Dischi del mese #2 – Aprile e Maggio

Aïsha Devi – DNA Feelings

Mentre la stampa musicale si ingegna per scrivere la recensione più estrosa al  nuovo album di Calcutta, nel mondo reale c’è chi si prende la briga di fare musica vera: tipo Aïsha Devi o gli Hare Krishna. Questa potrebbe sembrare una tautologia, perché in effetti l’ultimo disco della Devi suona come un portale dimensionale su un futuro cui gli Hare Krishna hanno preso il controllo del CERN, trasformandolo in un laboratorio di ingegneria genetica in cui impiantare campanellini del cazzo nella testa di ogni essere umano.  Il bello della Devi è che volge la distopia in visione idilliaca, sintetizzando tonnellate di elettronica HD in strutture aeree da far invidia a Bjork e Holly Herndon. Nel futuro dell’uomo c’è il biohacking, il colonialismo spaziale, il trascendimento del limite attraverso l’uso e l’abuso della macchina, e tante altre belle visioni psichedeliche che sicuramente non ti dà il paracetamolo.

Elysia Crampton – Elysia Crampton

La ricerca di questa poliedrica artista interessa l’identità di genere e le radici etniche delle minoranze, in primis quella latinoamericana di cui lei fa parte. Attraverso un raffinato mix di recupero della musica tradizionale e influenze contemporanee, la Crampton riesce a dare vita a composizioni variegate – in equilibrio fra l’espressione di un’intimità complessa e l’attitudine danzereccia della musica urban. Punto più alto del suo lavoro è Demon City, album del 2016 in cui luci e ombre si organizzavano in un prisma elettronico dai suoni nuovissimi. Invece, in questo disco, la Crampton sembra tornare a una dimensione più tradizionale, recuperando la musica latina e la cumbia, traducendola nel canto di una sirena che deve spiccare sul fondo del rumore bianco mediatico. Un  progetto sonoro che cerca di ragionare sulla forma, in un ipotetico dancefloor sospeso sul mare.

g. bit

 

 

 

 

 

‘Sta luna pare ‘na scorza ‘e limone

Nu Guinea – Nuova Napoli

E com’è blu ‘stu cielo ‘e cartone.
È grigio invece il cielo sopra Berlino, checché se ne dicesse tempo fa. Aquilina e Di Lena lo spaccano, diradano anche la bicromia della pur bella copertina in stile esotista prefascista, accendono ceri ai santi Senese e De Piscopo, vengono fuori con un disco che ha il vivido technicolor del Morricone funkettone (ne conservano anche la vocazione all’arrangiamento sontuoso, che non lesina, e prima di stratificare dà modo a ogni singola voce coinvolta di emergere e fraseggiare protagonista: oh, è anche jazz) e i colori tenui da dresscode di un aperitivo interessante ed esclusivo su una terrazza in costiera e mocassini non cafoni.
È tanto un’operazione culta, da musicisti a musicisti, quanto musica da applicazione a contesti, come gli autori stessi suggeriscono: «we recommend listening to Nuova Napoli while walking in the alleys of Napoli’s historic center, around wet clothes hanging and street vendors on tiny three-wheelers.»
Per essere un recupero di sonorità e attitudine prog fusion dei Settanta, questo disco suona più vivace, suonato e veloce dei lavori di tanti producer prezzolati sulla scena internazionale, caz: curatissimo nelle orchestrazioni, cantato da Dio nello strillare sguaiato e nel sospirato suadente di Fabiana Martone che suona come *la città*, magnaccio nelle movenze; eppure ancorato agli epicentri melodici come fosse un disco di Herbie Hancock, a livello di ispirazione Herbie Hancock, dunque miracoloso.
Nostalgia non pervenuta, ché questa musica è una cinquantina d’anni che sta ferma, paludata, e per conquistarsi pubblico ha dovuto appigliarsi all’immaginario visivo (ovvio tirare fuori i Calibro 35 e cloni): necessità alla quale neanche i Nu Guinea sfuggono, tanto che siamo arrivati a parlarne un po’ tutti sull’onda della Napoli ritrovata capitale musicale per il lavoro del regista Lettieri sulle canzonette del progetto Liberato. Poco importa, qui è il groove a parlare e bastare per se stesso.

Adattando un titolo di Romare, altro produttore che ha trovato il suo rimedio alla coltre grigiocompatta dei grandi bacini d’impiego europei, diremmo Meditations On Naplecentrism.

paolo marco cintura
pmc

 

 

 

 

 

Big Cream – Rust

Ieri stavo scrivendo le domande per un’intervista a una band americana; l’intervista poi è saltata e adesso mi ritrovo con queste domande da quattro soldi; una di queste era basata sul fatto che la non-suddetta band è una delle più grosse a fare una musica in quella forma tipica dei novanta, tutta chitarra-basso-batteria, e d’altronde la band andava forte proprio in quegli anni. E mi sono chiesto se negli ultimi tempi avessi ascoltato qualcosa di veramente bello e potente, che fosse fatto di chitarre, di quelle cose che puoi ascoltare mentre ti addormenti con una birra tenuta sul petto e fuori la finestra aperta ci sono 30 gradi; o magari una roba da ascoltare mentre viaggi verso la campagna, capito?

I Big Cream sono uno strano caso, perché suonano come i vicini casa di J. Mascis quando il leader dei Dinosaur Junior skateava per Amherst (Massachussets), ma vengono da ZOLA PREDOSA, che è tipo un paesino dove nel parco ci sta un bar dove fanno le tigelle e le crescentine.

Potrei essermi già stancato del revival emo anni ’90, davvero, ma i Big Cream te lo fanno sopportare. Rust è un album che non ha un pezzo davvero più forte di un altro, dove tutto, sì, sembra già sentito altrove, eppure è un qualcosa in più. Non c’è nostalgia nella loro musica, non c’è voglia di rifare qualcosa o di riavvicinarcisi, ma sembra proprio che per il trio questa sia la “loro” musica, fatta di coretti, fuzz, riff forgiati sulla pietra, volumi alti.

Sarà che sono una persona che sta affrontando qualche tipologia di depressione da quattro soldi, ma mi chiedo se anche voi, a una certa età, ascoltando certe band e certe sonorità, non vi venga davvero voglia di ammazzarvi per tornare indietro nel tempo. Big Cream, se succede è per colpa di gente che come voi.

Farabegoli su Rumore ha già scritto una cosa sul nome della band, quindi mi chiederò altro sul titolo dell’album. È una dedica a Neil Young?

