Musica per scrivere, studiare, leggere, dormire, musica per non ascoltare – ovvero Brian Eno e l’incidente col taxi #1

Siamo a metà degli anni ’70 -periodo musicale che sta vivendo una fase piuttosto movimentata all’interno del macrogenere del rock.  Dal 1970 al 1974 escono cose come:  L.A. Woman, Led Zeppelin IV, The Rise and Fall of Ziggy Stardust, Machine Head, Harvest, The Dark Side of The Moon, House of The Holy,  Quadrophenia, Raw Power e probabilmente un altro centinaio buono di album monolitici. A spezzare il decennio, nel 1975, è un incidente automobilistico. C’è Brian Eno, uno che magheggia con i sintetizzatori assieme a David Bowie e David Byrne, ha sulle spalle già qualche album e attraversa una strada di notte senza guardarsi attorno. Sovrappensiero (a che stesse pensando in quel preciso istante è speculazione di critici e appassionati musicali) non si accorge dell’ammasso di metallo che gli si sta schiantando addosso a una velocità di almeno cinquanta miglia orarie. Insomma, il taxi lo becca, lui vola e si apre la testa. Il sangue schizzerà per qualche minuto, la cicatrice gli rimarrà per sempre.

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Costretto a passare qualche settimana a letto e i tempi del personal computer sono ancora lontani quando la ragazza di allora per rallegrarlo gli porta un vinile, composizioni musicali con arpa.  Brian si muove come un vecchietto, ogni passo è una fatica. Ma riesce a metter su il vinile per poi buttarsi a letto. Fuori piove e si rende conto che il rumore della pioggia, quel costante schiantarsi di acqua sul tetto e le finestre e tutti i muri della sua abitazione gli impediscono di poter ascoltare per bene il vinile. Avrebbe dovuto alzare il volume, ma che dolore doversi rialzare dal letto.

“After I had lain down, I realised that the amplifier was set at an extremely low level, and that one channel of the stereo had failed completely. Since I hadn’t the energy to get up and improve matters, the record played on almost inaudibly. This presented what was for me a new way of hearing music – as part of the ambience of the environment just as the colour of the light and sound of the rain were parts of the ambience.”

Sulla base di questo pensierio nasce Discreet Music, album che segna la rotta di non solo i vent’anni successivi di Brian Eno come musicista ma la rotta di un’intera rivoluzione culturale e musicale che dà l’ultima botta con Untrue di Burial.

Già Erik Satie, John Cage e altra gente aveva buttato semi sul terreno, ma Discreet Music nasce imperfetto per essere uno dei primi imperfetti alberi della foresta dell’ambient. Placido e bellissimo per trenta minuti, per poi sfuggire verso delle variazioni di un compositore tedesco del sedicesimo secolo.

Dopo dieci anni buoni di musica per le masse e musica per far ballare, musica per scendere a pugni chiusi per le strade, far piangere, fare figli,  assoloni da blues da neri, assoloni da bianchi che si appropriano del blues dei neri, dopo dieci anni buoni di una funzione continua sempre riconducibile a un prima e un dopo succede che Brian Eno alza l’asticella, anzi, cambia proprio sport. La musica come parte dell’ambiente, e come parte dell’ambiente è una musica che possiamo non ascoltare. O, se vogliamo, ascoltarla. Qualcuno la definirebbe anarchia. Non c’è più obbligo, nessun ritornello da imparare o chissà che virtuosismo da applaudire. La musica diventa una roba in sottrazione, forse la cosa più difficile di tutte.  Brian Eno come sarà Raymond Carver per la letteratura americana, la bellezza sotto le orecchie come lo è sotto gli occhi, ma non c’è nessun passo esaltante se non qualcosa che si riconduca all’angoscia esistenziale stessa.

Brian Eno intuisce che farsi guidare dalle cose che succedono e dalle attese che la vita ti obbliga , ecco, è cosa buona e giusta: negli anni ’70 di aerei di prende tanti e quante ore deve passare negli aeroporti, in quei posti senza antropologia, identici in ogni latitudine,  non-luoghi dell’impreciso e senza memoria, se non quella dell’imprecisione dei volti e del brusio. Nasce così l’idea per Music for Airports che, ancora più di Discreet Music, segnerà il futuro.

 

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NONLUOGHIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII

 

Una cosa veloce sul fare la musica che ti piace quando hai superato i trenta/quaranta/cinquanta

Un film diretto da – indovina chi?

 

Ho un grande rispetto nei confronti di Demented Burrocacao, quindi quando ho letto la sua recensione sull’ultimo album dei Buñuel – The Easy Way Out ci sono rimasto male.

Lo sto riascoltando sotto stress test, un benchmark giusto per testare la roba che viaggia tra il metal, l’hardcore punk e vette garage è quello di spararsi prima l’album dei Dead Cross e sperare che quello che venga dopo non suoni ridicolo. A differenza di DB non sono un esperto di musica – almeno non quanto lui – e devo affidarmi a escamotage del genere. Insomma, The Easy Way suona bene anche dopo l’album dei Dead Cross.  La critica di Demented ha momenti del genere:

Ma che dite non lo facciamo un supergruppo? Ce n’è veramente bisogno, non trovate? E allora ecco qui i Buñuel, che già dal nome esprimono poca originalità e il classico ammiccamento ai ribelli da liceo pronti a seguire ovunque chi stuzzica il loro disagio.[…]Cosa vogliono dimostrare, a parte una banale prova di muscoli? Pestare sui tamburi, distorcere tutto e gridare nel microfono vuol dire essere automaticamente rock? Eh no. Quando si alza la voce, spesso, è perché non si ha nulla da dire.

Da quando in qua una prova di muscoli nella musica è diventato un problema? Soprattutto se fatta da gente che ha la storia sul groppone e sa cosa fa.  Ci sono Capovilla e Valente del Teatro degli Orrori,  Iriondo ex Afterhours e Robinson degli Oxbow. Lo dice anche Demented che la musica con le chitarre versa in uno stato blah (che poi non so nemmeno quanto sia vera sta cosa, se non affidarsi su certe notizie correlanti, tipo che ne so che la Gibson è in bancarotta).  Ma questo che cazzo c’entra?

