è quel finale lunghissimo che si chiama IL MOSTRO ATOMICO, un trip di pattern chitarristici in loop, ammassi di assoloni, mazzate di batteria, vomitate sludge. I nonni che i millenials dovrebbero avere.

dda

The Sprawl – EP 2

The Sprawl è un progetto tricefalo messo su da Mumdance, Logos e Shapednoise. I primi due, di base a Londra, si sono fatti conoscere per le incursioni nel territorio dell’acid house rivisitata in chiave futurista, una sorta di fusione fra rave dei tardi Novanta e paesaggi attraversati da droni senzienti. Il terzo è un producer siciliano di stanza a Berlino, anch’egli avvezzo a mischiare la musica da ballo e i ritmi più decostruiti. Vidi The Sprawl al Club to Club di qualche anno fa, mi colpì l’oltranzismo del progetto, il muro di suono eretto che comunicava la volontà di trasformare la sala nella stanza dei bottoni della prossima guerra automatizzata. Ancora una volta, ascoltando questo secondo denso ep, non stento a credere che – se guardassi fuori dalla finestra – vedrei sfilare colonne di mecha in parata, mentre in cielo sfrecciano flussi di dati liberati dalle limitazioni di qualsiasi hardware. Futurismo distopico e ritmi acidissimi, l’astrazione della tecnologia più imperscrutabile e la materialità della macchina che sollecita il corpo: gli Autechre in sedicesimo nel prossimo club pieno di cappellini Champion.

g.bit

Rejjie Snow – Dear Annie

Ho un tatuaggio di James Joyce dall’età di diciannove anni, dunque non potevo non appassionarmi alle gesta di questo musicista mezzo nigeriano e mezzo irlandese cresciuto a Dublino. Snow ha la cazzimma e lo stile giusto per rimanere molto tempo nelle playlist Spotify dei bianchi che ascoltano Frank Ocean, The Weekend o D’Angelo, insomma quella black music ripulita e cavalcata da anni dalle webzine Pitchfork-oriented. In più Snow ci sa fare con la musica urban e ha un discreto flow, insomma sa anche spingere sull’acceleratore. Questo è il suo primo album, quello in cui mette le carte in tavola e apre la valigetta delle sue influenze, dall’hip hop al R’n’ B. Non so se nel corso del tempo perderà la freschezza, ma per ora è un bel sentire.

g.bit

Futbolín – Shy Guys, Malmo Days

C’è questo fatto buono riguardo il generale spostamento in avanti dell’età di fare le cose: cioè che pure se il candidato premier della prima forza politica del Paese è di un anno più giovane di te, e tu ancora passi le mattine a guardare Superjail con le dispense aperte sgocciolate di caffè sul tavolo in affitto e un’Erasmus in bagno a far la doccia, comunque puoi bearti della possibilità protratta di sfuriare umori post-adolescenziali oltre le naturali scadenze ormonali senza suonare poser, patetico giovanilista come la copertina di ¡Uno!, Rivers Cuomo nel 2017 e le scritte col carattere Moderno sulle storie Instagram di Paolo Gentiloni.

Miracolo della sociologia vs. social media manager di Palazzo.

Ci si potrebbe domandare a questo punto dov’è che sta il fatto buono, e dove il miracolo. Il fatto buono sta che magari nel frattempo, negli anni, con lo spirito continuato e sempre vivo, tu hai pure imparato a suonare e cantare davvero. Il miracolo sta nel fare uscire un disco che renda l’idea.

Perciò, perché innanzitutto rappresenta, noi ci teniamo caro e importante questo miracolo di disco da Verona, con la chitarra arcade di Fox e Kunimitsu citata sul video di couch, e le urla acide e arcigne come Mayo (quello senza Di) e i testi ingenui in inglese per essere ancora più ingenui (ma inattaccabili), e gli insertini di tastiera come i Get Up Kids quando hanno inserito le tastiere e i L’Amo (per dirne due belli), e tutto comunque suonato solido e maturo con le dinamiche celesti e la promessa di essere suonato bene pure dal vivo.
Essendo l’emo la nuova trap.

pmc

Hookworms – Microshift

I sempre attivi cookie di profilazione della gente che scrollo ogni giorno sui social dicono che è piaciuto tanto il nuovo degli Ought, che c’è attesa per il prossimo disco dei King Gizzard, che qualcuno è andato a sentire gli Slowdive al Locomotiv, che lo screamo e la techno sono generi ancora piuttosto frequentati, che la ressa per ordinare la ristampa di SxM ha impallato il sito della Tannen Records, che Twin Fantasy d o v e v a uscire così, che il Nintendo Labo è una bomba, che la Lega ha fatto risultato.

Dicono, in buona sostanza, che sono un bianco circondato da bianchi.

Gente bianca, questo disco è per voi.
Anche più di American Dream degli LCD Soundsystem, che era pure bello. Già Negative Space in apertura se lo mangia, con la sua sequela di anthem da età dell’oro dell’elettroclash con la cassa dritta e i bpm, il tiro, i synth che entrano a braccio teso, l’effetto voce stupido della chitarra: tutto bianco come il San Pietro della Lavazza.
Poi c’è il kraut funzionale, a condire, con le schitarrate wah lunghe, il basso che fa la calda e la fredda, il tempo dimezzato sull’organo dilatato. The Soft Season che paiono gli Animal Collective, Opener forse i War On Drugs con meno chitarra e più organo; altre cose bianchissime verso il finale.

Con le asperità garage levigate rispetto ai precedenti, e le linee vocali curatissime che su Shortcomings quasi ci senti Mika, gli Hookworms hanno fatto uscire un bel compendio, una bella monografia sul bianco musicale che arranca, eppure resiste, o comunque scorre ancora fresco.

pmc