Iceage – Beyondless

L’album si apre con qualche secondo che pare l’intro di una puntata di Game of Thrones, di quelle puntate girate nel deserto. O, forse, sembra una roba tipo alla Conan. Sono esattamente 4 secondi, poi parte una delle cose più divertenti e fresche degli ultimi tempi. Sono un tipo che per un paio di anni buoni ha idolatrato come Gesù Nick Cave, un tizio che, nel 2018, pare stia diventando finalmente una sorta di figura paterna, modello del frontman del rock – non quello dei nonni tipo Roger Waters, ma quello dei padri fondatori, Elvis, Jim Morrison, capì ? – e io penso che in questo album aleggia quella roba fuori dal tempo storico che sono stati i Birthday Party, pietra grezza e impossibile da formalizzare per quanto malatamente  australianamente punk fosse. Gli Iceage sì, sono dieci volte più melodici, ma un pezzo come Catch It può considerarsi quella roba e incastonarsi tra gli ascolti più belli del 2018.

 

 

DDA

 

 

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Sono in una zona oltre il distorto dove c’è di nuovo il pulito

Amico di pmc

Al Cisneros e i messaggeri della dopa – The Sciences (2018/4/20)

Nel 1998 la vita era semplice. Su Telemontecarlo la mattina davano Ranma. Su MTV c’era l’Anime Night con Cowboy Bebop ed Evangelion. Gli Sleep registravano Dopesmoker. Quando Paolo Marco Cintura mi ha detto che dopo 20 anni di Shrinebuilder, OM e High on Fire, Cisneros & Pike (e il batterista dei Neurosis credo) precipitavano nell’immanente un nuovo escathon mi sono dovuto preparare psicologicamente.

Ecco, diranno i miei piccoli lettori, che quel coglionazzo di Washitsu ci propina altre 1500 parole con scopiazzature insipide di Hunter Thompson, droga, riferimenti pop, magari qualche stronzata su Crowley, malamente travestite da recensione musicale. No amici miei. Questo è il tempo di fare le cose seriamente. Questo è il tempo degli Sleep.

Faccio religiosamente partire la prima taccia attutto volume coi bassi sparatissimi abbombazza, e vengo investito dall’overture sonora di Alien. Il suono si degrada e sfrequenza, entrano sfrigolii e fuzz. La cosa va avanti per tre minuti buoni, senza melodia né ritmo. Il tempo perde il suo significato, e il linguaggio musicale, ormai distorto oltre ogni ragionevole dubbio, trascende in qualcos’altro. Inizia la prima canzone, che è una dichiarazione d’intenti semiotica: un lungo, pulito messianico Do che lascia il posto a un secchissimo ribollir di bongio. Ave Maria.

A parte la ganja, che ormai è una scusa – e l’hanno capito un po’ tutti – tre cose convergono in The Sciences, arrotolate su loro stesse in un onirico frattale autoriferito:

  • I Black Sabbath sono grandi e Tommi Iommi è il loro profeta. Non-nonironicamente lo Iommismo attraversa in traiettorie diagonali tutto il disco a partire, sempre dalla traccia 2, dell’annuncio Planet Iommia Nearing/Through Iommosphere.
  • Una vena sotterranea e quasi letteraria, nella quale Cisneros si fa cantastorie fattone di robe assurde, tra astronauti fumatissimi, armate iperboree degne di Clark Ashton Smith e (stacce zì) barboni drogati.
  • Terzo e decisamente più importante, l’autonarrativa implicita nella realizzazione tecnica del disco, il passaggio dall’arte alla scienza. Rispetto ai riff sporchi e veloci e alle liriche latrate di Holy Mountain, o alla desertica spigolosità di Dopesmoker – comunque un point de capiton Lacaniano che ha (ri)definito un genere, una generazione musicale e un nuovo modo di intendere la fattanza – The Sciences trasuda la posata tecnicalità dello studio. Agli overdrive si sostuituiscono fuzz più caldi e pulsanti, frequenze meno sature, e la voce stessa di Cisneros diventa percettivamente più matura e meno macchiettisticamente declamatoria.

Una doverosa menzione va al vero gioiello del disco, Antarcticans Thawed, un piccolo mostro di 14 minuti e 23 secondi dalle progressioni calcolate al millesimo. Dal crescendo iniziale, al plateau centrale nel quale Cisneros sovrasta Pike come un predicatore allucinante, fino ad un assolo che è più un lungo pensiero astratto, continuamente giocato sul filo del troppo lento/troppo veloce, troppo Iommistico/troppo poco, troppo sbrodolo/troppo tecnico. In punta di cesello.

Quella del 2009 non è stata una reunion impastata con lacrime e merda come se ne sono viste fin troppe, e The Sciences lo prova. Tutti e tre i percorsi individuali di Al, Matt e Jason convergono ed ascendono. Sarebbe facile uscirsene con la solita solfa del fraté fumati na canna e ascolta ‘sto disco che ti fa trippare. No, Salvini è ministro ora e io dico basta con queste cagate da rimastoni comunisti drogati. Ascoltatelo da sobri, bevetelo come resina dal cosmico albero dei riff. The Sciences non vuole nostalgicamente tornare all’escapismo dionisiaco di Dopesmoker (anche se abbiamo tutti accarezzato quel suo meraviglioso Ddddddddrop out of life with bong in hand e chi dimentica è complice), ma costruisce il suo shanti in Terra, e lo fa con apollinea dedizione e concretezza (Hierophant sun prevails). E vabbé, sì, anche svariati chilogrammi di erba di Salomone.

Washitsu
Washitsu

 

 

 

 

 

 

Verremo al contrattacco II

Lodo Guenzi e Andrea Scanzi

«Mi sono rotto il cazzo della critica musicale. Non siete Lester Bangs, non siete Carlo Emilio Gadda. Si fa fatica a capire cosa scrivete, bontà di Dio!».

Ho a lungo meditato su queste parole dei Lo Stato Sociale. Ma invano, avendo fin da principio raggiunto il grado di consapevolezza sufficiente ad agire, sentire, in senso contrario a qualsiasi indicazione, direttiva stilistica e comportamentale, ipotesi ideologica, propugnata dai Lo Stato Sociale e dalla maggioranza già di per sé affatto silenziosa della quale si sono fatti tra i più efficaci, grottescamente iconici, innecessari portavoce.
Se questo poi potrebbe leggersi come si assiste agli spari sulla Croce Rossa, basterà far notare come in certi casi sia la Croce Rossa, dalle feritoie dei suoi cingolati pesanti, a spararci raffiche addosso. Mentre noi per difenderci abbiamo solo queste quattro tavole di compensato, e la merda per tenerle su. E siamo anche mezzo nudi, e tremiamo di freddo e terrore.