Sarei curioso di vederli in live i Bunuel [suonano al Freakout l’8 Maggio, ma non c’ho soldi],oggi in Italia è difficile trovare una band che riesca a fare quel suono lì, e parlo di una band che vive fuori dal retroterra culturale dell’underground dei centri sociali, una band che vabbè, a me ricorda tantissimo quel blues dei Grinderman, fatto di distorsioni ridondanti e schiamazzi vocali, di cantilene suadenti in un mare nero.  Perché non possiamo accontentarci di un discreto prodotto del genere? Davvero dobbiamo essere ostaggio di ogni momento modaiolo? Non ho ben capito se a Demented non sia andato giù che a farla sta cosa siano stati dei tipi che non hanno 20 anni, ma se quelli di 20 oggi sono occupati tra indie-pop (it-pop), trap, elettronica, cercare di scoparsi le tipe che fanno cover su youtube e revival emocore e cazzi vari dei ’90 – tutto legittimo, sono il primo che non sputa sui più giovani, anzi – …. che cazzo di problema c’è se a farlo sono dei, che ne so, 48enni? Sono proprio loro che non devono dimostrare più nulla e che possono permettersi di suonare quello che un po’ che cazzo gli pare.

Tipo chissenefrega, fossero tutte così le banali prove di muscoli dei “vecchi”. Sempre meglio che ridursi a fare i giudici a X-Factor.

 

Nessuno Schema nella mia Vita – Kina (Ristampa)

Nell’anno del secondo governo Spadolini e del pentapartito, nell’anno di Tardelli e la storia dei Mondiali di Calcio, nell’anno 1982 nascono i Kina, uno dei gruppi più sottovalutati della musica italiana.  Dico sottovalutati ma forse è una parola sbagliata, la scena hardcore punk deve tanto ai Kina e chi ne fa parte lo dice ogni santo giorno. Dico però che, al di là del giro, i Kina a livello nazionalpopolare hanno sempre contato poco (decisamente meno, che ne so, dei CCCP).

Detto questo i Kina uno degli album più belli italiani degli anni 80 e dintorni l’hanno scritto davvero e si chiama Se ho vinto, se ho perso.

Oggi i Kina stanno diventando una roba di culto. Le ragioni del perché stia succedendo in un 201x dove le uniche scene musicali italiane sono quanto più distanti dal punk/hardcore, cioè quella trap e dell’indie, vanno trovate nelle nicchie di resistenza dei generi che oggi sono in sordina. Internet e le sue piattaforme sono diventate delle soluzioni potentissime, ricerca a costo 0 (sia di tempo che effettivamente economico) di anfratti musicali che fino a qualche anno fa potevano godersi solo quei fortunati quarantenni che avevano l’lp, le cassette o il cd.

Succede quindi che un appassionato di musica hardcore, un diciottenne diciamo alla ricerca del passato, finalmente riesca a scoprire in tutta autonomia pezzi di storia mai raccontata. Che poi mai raccontata cioè oh più o meno, vallo a dire a Gianpiero Capra che qualche anno fa ha scritto della propria storia, assieme a Stephania Giacobone, nella biografia Come macchine impazzite (edito da Agenzia X).

Nemmeno un anno fa ho chiacchierato via mail con Gianpiero, personaggio storico della scena torinese e direi pure nazionale, della sua vita quando era il bassista e una delle voci dei Kina. La potete leggere qui.

Ancora dico in giro, pensandolo davvero e mettendomi la mano sul cuore, che mi piacerebbe poter intervistare tutti i giorni persone così profonde e carismatiche come Gianpiero. Qualcuno potrebbe dirmi che è una questione di età e di saggezza, ma io la butto sull’esperienza di vita, convintissimo che Gianpiero, a 30 anni, non fosse così diverso da quelle mail.

Nessuno schema è grezzo, forse confuso. L’impressione è quella di ascoltare una roba  musicale che sta nascendo. Capito? Un piccolissimo bigbang di gente sudatissima e nervosa.  Dato l’anno però, un 1982 che non aveva visto ancora la nascita dei Negazione e dei Nerorgasmo – tanto per dirne due della scena piemontese – potremmo dire che Nessuno Schema, nella sua melma di linee di basso sparate a mille, nelle urla liberatorie e delle infinite distorsioni chitarristiche alla ricerca di assoli (ancora) rockettari, sia una delle fotografie della nascita di dieci anni di incredibile musica italiana.

Da quando esce quel demo i Kina salgono sul furgoncino e invadono la Germania.

Ci sono ancora due cose da dire sull’importanza dei Kina. Una è che sono l’archetipo della band della provincia, sono la poesia delle strade di periferia e il tuono dei temporali dell’adolescenza. Lo saranno sempre.

La seconda è che già con Nessuno schema succedono cose belle a livello di testi. Sergio Milani si è occupato della scrittura della title track che dice sta roba. Frasi come “Distruggiamo il senso del dovere/Solo allora potremo volare” potrebbero essere considerate una di quelle tagline da portarti appresso quando devi parlare di un movimento che, seppur in difficoltà, resiste ancora oggi.

Ah ecco, la cosa più utile da dirvi è del perché sia uscito sto articolo: la Spittle Records ha fatto la rimasterizzazione del disco, c’è un cd + lp con 30 minuti di musica che prima di oggi era abbastanza introvabile come cosa. Insomma, sta a voi voler investire bene qui.

 

We allora ci vediamo lì #0 – Bologna Elettrica

“Ti facevo più uno da Sodapops”

Stasera a Xm è lunghissima, inizia coi workshop delle due e c’è da fare almeno fino a mezzanotte e mezza.

Staff di MaleMale presente per colmare lacune, costruire pedali del tipo “fet booster”, assemblare un synth eurorack, introdursi a Pure Data e alla sintesi del suono generata con il computer, poi vederci tutta la lineup che è talmente grossa che non basteremo in tre (Washitsu sta in Antartide, davvero).

Trovi qui la lineup in questione, tutto il programma, i gremi coinvolti e le indicazioni del caso.