Bisognerà dunque emulare le gesta descrittive barocche di Carlo Emilio Gadda: fare che siano gli oggetti disposti, le musiche, a suggerire le forme espressive da adottare. Le chiavi di ascolto, diverse come son diverse le musiche, per tentare di comprederne la natura fino all’infinitesima componente, il più breve intervallo, ogni singolo colpo di grancassa. In una nevrosi di subordinate rigonfie di lessico, spregiudicate neoformazioni come spregiudicata è la linea vocale blinkeggiastica di questa The Future che proprio adesso la mia Trust Dixxxo sta diffondendo, seconda traccia del centottantaduplice disco dei The World Is A Beautiful Place & I Am No Longer Afraid Of Ammettere che ho imparato a suonare bene, a fare gli arpeggi che nel periodo del post rock andavano strabene, ma da ragazzetto mi piacevano gli AFI, e adesso che la cosa del post rock è andata, e va di moda il passato brutto, guarda cosa ti combino. In un nevrotico gliommero la cui dissoluzione sia possibile solo per identificazione della forza che è forza vitale, motrice e matrice dell’intero universo, in ogni musica e in ogni tappo di sughero, borsa da donna, calzino, abat-jour; eppure imperscrutabile, indefinibile, irriducibile a parola.

Armarsi di sciarpe di seta, e pipe, ascoltare Mozart, come il padre di Kyle nella sua fase di ispirazione letteraria da recensore per Yelp. South Park.

Appicciare incensi alla naftalina, alla cenere macerata dalla pioggia, alla brezza di alghe decomposte sul lungomare di Alghero, al fegato di suino, e poi stilare un piccolo vocabolario di lemmi assonanti; quindi impiegarlo per restituire, per mimare, anche al lettore più distratto, la voce di King Krule nel suo nuovo The OOZ.

O piuttosto fare come Lester Bangs, riprodurre, fin dal gesto meccanico di battitura sulla tastiera, i ritmi febbrili degli anni settanta, i virtuosismi sui toni alti dei cantanti dai capelli lunghi; battere sui tasti con la stessa violenza di un allegro Bonzo ubriaco, e leggere sullo schermo che quelle frasi lapidarie, secche ma rimbombanti bombastica, vi aderiscono perfettamente. Farne professione, guadagnare, esserci sotto per poi esserci dentro, per raccontare tutto e raccontarsi sempre al meglio, in una anti-agiografia che tracci la mappa della perdizione italiana musicale e perimusicale. Sempre col cinismo di chi Mannarino lo conosce, ci ha bevuto dalla stessa bottiglia, e ti dice che guarda: un coglione così… e poi lo sa, perché la musica viene fuori come viene fuori, e con esattezza.

Fare tutto per esprimersi, fare il minimo per farsi capire: si scrive di musica per un’esigenza conoscitiva che richiede l’impiego di sinestesie anche le più azzardate, calchi dal francese, metafore osate e sperimentalismi formali e strutturali, e senza mai la presunzione di afferrare il punto; figurarsi di spiegarlo. Tutto il resto è esercizio sterile, come guardare la musica al microscopio con l’occhio chiuso come Frank Drebin, e catalogare senza mai chiedersi cui prodest: enciclopismo.
Bisogna scrivere troppo o troppo poco, e sempre con criterio: la lunghezza di un testo ne è parte integrante, carattere paratestuale; comunica quindi a sua volta, o perlomeno contribuisce a comunicare. E scrivere con alterigia, manifestando una competenza che dev’essere oltre la soglia dell’avrei-potuto-scriverlo-anch’io. Che debba essere competenza reale, con solidi contenuti e elementi anche ideologici. Rivolgendosi a iniziati, sì, ma con il senso di inclusione per chi iniziato non è, ma ha una connessione a internet e possibilità di controllare i riferimenti, curiosità di capire quel che sulle prime gli sembra uno sfoggio insensato di proprietà di linguaggio.

Può sembrare che non ne valga la pena. Ma anche solo perché i Lo Stato Sociale dicono il contrario, capisci che.

[Già apparso su www.debaser.it il 31 ottobre 2017]

paolo marco cintura
pmc

Calcutta – Evergreen

Calcutta è bello perché piace. A me piace quando sono sbronzo

Anonimo trevigiano, probabilmente alticcio.

Preambolo: ho una teoria sui bullet hell. Se uno ha la sfortuna di non essere nato asiatico, deve operare alcuni cambiamenti sottili sul proprio sistema nervoso per vincere ai livelli alti di roba tipo Tohou o Ikaruga, adoperando input psicotropi. Le sigarette, una dieta povera di carboidrati, ma più importante ancora è la colonna sonora (e quelle dei videogiochi fanno cagare, insieme agli effetti sonori). La cosa importante è che sia musica posata, rilassante e introspettiva, per stemperare le punte di tensione muscolare della nicotina.

Quindi per festeggiare 500 ore su Enter the Gungeon ho messo su Evergreen di Calcutta. Normalmente non mi degno di ascoltare gente che prende i dischi d’oro, ma ho fatto un’eccezione perché dovevo inoltre scrivere ‘sta cazzo di rece. Calcutta mi ricorda vecchi compagni di università un po’ sornioni e introversi, dotati di quella cosa che noi giovani chiamavamo polleggio o pollaio. Quella gente che se frequenti poi finisci per pensare bene del sud Italia (salvo poi ricrederti quando scendi in vacanza dietro loro insistenza e nel giro di mezza giornata assisti a crimini contro il patrimonio, percosse, colpi di arma da fuoco, spade di eroina lanciate a mò di freccette e cani morti in putrefazione tipo rive del Gange). Dicevo, Calcutta. Mi rilassa. È quella piccola fioca pulsione di morte implicita in una partita, quando dopo aver zigzagato tutti i pattern del penultimo boss con precisione sudcoreana per un attimo vorresti solo fermarti e prendere il singolo lento e patetico proiettile di un mob di primo livello.

Calcutta: c’è bisogno che vi faccia il riassunto di chi è, di cosa ha fatto? Andate a leggere gli approfondimenti di Rolling Stone o una roba simile. Cantautorato indie, smarrimento dei millennial, amori agrodolci. Evergreen: intanto partiamo dal presupposto condiviso da chiunque non abbia subito una lobotomia amatoriale, che ci sono due gaussiane sfasate, una ascendente per quel che riguarda la composizione musicale, una in caduta per quel che riguarda i testi. La triade Conte-Ranieri-Battisti filtra prepotentemente dai synth low-fi. Probabilmente ignorati dai più, nelle chitarre riecheggiano i Diaframma di Fiumani (t’infilo quattro dita nel culo e bla bla bla). A livello subliminale, un tocco di stoner drone doom, ma forse mi sono drogato troppo io, perché l’altroieri l’ho sentito anche nel jingle di Omnibus. Ah, no, spe, erano i Verdena. Ma probabilmente potrei continuare con altre facce e altri decenni: il disco si propone (in modo non del tutto deliberato) di venire celebrato come la summa teleo-illogica degli ultimi 50 anni di musica leggera italiana, layerz e ironia inclusi: patetismo, o sole o mare, un rapporto con la sessualità che farebbe venire il durello a Freud, Lacan e Jung contemporaneamente, call center, regionali zozzi, Bologna (implicita), la Rai (esplicita, traccia 9), nostalgia, fischio nelle orecchie da pressione bassa, le metafore calcistiche.

Il fatto è questo, quando ascolto Evergreen, va sempre a finire che poi rimetto su Mainstream. Non so se la capirete, ma è come quando ascolti Rain of a Thousand Flames e ti viene solo voglia di rimettere su Symphony of Enchanted Lands perché aveva quella grinta un po’ scazzona che ti dice di più. Perché sai, in fondo al tuo piccolo cuoricino fascistoide, che gente tipo Turilli se cerca di mettere un’aria un po’ più competente, non è credibile. Non che il parallelo sia del tutto pulito (poca roba lo è, con Calcutta), ma l’idea è di trovarsi su una strada già battuta, solo con più lampioni, dissuasori e goldoni usati nelle piazzole di sosta. Confronto un attimo due robe. Evergreen, Pesto, traccia 3: ‘Mi hai lasciato nei sospiri nel letto / Un filo di voce / Un filo di ferro dentro l’orecchio’. Bene, ma non benissimo. Mainstream, Limonata, traccia 5: ‘Ma io vorrei restarti accanto / Se fossimo bambini / Guardare il cielo da fessure come topi nei tombini’. Che cos’è il genio, etc etc.

Per chiudere con una nota positiva, dicevo, che mi piace mettere Calcutta quando gioco ai bullet hell perché immanentizza quella reazione pulsionale di cui sopra, permette a me di soggettivizzarla. Perché quel proiettile se l’è preso lui, per tutti noi, così da lasciarci liberi di stuprare analmente il boss di fine livello. Grazie Cineblog, voto: quattro Faramir e mezzo Chihuaua. Per il lungo.

L’unica opinione possibile sul nuovo delle Scimmie Artiche Nucleari

I Fall nel 1977.

Cute new places keep on popping up
Around Clavius, it’s all getting gentrified
The Information Action Ratio is the place to go
And you will not recognise the old headquarters

È curioso in Four Out Five, la canzone accettabile del nuovo disco degli Arctic Monkeys, sentire Alex Turner esprimersi ironicamente\criticamente sulla gentrificazione, quando il suo gruppo è sempre stato e per sempre sarà l’equivalente musicale di un boulevardier da otto euro servito in un ex barattolo di conserva. Suonerà poi questa come una sparata gratuita: pazienza. Alla fine c’è chi i boulevardier da otto euro serviti in ex barattoli di conserva se li sorseggia in comodità, senza mai lasciarsi sfiorare dal sospetto di essere gaggio perso.
Il Tranquility Base Hotel + Casino, intendo l’edificio, pare con la sua antisinuosità brutalista voler richiamare quelle nuove architetture citazioniste da SoDoSoPa; sorta però non su un lotto miracolosamente edificabile o sulle macerie di un centro sociale, ma su un pedale. Se non è una dichiarazione di poetica questa, non so che cosa sia una dichiarazione di poetica. È una bella intuizione da copertina infatti, giunta dopo le due ultime che proprio non ce ne fotte, non ci abbiamo manco voglia di pagare il grafico, fate voi. Credo che la userò come giudizio per tutti i dischi smaccatamente borghesi a venire, tipo nel 2020 sul nuovo Black Keys: «we hai sentito che chitarre? Hanno usato il pedale col Tranquility Base Hotel + Casino sopra.»
And so on and so on and so on.

 

La copertina si salva, insomma. Il disco invece suona come i Last Shadow Puppets senz’archi, i Timber Timbre senza ispirazione e senz’anima. Finalmente sentiamo gli Artici onesti, dopo dodici anni a fare i cosplayer di un gruppo garage inglese. Li sentiamo oggi al netto di quelle dinamiche garage che spingevano le loro generiche radiofoniche ballate indie pop ad accattivarsi le orecchie di un pubblico mediamente scaltrito, anche non strettamente radiofonico generico. Tranquility Base ci dice che quel che resta al netto della disonestà è noia borghese royal deluxe, per quanto ricercata e dichiarata fin dall’impatto visivo col disco. Come se per qualche assurda ragione avessero voluto fare un concept harakiri su quanto in realtà siano sempre stati abbastanza scarsi, su quanto il timbro e il flow di Turner non potessero essere sufficienti ad alzare i milioni che hanno alzato: quest’aspetto rende il disco contemporaneamente molto brutto da sentire e molto bello da pensare.
E dire che prima di raggiungere la vetta della mediocrità fm rock con AM (e tornare, com’è logico, a vendere a livelli), con Humbug per merito di Josh “Pour” Homme, e soprattutto con Suck It and See, l’impostura garage gli era quasi riuscita, ché con quei suoni lì quasi ci credevamo tutti che, in fondo in fondo, cacca cacca non fossero.
Invece cacca erano.

C’è un lieto fine. Il mio barbiere di fiducia a Bologna si chiama Farid e opera in via Mascarella. Da aprile ha spostato il suo salone di una trentina di metri sulla stessa via, e ha deciso di chiamarlo barber shop, con tanto di baffi alla prussiana stilizzati per logo. La nuova veste gentrificata prevede inoltre una chitarra e un basso in esposizione su due armadi di quelli in metallo, da ufficio, così che andare a farsi i capelli sia anche un’esperienza estetica in un ambiente curato. Del vecchio salone ha conservato comunque la sūra del Corano in oro, due magliette di Taider del Bologna in cornice, l’ottimo rap marocchino dalle casse.
Prima con dieci euro mi faceva il taglio. Ora per la stessa cifra mi fa taglio + shampoo.

Ce ne fossero.

 

Musica per scrivere, studiare, leggere, dormire, musica per non ascoltare -#2 – il collasso fisico di William Basinski

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“Gli artisti che furono etichettati come appartenenti al genere “hauntological” erano immersi in una formidabile malinconia e a tutti stava a cuore entrare in qualche modo in relazione con il processo tramite cui la tecnologia materializza la memoria; da ciò, una fascinazione per la televisione, per il vinile, per i nastri e per i suoni emessi da queste tecnologie nel momento della loro rottura. Questa fissazione per la memoria materializzata diede origine a quella che è probabilmente la caratteristica sonora principale della hauntology: l’uso del crackle, il particolare crepitìo prodotto dalla superficie del vinile. Il crackle ci fa rendere conto del fatto che stiamo ascoltando un tempo scardinato; non ci permette di cadere nell’illusione della presenza. Inverte l’ordine normale dell’ascolto in cui, per dirla con Ian Penman, ci siamo abituati al fatto che il “ri-” della “riproduzione” venga represso. Non solo ci rendiamo quindi conto così che i suoni che stiamo ascoltando sono registrati, ma diventiamo anche consapevoli della presenza dei sistemi di riproduzione sonora che utilizziamo per ascoltare le registrazioni. Inoltre, dietro molta hauntology sonora c’è anche la questione della differenza tra l’analogico e il digitale: tantissime tracce hauntological sono infatti incentrate sulla rivisitazione della fisicità dei media analogici nell’era dell’etere digitale. I file MP3, infatti, sono certamente materiali, ma la loro materialità è occultata, ci è nascosta, a differenza di quanto avveniva con la materialità tattile del vinile o anche dei CD. “(quadernidaltritempi)