Ecco anche il link testuale, ché MaleMale è ancora beta\pacco e su certi browser non si vedono i link alle parole:

www.ecn.org/xm24/evento/bologna-elettrica-2/

Se non conosci niente della lineup non preoccuparti, neanch’io. Ho ascoltato solo Blak Saagan perché l’ha messo Diego su Facebook, e non vedo l’ora di sentirlo dal vivo:

Però puoi conoscere lì. Ho frugato qualche Soundcloud, qualche Bandcamp, e di cose belle ne ho sentite, hai voglia.
Avrei infatti voluto scrivere una guida ragionata, ma è andata a finire che inizia tra un’ora, corri vai a vestirti.

La rana alla fine dei tempi: il culto dei meme e la musica delle sfere.

La vita a volte ricorda delle fragole mezze mangiate buttate in un angolo sudicio della periferia di Niigata.

 Only meme magick can bring back disco

Utente anonimo di 4chan

Era un gelido e buio tardo pomeriggio di novembre a Niigata, dove mi ero temporaneamente trasferito per svolgere uno studio statistico sulla passera locale. Il nuovo ordine mondiale degli illuminati di Soros non mi pagava moltissimo, quindi avevo ripiegato su uno stanzino nella catapecchia del signor Jiro, un disoccupato ultrasessantenne affetto da una grave dipendenza per il pachinko e la pornografia patinata. Come ogni sera, dopo una dura giornata di lavoro, mi stravaccai sul divanetto sfondato del sudicio salottino del signor Jiro e aprii una Kirin Green Label da 66, ruttando.

Siccome probabilmente non siete altro che dei miseri e fisiocratici nazionalisti agrari che a malapena grugnisono nel loro bestiale dialetto di vallata, passerò in automatico tutti i dialoghi in Google translate per evitare di umiliarvi, poveri stronzi.

Jiro: Ma a che ora ti conosce uno sconosciuto? C’è un’indagine di uscita americana per le elezioni presto! Per favore, goditi tranquillamente la distillazione del malto.

Washitsu: Penso che morirai lentamente in un buco di cobra come Indiana Jones, ma senza gas. In realtà può essere divertente, sediamoci e distilliamo il delizioso malto del grande paese dell’impero.

Gli presi una birra e mettemmo sulla Fox per vedere quanto sarebbe stato umiliato l’obeso col tupet arancione.

J: Aprono il candidato anale presidenziale e inseriscono nel retto l’intera dimensione dei pugni maschi di altezza media.

W: Sicuramente Trump Donaldis perde le elezioni, viene mangiato tra rabbia, due lupi e un dispensatore, e la sua famiglia viene espulsa in una grotta senza elettricità nella provincia del Québec.

Con una risataccia da sciovinisti antipatriottici tracannammo le nostre Kirin Green Label. Anche se non ce ne rendevamo conto, fu in quel preciso istante che iniziammo lentamente a scivolare in una spirale di orrore e nausea dalla quale non sono ancora sicuro di essere del tutto riemerso. Mentre gli inviati della Fox blateravano di stati in bilico e del voto degli uomini afroamericani, ci scolammo le birre e passammo a un Kiminoi a temperatura ambiente accompagnato da yakisoba in salsa BBQ. Il grado alcolico saliva, mentre constatavamo con soddisfazione che la Clinton macinava un buon numero di voti negli stati abitati da esseri umani.

J: Se Donna Clinton vince le elezioni, la vita sarà meravigliosa e si realizzerà. Il presidente sensuale e generoso fa scorrere il fiume e il miele di latte. Per favore, ammira l’imperatore del nostro grande paese. Dare anche patatine fritte con maionese.

Gli passai una vaschetta di patatine ricoperte di muffa bianca simile a maionese, e andai a frugare negli scaffali polverosi del cucinotto in cerca di whiskey e chuhai per farmi un Neri Special. Dietro a un pentolino pieno di riso fossile ricoperto di vermi essiccati trovai anche un sacchetto di cristalli di ketamina.

W: Sig. Jiro, voi siete dei gentiluomini studiosi.

Tornai sul divano sfondato col mio Neri Special e una banconota da centomila Yen. Sotto lo sguardo severo ma giusto di Yukichi Fukuzawa tracannai una generosa sorsata, poi lo arrotolai e aspirai con forza il sedativo, pronto ad esultare a pieni polmoni per la vittoria dell’angelo liberatore Clinton.

Ve la faccio breve perché tanto sappiamo tutti com’è andata a finire. Il fatto è che, a un certo punto dello spoglio dei voti della Louisiana, il signor Jiro ha emesso un rantolo più strozzato del solito e poi ha smesso di respirare. Se la keta me l’avesse permesso avrei forse provato pietà, e anche schifo per gli odori raccapriccianti che salivano dal suo corpo moribondo, ma invece decisi di prendere il portatile e aprire www.diochan.com/b, per vedere come gli anonimi italiani stavano prendendo la sconfitta del male e la vittoria della libertà, della ricchezza, e delle multinazionali israeliane NGO. Stordito dall’anestetico, venni investito dalle nostalgiche note della disco anni 80, trasmessa a ciclo continuo sull’image board. Il pezzo era Shadilay, dei P.E.P.E., e quella fatidica notte sarebbe diventato l’inno metafisico di una masnada di reietti sociali convinti che le loro ridicole ossessioni abbiano una qualche conseguenza nel mondo reale[1].

Aggrappato ai miei inaffidabili sensi come Leo al pezzo di legno, e circondato dal nero e gelido abisso della fine del mondo, nella mia devastata psiche si incisero a fuoco le note della canzuriella in loop infinito, mentre leggevo gli sfoghi più bassi e volgari di una generazione di NEET disoccupati, obesi, vergini e sgrammaticati. Ma più della sempre più certa vittoria di Trump, più della tronfia soddisfazione dei lumpenritardati della rete, più dei gorgoglii disumani che provenivano dalle budella marcescenti del signor Jiro, percorse di spasmi postmortem, quello che mi riempiva di terrore era che nelle innocue parole di Shadilay, le diaboliche creature di Internet vedessero un messaggio di profezia messianica.

Cerchiamo di trovare i capi di questo gomitolo di merda sciolta. Tutto è iniziato con la rana Pepe, personaggio di un fumetto naïve, innocua reaction face del 2008, che, come una rana in una pentola la cui temperatura aumenta in modo impercettibile ma costante, è stata finalmente cotta e mangiata da quel disomogeneo ammasso di persone molto confuse che si autodefinisce alt-right. E fin qui, direte voi, ordinaria amministrazione. Ma presto una slavina sincromistica di numerologia, egittologia rimasticata male, citazioni da World of Warcraft che solo persone con gravi turbe psichiche potrebbero capire, portò il trisomico popolo della rete ad affermare che anon aveva letteralmente memato Trump fino alla Casa Bianca. Facciamo come al solito un passo indietro da formica, uno in avanti da elefante e un passo laterale tipo Cochi e Renato in ‘E la vita l’è bela’ e immergiamoci nel mondo della magia memetica come Luke nelle fumanti budella del Tauntaun. In verità occultismo e imageboard hanno da sempre vissuto strettametne interconnessi, sin dai tempi di /x/, dei creepy thread, The Grifter, Russian Sleep Experiment, Slenderman (forse anche i giovinielli si ricorderanno di questo, che ancora va di moda), e di mille altre fantasie morbose, lanciate nel corridoio di internet come salami radioattivi. Di fatto, ai miei tempi, i thread più popolari su /x/ erano quelli sui tulpa, nei quali obesi depressi appassionati di cartoni cinesi praticavano asfissia autoerotica allo scopo di evocare la loro waifu sul piano materiale. Non giudichiamo, qui si studia il fenomeno scientificamente.

All’epoca c’era ancora un tenue collegamento tra l’occultismo classico e la sua versione minipony, ma i legami furono tranciati intorno al 2015 col baneposting e la conferma definitiva dell’efficacia della magia memetica trovata nel disastro del Germanwings 9525. Un precedente contestato è Ebolachan del 2014, la cui credibilità però scemò quando l’epidemia in Africa occidentale perse di virulenza l’anno successivo – non prima di aver scatenato le fantasie pagan di qualche bifolco del Massachussets e di altri randomici mentecatti. Tutti questi fenomeni hanno in comune il fondamento metafisico per cui è virtualmente possibile causare un evento tramite uso ripetuto e costante di meme, un nucleo culturale di significato propagato attraverso ripetizione creativa.

Ma hey, diranno i miei piccoli lettori, sulle pagine di questo elettronico diario si parla di musica! Ci stavo arrivando, si parlava di Shadilay. Come consueto, ecco un assaggio dei testi:

Assoluto cosmico, regolare realtà
Respiro di un immagine, sintonia di civiltà
Confusa progenia di cellule ribelli
Volo verso l’universo, l’attraverserò
Se sei stella, fatti vedere, io mi fermerò

Shadilay, shadilay, la mia libertà
Shadilay, shadilay, oh no…

[…]

Armonia metallica, concreta realtà
Videoclip elettronico, elogio di civiltà
Confusa progenia di cellule ribelli
Volo verso l’universo, l’attraverserò
Se sei stella fatti vedere, io mi fermerò

Iniziamo a capire perché il pezzo è piaciuto tanto ai mentecatti di 4chan e ai loro degni pari delle italiche sponde. Nella vaghezza incromprensibile delle parole in libertà si può leggere quel che si vuole! Facciamo un esperimento con quel che ci vedo io? ‘Confusa progenia di cellule ribelli’, per esempio, è cancro, termine che qualifica certamente molta della scena passata e recente delle IB. ‘Assoluto cosmico’/’Armonia metallica’ sono contrapposti a ‘regolare realtà’/’concreta realtà’ nelle due strofe sono un ennesimo richiamo alla metafisica della magia memetica, che precipita concetti dall’iperuranio (e ‘Videoclip elettronico’ sembra suggerire la natura informatica del regno delle idee) nell’altro grande universo parallelo dell’IRL.

Smascellando come Rain Man battei con insistenza il dito sullo schermo del portatile, mostrando al signor Jiro un remix vaporwave di Shadilay.

W: Hai visto ragazzi Jiro signor? Ricordi cos’è l’eone di Horus intorno a noi? David Tibet dice che il paese è in una grande crisi e che Kalki ha bruciato un cavallo bianco con quando controlla la spada per pulire la terra, il fuoco viene dalle sue stesse mani. Ecco alcuni prodotti alimentari!!!

In tutta risposta il signor Jiro emise un protratto gorgoglìo e la sua pancia si aprì a metà come in quel film ambientato al polo sud, ma invece dei tentacoli e degli spruzzi di senape uscirono due dozzine di vermetti verdi in fila indiana, beatboxando una qualche cover dubstep di Stand by Me. Il loro re (lo riconobbi dalla piccola coroncina di carta stagnola) mi strisciò lentamente su per il braccio, fino ad arrivare al mio orecchio, dove sussurrò dolcemente, come uno che parla a un ritardato:

Quarto d’Altino, la Conad accanto al Punto Snai, tra una settimana a mezzanotte”.

La vacanza a Niigata era finita, mi attendeva una nuova missione.

 

Washitsu
washitsu

 

 

 

 

[1] Definizione ufficiale di occultista a partire dal XVIII secolo circa.

Dischi del Mese #1 Marzo

The Ex – 27 Passports

Se fossimo nel 2010, o da qualche parte temporale agli inizi del millennio, 27 passports starebbe a girare per tutti i dj set di metà mondo occidentale, in mezzo a una compilation che c’ha dentro Strokes e Iggy Pop. È un album che è  capace di riprenderti i Battles dei tempi gloriosi (quelli di Mirrored) e Don Caballero, per poi rispedirtelo in linee vocali che, nella prima traccia, sanno tantissimo di quel folk rock autentico degli America. 27 passports è un lavoro così pieno di riff disarticolati, passaggi sbilenchi ma studiatissimi, alti e bassi emotivi, ritornelli incantevoli e che non puoi non pensare al fatto che se fare musica come la si faceva una volta è una metodologia in crisi, beh, il gusto di fare musica come dio comanda non se ne può andare. dominano chitarra e la voce di de Boer, che si è divertito a giocare di dissonanze. Per chiuderla, stiamo parlando di una band che ha quasi 40 di carriera alle spalle e che ha fatto pezzi di storia dell’underground.   la musica è così bella che uno non si accorge dei testi, eppure de Boar più di una volta pare voler essere il predicatore di una band che erroneamente la definiscono punk ma che è più vicina al jazz e all’Africa tribale di quanto si pensi.