Mark Fisher scrive della musica hauntologica, quella che mette in crisi l’ontologia, quella fatta di fantasmi, fantasmi che si percepiscono ma che non esistono. Il solito Burial, certo, ma anche The Careteker, Leyland Kirby, tutta una certa jungle, il mondo sotterraneo – e sotterrato – della contiminazione degli eredi dei rave dei quali scrive Vanni Santoni in Muro di Casse che fanno i conti con l’incapacità dell’essere mortale di comprendere la dilatazione spazio-temporale del cyberspazio.

William Basinski è per eccellenza autore hauntologico. A livello tematico quanto – e soprattutto – nella produzione della sua stessa musica. Basinski è diventato Basinski quando ha abbandonato tutto un percorso musicale piuttosto classico (sassofono jazz imparato nelle scuole texane) per darsi al minimalismo di ispirazione a là Brian Eno. I capitoli che costituiscono i Disintegration Loops suonano come un brodo primordiale, vengono dagli anfratti più distanti della nostra realtà, forse da sotto la crosta terrestre. Una musica abissale, siderale come quella di un capitolo apocrifo di Metroid, oscuro e ancestrale, intraducibile quanto le immagini di Begotten.

Negli anni ’80 Basinski registra su nastro onde radio, cose del genere. Vent’anni dopo ha l’intenzione di trasportare su cd quei vecchi nastri… che si erano irrimediabilmente rovinati. Disintegrati appunti. Non così tanto eh, ma quanto basta per riempirli di crackle, e mentre il loop andava, il nastro che girava sul perno metallico si rovinava in modo indelebile.  Basinski ci aggiunge successivamente una leggera melodia, in modo tale da dare il tono a ognuno dei capitoli. Disintegration Loops I, uscito nel 2001, a quanto pare riflette i toni dell’11 Settembre che l’autore ha vissuto in diretta.

Le copertine dei vari capitoli sono piene di fumo, che è quello delle fiamme degli aerei di linea che si sono schiantati nel centro del mondo moderno, e quello stesso giorno Basinski registra con la sua videocamera lo skyline di New York.

L’immaginario del requiem si ripercuote anche con il capitolo II, che addirittura assume toni di una minaccia incombente. DL III  sa di alba (o di tramonto), certamente di una quiete.  Se il primo capitolo è straordinario alle orecchie novelle, magari è difficile cogliere la maestosità di DL IV, che è una lunga composizione in tre parti, con un incipit di speranza, un passaggio meditativo e un finale di ennesima rassegnazione.

Questa musica è uno degli apici dell’ambient, buona per essere (non)ascoltata in qualsiasi momento della giornata. Come con la musica di Eno da Discreet in poi, anche i nastri disintegrati di Basinski non richiedono chissà che esigenza audiofila (quella cagate del tipo 1500 euro di cuffie e lo stereo della nonna della regina Elisabetta) ma come è un drone-like che con innocenza permea l’epidermide di chi gli sta attorno, come un verme invisibile, alla ricerca della vostra ghiandola pineale.

 

Musica per scrivere, studiare, leggere, dormire, musica per non ascoltare – ovvero Brian Eno e l’incidente col taxi #1

Siamo a metà degli anni ’70 -periodo musicale che sta vivendo una fase piuttosto movimentata all’interno del macrogenere del rock.  Dal 1970 al 1974 escono cose come:  L.A. Woman, Led Zeppelin IV, The Rise and Fall of Ziggy Stardust, Machine Head, Harvest, The Dark Side of The Moon, House of The Holy,  Quadrophenia, Raw Power e probabilmente un altro centinaio buono di album monolitici. A spezzare il decennio, nel 1975, è un incidente automobilistico. C’è Brian Eno, uno che magheggia con i sintetizzatori assieme a David Bowie e David Byrne, ha sulle spalle già qualche album e attraversa una strada di notte senza guardarsi attorno. Sovrappensiero (a che stesse pensando in quel preciso istante è speculazione di critici e appassionati musicali) non si accorge dell’ammasso di metallo che gli si sta schiantando addosso a una velocità di almeno cinquanta miglia orarie. Insomma, il taxi lo becca, lui vola e si apre la testa. Il sangue schizzerà per qualche minuto, la cicatrice gli rimarrà per sempre.

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Costretto a passare qualche settimana a letto e i tempi del personal computer sono ancora lontani quando la ragazza di allora per rallegrarlo gli porta un vinile, composizioni musicali con arpa.  Brian si muove come un vecchietto, ogni passo è una fatica. Ma riesce a metter su il vinile per poi buttarsi a letto. Fuori piove e si rende conto che il rumore della pioggia, quel costante schiantarsi di acqua sul tetto e le finestre e tutti i muri della sua abitazione gli impediscono di poter ascoltare per bene il vinile. Avrebbe dovuto alzare il volume, ma che dolore doversi rialzare dal letto.

“After I had lain down, I realised that the amplifier was set at an extremely low level, and that one channel of the stereo had failed completely. Since I hadn’t the energy to get up and improve matters, the record played on almost inaudibly. This presented what was for me a new way of hearing music – as part of the ambience of the environment just as the colour of the light and sound of the rain were parts of the ambience.”

Sulla base di questo pensierio nasce Discreet Music, album che segna la rotta di non solo i vent’anni successivi di Brian Eno come musicista ma la rotta di un’intera rivoluzione culturale e musicale che dà l’ultima botta con Untrue di Burial.

Già Erik Satie, John Cage e altra gente aveva buttato semi sul terreno, ma Discreet Music nasce imperfetto per essere uno dei primi imperfetti alberi della foresta dell’ambient. Placido e bellissimo per trenta minuti, per poi sfuggire verso delle variazioni di un compositore tedesco del sedicesimo secolo.