 

Mount Eerie – Now Only

Genevieve Castrée è stata un’artista canadese e mi dispiace un po’ averla scoperta solo adesso. Dico “mi dispiace” perché oggi Gen non fa più parte di questa parte dell’esistenza, se n’è andata di cancro nel 2016 e ascoltare la sua musica è ancora più deprimente.

Mount Eerie, uno dei grandissimi del suo tempo (assieme a una manciata di nomi, tipo Mark Kozelek), scrive il seguito spirituale di A crow looked at me, album dedicato alle tematiche del lutto e della perdita.

Now Only a quanto pare è una roba che nel percorso del lutto sta nella fase “rimettere in ordine il vaso, a partire dai cocci sparsi per il pavimento”.

L’uomo e padre Phil soffre come chi ha perso tutto o quasi nella vita (per fortuna gli rimane l’amore incredibile per il figlio e la sua musica), la sua sofferenza è la cosa più privata e intima che possa esistere – perché ogni sofferenza è la cosa più privata e intima, sempre, per chiunque eppure l’artista Mount Eerie scrive parole e suona la sua chitarra trasformando quel fazzoletto fradicio di lacrime in uno degli album più empatici, totalizzanti e belli della storia della musica, capace di avvicinarsi per attitudine all’inarrivabile Jason Molina

But people get cancer and die
People get hit by trucks and die
People just living their lives
Get erased for no reason with the rest of us watching from the side

 

dda

 

 

Lvte Lvte

Nuovo album per i tre neri cardinali dell’ambient/postrock di Casalmaggiore, che è esattamente quello che vorresti ascoltare mentre evochi Satana in una chiesa diroccata della campagna francese dopo aver riunito tutte le nove incisioni del Delomelanicon. Dalle nebbie del Po emergono reverb da cattedrale gotica e ululati gregoriani.

Il disco eponimo chiude una trilogia lunga sette anni, iniziata con Amar Puede Matar (2011) e Santa Marinaro (2015). A chitarre frustate e piatti funerei si accompagnano tastiere low-fi dissonanti, per un LP rigorosamente strumentale, dilatato e livido. I tre dimostrano una notevole maturazione nella costruzione del sound rispetto alle loro precedenti release, un’illuminazione oscura che guida i nostri in valli di lacrime, autolavaggi di provincia e capannoni abbandonati. L’ultima traccia, una passeggiata tra cappelle diroccate e crocifissi all’incrontrario, è ideale per le vostre messe gnostiche, sedute spiritiche e live di Vampires Requiem. Tracce bonus nel vinile.

 

Bud Spencer Blues Explosion – Vivi Muori Blues Ripeti

Cosa recensisco? Bud Spencer Blues Explosion?

Credevo fossero morti

Ottima citazione d’apertura

Partiamo dal presupposto che questo è un disco fatto bene, da due che i calli sulle manine se li sono fatti suonando con gente grossa. Io ci sono un po’ cascato, per quel chitarrino desert sporcato e enveloppato, il vocal grammofonato, lo snare e l’hi-hat che ti fanno contrarre i muscoli del collo e agitare le dita anche quando non vorresti. Ma poi mi son chiesto.

Dove va? Al mare, con una caipirinha lunga e camel gialle morbide, a far scuotere le natiche alle fighette con gli sgarri nei jeans. Cioè, un verso tipo ‘Come la prima sciocca sbronza sorella della marijuana’ cosa cazzo mi rappresenta? Strade sterrate sì, ma battute dalle mini countryman di innumerevoli borghesucci per andare a una spiaggetta che era figa vent’anni fa ma ora è un carnaio di hipster coi schei di papà. La Coca della traccia 7 è una zero tiepida. Il titolo è rivelatore, risponde alla domanda di inizio capoverso: gira in tondo e lì rimane. Consigliato per rimorchiare sedicenni alla spiaggetta di cui sopra.

 

Washitsu
washitsu

 

 

CZARFACE, MF DOOM – Czarface Meets Metal Face

Split personality, I ride with a sidecar

Finalmente qualcuno ha samplato il basso di Practice Makes Perfect degli Wire, da Chairs Missing che da una vita lo dico, è il disco definitivo da sample, frasi memorabili e isolabili una in fila all’altra, ci fai tutto e viene per forza bello.

[Non c’è ancora su Whosampled, l’ho sgamato io e volevo bullarmene]

E qui la usano su una skit, che è un fatto paradigmatico delle contestazioni mosse a questo disco dalla più parte della critica musicale: occasione persa con quei nomi lì, quel sound lì, quelle basi lì, nessuno che si impegna veramente, DOOM adagiato, esercizio di stile.

Questa cosa in effetti reazionaria e di genere coinvolge quindi DOOM, dopo tanto tempo di nuovo MF, lo avrai riconosciuto; Inspectah Deck, rimastone in forma scudetto, qualcuno dimenticato che è sempre stato un duro, e qualsiasi cosa faccia sembra sempre un colpo di coda ma non è: Kevin Costner nei film di sport, praticamente Philip Cocu dopo il duemila; 7L & soprattutto Esoteric che ha degli alti di testo come forse mai prima e mai più dopo: due esclusi di poco dalla golden age e dalla ribalta che non hanno mai mollato la botta e perseverano in boom bap, piccoli club.

Lo amerai se anche a te Youtube consiglia di routine Israeli Salad di Alchemist e i beat tape strumentali, perché suona come quello, ma fatto meglio. Della qualità di chi si passa il microfono non ci stiamo a dire, e neppure dell’innecessarietà di first world problems, denuncia politica e sociale, su un disco che vuole essere niente più che forma incastonata su fitte discografie, un’ennesima affermazione che questo modo è il modo figo, il miglior modo.
Ti prendi il pezzo da rissa, l’incastro, e vedi il genere stare fermo e prosperare nel suo mondo dentro il mondo, casomai con la curiosità di sentire quali nuove rime si possono fare con “Netflix” e “Bitcoin”. Per tutto ciò, e per come al primo ascolto ho goduto il sample da Godzilla che spacca città in cartapesta di Meddle With Metal (è da Spiderman & His Amazing Friends in realtà), e per tutte le cose che possono farti dire sì oh sì oh sì ogni trenta secondi in media, io credo che questo disco sia più valido di quanto se ne dice.

Che poi il di genere prosperi quando l’arte stagna, quando lo stato dell’arte si adagia o si accartoccia e regredisce, è un fatto da dimostrare, ma mi porta a parlare dell’altro disco del mese, quello ovvio:

 

Jack White – Boarding House Reach

 

Decent to strong 9

Dicevo ieri a DDA e G.BIT che i dischi del mese di questo mese sono praticamente gli unici che ho ascoltato, salvo un altro paio di casi eclatanti, prendi i Vilma, dei quali però vorrei provare a dirti più tardi, con più calma.
Lo premetto perché fa strano anche a me stare qui a preoccuparmi di trovare le parole migliori per un disco di cui chiunque, Fantantonio Fantano in testa, ha detto grandi cose, e tutti con decine di affezionati spettatori in più di noi qui su MaleMale.
Però faccio che assecondo l’urgenza.

Più su scrivevo del di genere, no? Se la questione sta iniziando a porsi per l’hip hop relativamente di recente, e magari in un quadro di acciacchi vari, una fase di stanca, per la musica con le chitarre il discorso è stagionato: il genere ha preso il sopravvento e il rock genericamente inteso è qualcosa di impossibile da definire, individuabile forse nella parodia di sé per la quale pure si è dovuta coniare la definizione di fm rock, cioè il rock da Virgin Radio che con il dad rock (tipo i Pink Floyd e i Dire Straits) va per la maggiore tra chi [non so, taglio, non ho voglia di tracciare profili sociologici].

Per dire, immagina di essere un MC: se qualcuno ti chiedesse ah davvero suoni? Canti? E cosa fai? Tu risponderesti hip hop e non avresti bisogno di specificare altro. Prova a farlo col rock: impossibile; l’unico qui che può farlo, che non sia un dinosauro tipo Neil Young, è Jack White III. Se non si fosse capito finora, Boarding House Reach lo dice chiaro e manifesto.

C’è tutto qui dentro. C’è il miraggio dell’innovazione su un impianto che ormai pareva impossibile da innovare, e Jack White lo fa solo usando la chitarra in un certo modo qui, in un altro là, improvvisando e tirando fuori una gamma di suoni che pure non ne mascherano il tocco inconfondibile neanche per un istante. Un mischione assurdo che Lazzaretto (quello sì, scaduto nell’fm rock in un modo che mi faceva dare JW già per bollito compromesso) gli può solo ciucciare l’alluce, con Ice Station Zebra (immagina di suonare davvero una canzone come Ice Station Zebra, senti quel basso come fa) che in termini di delirio, tiro, solidità, fosse stato su Icky Thump sarebbe stato nettamente il miglior pezzo. Come fai a intendere la canzone rock come Tom Waits, fare sette mesi da recluso come Springsteen, suonarci sopra come Robert Fripp: sei un genio. Uscirtene col singolone power ballad, Connected By Love, che un Lenny Kravitz metterebbe il culo in offerta al 70% per riuscire a scrivere.
Senti come fa la chitarra su Corporation, quando a un certo punto attacca col tremolo surf e sembra che stia per succedere qualcosa di terribile, poi invece entrano solo le cowbells, una cosa che fanno sempre i Sonic Youth ma che mai ti aspetteresti di trovare qui, tra una ballata in minore e un arrangiamento orchestrale.

Puoi dire dei White Stripes che Fell In Love With A Girl è garage, che Little Bird è blues; è una cosa che riesci a fare quasi sempre. E su questo disco Respect Commander cos’è? Boh frate’ rock.

Produzione di Dio e tutto.

Nell’anno delle chitarre che tornano prepotenti, della black elettronica che mostra il fianco alle derive di genere e comincia a perdere d’appeal, questo disco è un monumento, con tanti saluti a Black Angels e al revival garage, alla psichedelia soft e alle cose senza assoli, ma con quanti arpeggi.

 

paolo marco cintura
pmc

WebSemantico#1 – TheGiornalisti – Questa nostra stupida canzone d’amore

Speriamo

 

Stamattina mi sono alzato un po’ meglio del solito. Probabilmente soffro di vagotonia ma dovrei ancora trovare un neurologo per farmela ufficialmente diagnosticare, per adesso sto divagando solamente con l’ipocondria.

Dicevo che oggi mi sono alzato un po’ meglio del solito, a me stanno simpatiche sia Pamplona che Riccione – un po’ per il lol, un po’ perché oggettivamente sono quelle canzoncine pop che funzionano quando è estate, il sole batte, e la serotonina pompa al livello giusto per farti dire che anche la merda è gaudiosa (forse è il melanoma al cervello, non so che dirvi, ma l’ho pensato) –  quindi mi sono detto “Ok, sentiamo l’ultima dei Thegiornalisti”. E niente, so solo che adesso c’ho voglia di invitare a casa Merzbow e fargli fare un live di 24 ore mentre gioco a Doom steso a letto, nudo, con un tizio della digos che mi stuzzica il glande con un taser.

Quello che mi stupisce di Tommaso Paradiso è il fatto che uno con la laurea in Filosofia sia in grado di NON superare mai l’asticella del compositore mediocre,  sembra il tipico tizio che ha fatto la scuola della vita, percorso scelto tra le sagre del cicatiello, ha discusso di politica con don mario ogni domenica, che magari con la scusa di comprarglieli alla nonna i tabloid di quelli con la fregna sarda velina che si abbraccia con l’aziendalista di successo di 60 anni ricolmo di grasso in copertina, foto scattata da qualche parte a Panarea o dove cazzo ne so insomma se li LEGGE di GUSTO pure lui

cioè capite, Tommaso Paradiso è uno che poi quando ha scoperto la figa il massimo che poteva farle in campo trobadorico era dedicarle “Una canzone d’amore”  o “Una canzone per te”, mica una cosa del genere capite

la cosa è che Tommaso Paradiso è un decimo a livello compositivo dei suoi eroi, vale un 10% scarso di un Vasco Rossi e che ne so, un 30% di Claudio Baglioni e forse un 20% di Luca Carboni ma quello che mi chiedo è PERCHE’ NON TI ACCATTI UN EDITOR, UN GHOST WRITER, PERCHE’ NON HAI UN GRUPPO WHATSAPP CON DEGLI AMICI VERI, DI QUELLI SINCERI, NEL QUALE POSTARE I TESTI DELLE CANZONI PRIMA PUBBLICARLE? CHE MAGARI TI DICONO NO DAI TOMMY FORSE SCRIVERE “SEI LA NAZIONALE DEL 2006” E’ UN PO’ TROPP

Nel caso mandaceli a noi i testi saremo sinceri.