Dopo dieci anni buoni di musica per le masse e musica per far ballare, musica per scendere a pugni chiusi per le strade, far piangere, fare figli,  assoloni da blues da neri, assoloni da bianchi che si appropriano del blues dei neri, dopo dieci anni buoni di una funzione continua sempre riconducibile a un prima e un dopo succede che Brian Eno alza l’asticella, anzi, cambia proprio sport. La musica come parte dell’ambiente, e come parte dell’ambiente è una musica che possiamo non ascoltare. O, se vogliamo, ascoltarla. Qualcuno la definirebbe anarchia. Non c’è più obbligo, nessun ritornello da imparare o chissà che virtuosismo da applaudire. La musica diventa una roba in sottrazione, forse la cosa più difficile di tutte.  Brian Eno come sarà Raymond Carver per la letteratura americana, la bellezza sotto le orecchie come lo è sotto gli occhi, ma non c’è nessun passo esaltante se non qualcosa che si riconduca all’angoscia esistenziale stessa.

Brian Eno intuisce che farsi guidare dalle cose che succedono e dalle attese che la vita ti obbliga , ecco, è cosa buona e giusta: negli anni ’70 di aerei di prende tanti e quante ore deve passare negli aeroporti, in quei posti senza antropologia, identici in ogni latitudine,  non-luoghi dell’impreciso e senza memoria, se non quella dell’imprecisione dei volti e del brusio. Nasce così l’idea per Music for Airports che, ancora più di Discreet Music, segnerà il futuro.

 

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NONLUOGHIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII

 

Una cosa veloce sul fare la musica che ti piace quando hai superato i trenta/quaranta/cinquanta

Un film diretto da – indovina chi?

 

Ho un grande rispetto nei confronti di Demented Burrocacao, quindi quando ho letto la sua recensione sull’ultimo album dei Buñuel – The Easy Way Out ci sono rimasto male.

Lo sto riascoltando sotto stress test, un benchmark giusto per testare la roba che viaggia tra il metal, l’hardcore punk e vette garage è quello di spararsi prima l’album dei Dead Cross e sperare che quello che venga dopo non suoni ridicolo. A differenza di DB non sono un esperto di musica – almeno non quanto lui – e devo affidarmi a escamotage del genere. Insomma, The Easy Way suona bene anche dopo l’album dei Dead Cross.  La critica di Demented ha momenti del genere:

Ma che dite non lo facciamo un supergruppo? Ce n’è veramente bisogno, non trovate? E allora ecco qui i Buñuel, che già dal nome esprimono poca originalità e il classico ammiccamento ai ribelli da liceo pronti a seguire ovunque chi stuzzica il loro disagio.[…]Cosa vogliono dimostrare, a parte una banale prova di muscoli? Pestare sui tamburi, distorcere tutto e gridare nel microfono vuol dire essere automaticamente rock? Eh no. Quando si alza la voce, spesso, è perché non si ha nulla da dire.

Da quando in qua una prova di muscoli nella musica è diventato un problema? Soprattutto se fatta da gente che ha la storia sul groppone e sa cosa fa.  Ci sono Capovilla e Valente del Teatro degli Orrori,  Iriondo ex Afterhours e Robinson degli Oxbow. Lo dice anche Demented che la musica con le chitarre versa in uno stato blah (che poi non so nemmeno quanto sia vera sta cosa, se non affidarsi su certe notizie correlanti, tipo che ne so che la Gibson è in bancarotta).  Ma questo che cazzo c’entra?

Sarei curioso di vederli in live i Bunuel [suonano al Freakout l’8 Maggio, ma non c’ho soldi],oggi in Italia è difficile trovare una band che riesca a fare quel suono lì, e parlo di una band che vive fuori dal retroterra culturale dell’underground dei centri sociali, una band che vabbè, a me ricorda tantissimo quel blues dei Grinderman, fatto di distorsioni ridondanti e schiamazzi vocali, di cantilene suadenti in un mare nero.  Perché non possiamo accontentarci di un discreto prodotto del genere? Davvero dobbiamo essere ostaggio di ogni momento modaiolo? Non ho ben capito se a Demented non sia andato giù che a farla sta cosa siano stati dei tipi che non hanno 20 anni, ma se quelli di 20 oggi sono occupati tra indie-pop (it-pop), trap, elettronica, cercare di scoparsi le tipe che fanno cover su youtube e revival emocore e cazzi vari dei ’90 – tutto legittimo, sono il primo che non sputa sui più giovani, anzi – …. che cazzo di problema c’è se a farlo sono dei, che ne so, 48enni? Sono proprio loro che non devono dimostrare più nulla e che possono permettersi di suonare quello che un po’ che cazzo gli pare.

Tipo chissenefrega, fossero tutte così le banali prove di muscoli dei “vecchi”. Sempre meglio che ridursi a fare i giudici a X-Factor.

 

Nessuno Schema nella mia Vita – Kina (Ristampa)

Nell’anno del secondo governo Spadolini e del pentapartito, nell’anno di Tardelli e la storia dei Mondiali di Calcio, nell’anno 1982 nascono i Kina, uno dei gruppi più sottovalutati della musica italiana.  Dico sottovalutati ma forse è una parola sbagliata, la scena hardcore punk deve tanto ai Kina e chi ne fa parte lo dice ogni santo giorno. Dico però che, al di là del giro, i Kina a livello nazionalpopolare hanno sempre contato poco (decisamente meno, che ne so, dei CCCP).

Detto questo i Kina uno degli album più belli italiani degli anni 80 e dintorni l’hanno scritto davvero e si chiama Se ho vinto, se ho perso.

Oggi i Kina stanno diventando una roba di culto. Le ragioni del perché stia succedendo in un 201x dove le uniche scene musicali italiane sono quanto più distanti dal punk/hardcore, cioè quella trap e dell’indie, vanno trovate nelle nicchie di resistenza dei generi che oggi sono in sordina. Internet e le sue piattaforme sono diventate delle soluzioni potentissime, ricerca a costo 0 (sia di tempo che effettivamente economico) di anfratti musicali che fino a qualche anno fa potevano godersi solo quei fortunati quarantenni che avevano l’lp, le cassette o il cd.

Succede quindi che un appassionato di musica hardcore, un diciottenne diciamo alla ricerca del passato, finalmente riesca a scoprire in tutta autonomia pezzi di storia mai raccontata. Che poi mai raccontata cioè oh più o meno, vallo a dire a Gianpiero Capra che qualche anno fa ha scritto della propria storia, assieme a Stephania Giacobone, nella biografia Come macchine impazzite (edito da Agenzia X).

Nemmeno un anno fa ho chiacchierato via mail con Gianpiero, personaggio storico della scena torinese e direi pure nazionale, della sua vita quando era il bassista e una delle voci dei Kina. La potete leggere qui.

Ancora dico in giro, pensandolo davvero e mettendomi la mano sul cuore, che mi piacerebbe poter intervistare tutti i giorni persone così profonde e carismatiche come Gianpiero. Qualcuno potrebbe dirmi che è una questione di età e di saggezza, ma io la butto sull’esperienza di vita, convintissimo che Gianpiero, a 30 anni, non fosse così diverso da quelle mail.