 

“Se domani tu per caso sparissi
E io non sapessi più con chi parlare
Dopo tre gin, cosa dovrei fare?”

//Dopo tre gin il maschio medio (e superati i 30), per quanto innamorato, può fare tre cose, una di queste o tutte:

a) andare in bagno per una sciolta fulminante

b) cominciare a dire frasi nazionalsocialiste che Salvini spostati

c) arrapamento coatto, la prima che passa o ci si accontenta di tornare a casa e aprire pornhub in sessione notturna

“Hai capito chi sei
Sai che ho vinto il mondiale da quando ci sei
Sei la Nazionale
Del 2006
Ma dentro casa col vestito da sposa
Sei il finale migliore di tutti i film che possiamo guardare
Prima di andare a dormire”

//E d’altronde dopo i tre gin qualcosa di vagamente nazionalista spunta. Riferimento alla nazionale del 2006 + lei con vestito da sposa a casa.  Sì ragazzi lo ha fatto, ha paragonato una ragazza alla Nazionale di Lippi e del si va a Berlino, ma augurandosela col vestito da sposa in casa.  Sì ragazzi lo ha fatto, ha paragonato una ragazza alla Nazionale di Lippi e del si va a Berlino, ma augurandosela col vestito da sposa in casa. Sì ragazzi lo ha fatto, ha paragonato una ragazza alla Nazionale di Lippi e del si va a Berlino, ma augurandosela col vestito da sposa in casa. Sì ragazzi lo ha fatto, ha paragonato una ragazza alla Nazionale di Lippi e del si va a Berlino, ma augurandosela col vestito da sposa in casa. Sì ragazzi lo ha fatto, ha paragonato una ragazza alla Nazionale di Lippi e del si va a Berlino, ma augurandosela col vestito da sposa in casa.  p o r c a Sì ragazzi lo ha fatto, ha paragonato una ragazza alla Nazionale di Lippi e del si va a Berlino, ma augurandosela col vestito da sposa in casa. p u t t a n a Sì ragazzi lo ha fatto, ha paragonato una ragazza alla Nazionale di Lippi e del si va a Berlino, ma augurandosela col vestito da sposa in casa. e v a Sì ragazzi lo ha fatto, ha paragonato una ragazza alla Nazionale di Lippi e del si va a Berlino, ma augurandosela col vestito da sposa in casa. s i a m o Sì ragazzi lo ha fatto, ha paragonato una ragazza alla Nazionale di Lippi e del si va a Berlino, ma augurandosela col vestito da sposa in casa. s e r i  Sì ragazzi lo ha fatto, ha paragonato una ragazza alla Nazionale di Lippi e del si va a Berlino, ma augurandosela col vestito da sposa in casa. Sì ragazzi lo ha fatto, ha paragonato una ragazza alla Nazionale di Lippi e del si va a Berlino, ma augurandosela col vestito da sposa in casa.

Tu che parti per un viaggio
Io che annaffio le piante
Aspettando il tuo ritorno

//Ribaltamento di tematiche, il gin ha smesso di scorrere, il machismo malinconico si rilassa e lei può partire per un viaggio. Chissà, magari di lavoro addirittura,  lui aspetterà il ritorno annaffiando le piante. Certamente non aprendo che ne so, un romanzo di Paolo Nori, così tanto per imparare a scrivere e farci un favore a noi quattro stronzi

La Corea del Nord
Non potrà fermare tutto questo

PREMI QUEL CAZZO DI TASTO KIM, FACCI SALTARE DAI FALLO

 

dda

 

The Toni Iwobi Appreciation Society OST

Ho fatto un voto alla Madonna che mi impone di iniziare qualsiasi playlist con The Great Southern Trendkill:

Ripensando alle scorse settimane, che ho avuto l’amarcord dei vecchi video del CapoBastone, quelli di Minecraft e Grezzo2 col sintetizzatore vocale, e CapoBastone ha un serpentone micidiale per icona come questo disco dei Pantera.
Te lo dico soprattutto per conferirmi ulteriore autorità da king dell’algoritmo, visto che il bello scritto apologetico de La Caduta sul CapoBastone è uscito solo in seguito; e ci sarebbero pure tutte quelle storie di pagine con un certo seguito, tipo HD Hipster Democratici, che mi sono sempre state vicine, tre passi indietro.
Uno degli episodi più clamorosi di me che smuovo internet è l’assurda circostanza per la quale ho sgamato artista e titolo di questa canzone skate punk molto bella, che mi ha ossessionato per lungo tempo:

Ti giuro, ti prometto, che non ho idea di chi siano stefanoxxxaz e iamnotanumber nei commenti: fatto sta che una sera di un mesetto fa, ragionando con amici intenditori, salta fuori la mia disperata voglia di sapere di chi accidenti è ‘sto pezzo. Nessuno sa. Shazam non sa, inutile dirti che le ho provate tutte. Mi sembrano quasi gli Eversor ma non ci stanno coi tempi e con la visibilità internazionale.
Ecco che la mattina dopo, davvero la mattina dopo, iamnotanumber risponde a stefanoxxxaz che si tratta di Feel di, o dei, ChuckTreece. Il video è su Youtube da otto anni, con 890 visualizzazioni.
Assurdo no?

Starai pensando «mumble mumble una playlist in supporto di Toni Iwobi che già nei primi tre pezzi ha dentro Phil Anselmo, Glenn Danzig e cita CapoBastone: questo qui è fascioleghista marcio figlio di puttana».

Fughiamo ogni ragionevole dubbio.