Nessuno schema è grezzo, forse confuso. L’impressione è quella di ascoltare una roba  musicale che sta nascendo. Capito? Un piccolissimo bigbang di gente sudatissima e nervosa.  Dato l’anno però, un 1982 che non aveva visto ancora la nascita dei Negazione e dei Nerorgasmo – tanto per dirne due della scena piemontese – potremmo dire che Nessuno Schema, nella sua melma di linee di basso sparate a mille, nelle urla liberatorie e delle infinite distorsioni chitarristiche alla ricerca di assoli (ancora) rockettari, sia una delle fotografie della nascita di dieci anni di incredibile musica italiana.

Da quando esce quel demo i Kina salgono sul furgoncino e invadono la Germania.

Ci sono ancora due cose da dire sull’importanza dei Kina. Una è che sono l’archetipo della band della provincia, sono la poesia delle strade di periferia e il tuono dei temporali dell’adolescenza. Lo saranno sempre.

La seconda è che già con Nessuno schema succedono cose belle a livello di testi. Sergio Milani si è occupato della scrittura della title track che dice sta roba. Frasi come “Distruggiamo il senso del dovere/Solo allora potremo volare” potrebbero essere considerate una di quelle tagline da portarti appresso quando devi parlare di un movimento che, seppur in difficoltà, resiste ancora oggi.

Ah ecco, la cosa più utile da dirvi è del perché sia uscito sto articolo: la Spittle Records ha fatto la rimasterizzazione del disco, c’è un cd + lp con 30 minuti di musica che prima di oggi era abbastanza introvabile come cosa. Insomma, sta a voi voler investire bene qui.

 

We allora ci vediamo lì #0 – Bologna Elettrica

“Ti facevo più uno da Sodapops”

Stasera a Xm è lunghissima, inizia coi workshop delle due e c’è da fare almeno fino a mezzanotte e mezza.

Staff di MaleMale presente per colmare lacune, costruire pedali del tipo “fet booster”, assemblare un synth eurorack, introdursi a Pure Data e alla sintesi del suono generata con il computer, poi vederci tutta la lineup che è talmente grossa che non basteremo in tre (Washitsu sta in Antartide, davvero).

Trovi qui la lineup in questione, tutto il programma, i gremi coinvolti e le indicazioni del caso.

Ecco anche il link testuale, ché MaleMale è ancora beta\pacco e su certi browser non si vedono i link alle parole:

www.ecn.org/xm24/evento/bologna-elettrica-2/

Se non conosci niente della lineup non preoccuparti, neanch’io. Ho ascoltato solo Blak Saagan perché l’ha messo Diego su Facebook, e non vedo l’ora di sentirlo dal vivo:

Però puoi conoscere lì. Ho frugato qualche Soundcloud, qualche Bandcamp, e di cose belle ne ho sentite, hai voglia.
Avrei infatti voluto scrivere una guida ragionata, ma è andata a finire che inizia tra un’ora, corri vai a vestirti.

La rana alla fine dei tempi: il culto dei meme e la musica delle sfere.

La vita a volte ricorda delle fragole mezze mangiate buttate in un angolo sudicio della periferia di Niigata.

 Only meme magick can bring back disco

Utente anonimo di 4chan

Era un gelido e buio tardo pomeriggio di novembre a Niigata, dove mi ero temporaneamente trasferito per svolgere uno studio statistico sulla passera locale. Il nuovo ordine mondiale degli illuminati di Soros non mi pagava moltissimo, quindi avevo ripiegato su uno stanzino nella catapecchia del signor Jiro, un disoccupato ultrasessantenne affetto da una grave dipendenza per il pachinko e la pornografia patinata. Come ogni sera, dopo una dura giornata di lavoro, mi stravaccai sul divanetto sfondato del sudicio salottino del signor Jiro e aprii una Kirin Green Label da 66, ruttando.

Siccome probabilmente non siete altro che dei miseri e fisiocratici nazionalisti agrari che a malapena grugnisono nel loro bestiale dialetto di vallata, passerò in automatico tutti i dialoghi in Google translate per evitare di umiliarvi, poveri stronzi.

Jiro: Ma a che ora ti conosce uno sconosciuto? C’è un’indagine di uscita americana per le elezioni presto! Per favore, goditi tranquillamente la distillazione del malto.

Washitsu: Penso che morirai lentamente in un buco di cobra come Indiana Jones, ma senza gas. In realtà può essere divertente, sediamoci e distilliamo il delizioso malto del grande paese dell’impero.

Gli presi una birra e mettemmo sulla Fox per vedere quanto sarebbe stato umiliato l’obeso col tupet arancione.

J: Aprono il candidato anale presidenziale e inseriscono nel retto l’intera dimensione dei pugni maschi di altezza media.

W: Sicuramente Trump Donaldis perde le elezioni, viene mangiato tra rabbia, due lupi e un dispensatore, e la sua famiglia viene espulsa in una grotta senza elettricità nella provincia del Québec.

Con una risataccia da sciovinisti antipatriottici tracannammo le nostre Kirin Green Label. Anche se non ce ne rendevamo conto, fu in quel preciso istante che iniziammo lentamente a scivolare in una spirale di orrore e nausea dalla quale non sono ancora sicuro di essere del tutto riemerso. Mentre gli inviati della Fox blateravano di stati in bilico e del voto degli uomini afroamericani, ci scolammo le birre e passammo a un Kiminoi a temperatura ambiente accompagnato da yakisoba in salsa BBQ. Il grado alcolico saliva, mentre constatavamo con soddisfazione che la Clinton macinava un buon numero di voti negli stati abitati da esseri umani.

J: Se Donna Clinton vince le elezioni, la vita sarà meravigliosa e si realizzerà. Il presidente sensuale e generoso fa scorrere il fiume e il miele di latte. Per favore, ammira l’imperatore del nostro grande paese. Dare anche patatine fritte con maionese.

Gli passai una vaschetta di patatine ricoperte di muffa bianca simile a maionese, e andai a frugare negli scaffali polverosi del cucinotto in cerca di whiskey e chuhai per farmi un Neri Special. Dietro a un pentolino pieno di riso fossile ricoperto di vermi essiccati trovai anche un sacchetto di cristalli di ketamina.

W: Sig. Jiro, voi siete dei gentiluomini studiosi.

Tornai sul divano sfondato col mio Neri Special e una banconota da centomila Yen. Sotto lo sguardo severo ma giusto di Yukichi Fukuzawa tracannai una generosa sorsata, poi lo arrotolai e aspirai con forza il sedativo, pronto ad esultare a pieni polmoni per la vittoria dell’angelo liberatore Clinton.

Ve la faccio breve perché tanto sappiamo tutti com’è andata a finire. Il fatto è che, a un certo punto dello spoglio dei voti della Louisiana, il signor Jiro ha emesso un rantolo più strozzato del solito e poi ha smesso di respirare. Se la keta me l’avesse permesso avrei forse provato pietà, e anche schifo per gli odori raccapriccianti che salivano dal suo corpo moribondo, ma invece decisi di prendere il portatile e aprire www.diochan.com/b, per vedere come gli anonimi italiani stavano prendendo la sconfitta del male e la vittoria della libertà, della ricchezza, e delle multinazionali israeliane NGO. Stordito dall’anestetico, venni investito dalle nostalgiche note della disco anni 80, trasmessa a ciclo continuo sull’image board. Il pezzo era Shadilay, dei P.E.P.E., e quella fatidica notte sarebbe diventato l’inno metafisico di una masnada di reietti sociali convinti che le loro ridicole ossessioni abbiano una qualche conseguenza nel mondo reale[1].

Aggrappato ai miei inaffidabili sensi come Leo al pezzo di legno, e circondato dal nero e gelido abisso della fine del mondo, nella mia devastata psiche si incisero a fuoco le note della canzuriella in loop infinito, mentre leggevo gli sfoghi più bassi e volgari di una generazione di NEET disoccupati, obesi, vergini e sgrammaticati. Ma più della sempre più certa vittoria di Trump, più della tronfia soddisfazione dei lumpenritardati della rete, più dei gorgoglii disumani che provenivano dalle budella marcescenti del signor Jiro, percorse di spasmi postmortem, quello che mi riempiva di terrore era che nelle innocue parole di Shadilay, le diaboliche creature di Internet vedessero un messaggio di profezia messianica.

Cerchiamo di trovare i capi di questo gomitolo di merda sciolta. Tutto è iniziato con la rana Pepe, personaggio di un fumetto naïve, innocua reaction face del 2008, che, come una rana in una pentola la cui temperatura aumenta in modo impercettibile ma costante, è stata finalmente cotta e mangiata da quel disomogeneo ammasso di persone molto confuse che si autodefinisce alt-right. E fin qui, direte voi, ordinaria amministrazione. Ma presto una slavina sincromistica di numerologia, egittologia rimasticata male, citazioni da World of Warcraft che solo persone con gravi turbe psichiche potrebbero capire, portò il trisomico popolo della rete ad affermare che anon aveva letteralmente memato Trump fino alla Casa Bianca. Facciamo come al solito un passo indietro da formica, uno in avanti da elefante e un passo laterale tipo Cochi e Renato in ‘E la vita l’è bela’ e immergiamoci nel mondo della magia memetica come Luke nelle fumanti budella del Tauntaun. In verità occultismo e imageboard hanno da sempre vissuto strettametne interconnessi, sin dai tempi di /x/, dei creepy thread, The Grifter, Russian Sleep Experiment, Slenderman (forse anche i giovinielli si ricorderanno di questo, che ancora va di moda), e di mille altre fantasie morbose, lanciate nel corridoio di internet come salami radioattivi. Di fatto, ai miei tempi, i thread più popolari su /x/ erano quelli sui tulpa, nei quali obesi depressi appassionati di cartoni cinesi praticavano asfissia autoerotica allo scopo di evocare la loro waifu sul piano materiale. Non giudichiamo, qui si studia il fenomeno scientificamente.

All’epoca c’era ancora un tenue collegamento tra l’occultismo classico e la sua versione minipony, ma i legami furono tranciati intorno al 2015 col baneposting e la conferma definitiva dell’efficacia della magia memetica trovata nel disastro del Germanwings 9525. Un precedente contestato è Ebolachan del 2014, la cui credibilità però scemò quando l’epidemia in Africa occidentale perse di virulenza l’anno successivo – non prima di aver scatenato le fantasie pagan di qualche bifolco del Massachussets e di altri randomici mentecatti. Tutti questi fenomeni hanno in comune il fondamento metafisico per cui è virtualmente possibile causare un evento tramite uso ripetuto e costante di meme, un nucleo culturale di significato propagato attraverso ripetizione creativa.

Ma hey, diranno i miei piccoli lettori, sulle pagine di questo elettronico diario si parla di musica! Ci stavo arrivando, si parlava di Shadilay. Come consueto, ecco un assaggio dei testi:

Assoluto cosmico, regolare realtà
Respiro di un immagine, sintonia di civiltà
Confusa progenia di cellule ribelli
Volo verso l’universo, l’attraverserò
Se sei stella, fatti vedere, io mi fermerò

Shadilay, shadilay, la mia libertà
Shadilay, shadilay, oh no…

[…]

Armonia metallica, concreta realtà
Videoclip elettronico, elogio di civiltà
Confusa progenia di cellule ribelli
Volo verso l’universo, l’attraverserò
Se sei stella fatti vedere, io mi fermerò

Iniziamo a capire perché il pezzo è piaciuto tanto ai mentecatti di 4chan e ai loro degni pari delle italiche sponde. Nella vaghezza incromprensibile delle parole in libertà si può leggere quel che si vuole! Facciamo un esperimento con quel che ci vedo io? ‘Confusa progenia di cellule ribelli’, per esempio, è cancro, termine che qualifica certamente molta della scena passata e recente delle IB. ‘Assoluto cosmico’/’Armonia metallica’ sono contrapposti a ‘regolare realtà’/’concreta realtà’ nelle due strofe sono un ennesimo richiamo alla metafisica della magia memetica, che precipita concetti dall’iperuranio (e ‘Videoclip elettronico’ sembra suggerire la natura informatica del regno delle idee) nell’altro grande universo parallelo dell’IRL.

Smascellando come Rain Man battei con insistenza il dito sullo schermo del portatile, mostrando al signor Jiro un remix vaporwave di Shadilay.

W: Hai visto ragazzi Jiro signor? Ricordi cos’è l’eone di Horus intorno a noi? David Tibet dice che il paese è in una grande crisi e che Kalki ha bruciato un cavallo bianco con quando controlla la spada per pulire la terra, il fuoco viene dalle sue stesse mani. Ecco alcuni prodotti alimentari!!!

In tutta risposta il signor Jiro emise un protratto gorgoglìo e la sua pancia si aprì a metà come in quel film ambientato al polo sud, ma invece dei tentacoli e degli spruzzi di senape uscirono due dozzine di vermetti verdi in fila indiana, beatboxando una qualche cover dubstep di Stand by Me. Il loro re (lo riconobbi dalla piccola coroncina di carta stagnola) mi strisciò lentamente su per il braccio, fino ad arrivare al mio orecchio, dove sussurrò dolcemente, come uno che parla a un ritardato:

Quarto d’Altino, la Conad accanto al Punto Snai, tra una settimana a mezzanotte”.

La vacanza a Niigata era finita, mi attendeva una nuova missione.

 

Washitsu
washitsu

 

 

 

 

[1] Definizione ufficiale di occultista a partire dal XVIII secolo circa.