Il peggio è passato e deve ancora venire, ma il panorama del social network è stato desolante per diversi giorni. Il fatto che Toni Iwobi si sia piazzato in Senato si è tradotto in un’immagine virale: è uno split tra una foto che lo ritrae e uno screen di Samuel L. Jackson nel ruolo dell’house nigga in Django Unchained.

(Splittone Paura)

Teniamo ben presente una delle leggi più solide di internet: la sinistra non sa memare.
[DDA legge la bozza e mi fa notare che messa giù così è un’asserzione rossobrunista. Ho un momento di sconforto, e poi mi viene in mente che già sono partito ambiguo. Quindi chiarisco, e con link: la storia che la sinistra non sa memare è un meme, peraltro americano. Siccome pare che queste dinamiche abbiano contribuito alla vittoria di Trump, lo scrivo con rammarico. Però è vero. Ma non del tutto.]

Capisci che mi sento stranito dal veder passare conoscenti dalla spilletta Non una ti meno al beffarsi del diritto all’autodeterminazione in nome di una semi-dietrologica caccia alla strumentalizzazione.
Ma strumentalizzato de che, Toni Iwobi, che ha l’azienda sua.

A nessuno può dar fastidio un nero che scelga di stare dalla parte dei padroni perché  padrone a sua volta. Frase. Se annulli i termini come in matematica, per risultante hai che quel che gli brucia è che un nero sia padrone.

Ma se proprio hanno bisogno di un nero per nemico, se la prendessero con un Louis Farrakhan piuttosto, no? Macché, non sarebbero sul pezzo.

Mi ricordano tanto i meme e gli sfottò a Kyenge che sto male, e mi fa molto ridere, a vedere le stesse logiche politiche adottate da parti teoricamente opposte. È una roba che esce dalla bocca di Nanni Moretti al bar sotto forma di te lo meriti Alberto Sordi, fa il giro e gli rientra in culo.

Potremmo cavarcela con un «è controverso» come per The Story of O.J.
E poi mi sono talmente speso in favore di Toni Iwobi che non ho manco più voglia di argomentare ragionare fare, tra aggressioni verbali, schermaglie e baruffe. Essere costretto a fare la parte dell’avvocato del diavolo (ché comunque stiamo parlando di un leghista) mi prude e poi dieci pezzi li ho messi, la playlist è fatta, viva tutto.

Oh comunque Candyland era di Di Caprio, non di Samuel L. Jackson, scemini.

Ciao Maurizio. Gone but not forgotten.

 

paolo marco cintura
pmc

 

Sogno d’una notte di mezz’autunno – Sting, la Morte e il numero 23.

“Hegel a volte non significa niente, ma Goethe significa sempre qualcosa” – Robert Anton Wilson

We will not again see
God humbled on an ass
But see
See
On a white horse he comes
Blazing sword in burning hand
“Lo, I am become death
The destroyer of worlds”
Current 93, Hitler as Kalki, 1992.

Un tardo pomeriggio di Novembre ebbi la necessità improvvisa di scuotermi di dosso l’umidità del Brenta, che mi si era avvolta addosso come il lembo stracciato di un sacco nero dell’immondizia sul gonfio cadavere di un rospo lasciato a putrefare sull’argine. Era strisciata fin dentro il mio corpo sottile, sussurrando parole in semi-incomprensibile dialetto di Marghera, parole di torbida serenità, di evasione fiscale, di sbancamenti collinari semiabusivi, di baccalà mantecato alla diossina, di morchioso musetto intinto nel kren e poi biascicato da fauci umettate di prosecco. Bituminosa.

Mi sembrava di essere rimasto incurvato davanti alla malaticcia luce del portatile nello stanzino semibuio per ere geologiche. Muschio e ragnatele si sbriciolavano tra le mie giunture mentre flettevo i muscoli ridotti a sottili filamenti, elastici briciolosi. Mossi dei passi incerti, mentre macchie nere sfarfallavano nel mio campo visivo. Una fugace visione di alberi, vento e pioggerellina mi condusse lungo il corridoio dell’ingresso. Le mie mani prive di sensibilità trovarono il chiavistello e con un ultimo ignominioso sforzo barcollai in giardino, appoggiandomi pesantemente al muro scrostato. Ero fuori dal dentro.

Nel posacenere era rimasto un mozzicone miracolosamente non toccato dalla pioggia, grigia e malsana. Tirai una boccata nevrotica mentre ancora le nebbie del Brenta mi attanagliavano nell’apatia, registrando a mala pena l’intossicante e denso puzzo di resina d’erba ganja che quel mozzicone di sigaretta stranamente emanava quando dato alle fiamme. Poi scossi la testa ed improvvisamente fui libero dalla maledizione del mesto rigagnolo di perbenismo borghese. Cioè il Brenta.

Un soffio di vento rivelò il ghigno marangone della luna, come una segretaria frustrata che ha subodorato possibilità di copula. Istintivamente distolsi lo sguardo per cercare il grande Orione, una magistrale e imbambolata bozza di Peroni da 66 che flottava nella posizione Wikipedia sicuramente descrive con dovizia di particolari. Dalla coda dell’occhio, l’intensa luce di Sirio mi trasse a sé. Rimasi a fissare la stella binaria, cercando di non pensare alle stronzate di quella faccia di merda di Robert Temple, che vergogna smerdare con la pseudoscienza da complottari quella meravigliosa etnografia di Griaule, ma che cazzo ne capite voi coglioni della grandezza di Griaule e Mauss, non sapete nemmeno che cazzo sia l’antropologia culturale.  L’antropologia, porcaccio di quel Dio. Fate pure fatica a pronunciarne il nome, andatevene a fare in culo. Mentre ero immerso in questi pensieri rilassanti, ecco che da dietro Sirio sbuca e mi fa l’occhietto il mio amico Vauro Senesi.

“Vauro…” gli feci un cenno nervoso, nascondendo istintivamente il mozzicone dietro la schiena “Non ci vediamo dal tempo delle guerre psichiche di Caltanissetta. Come sei sopravvissuto a quel trio di telepati mercenari del Mossad?”

“Deh ‘un me ne fà parlà bellino, che sinnò qua si fa notte.”

“Ah. Volevi qualcosa allora?”

“Vabbè dai allora te lo diho, deh, è andata a finì che l’ho pagati di tasca mia, deh. I tìchette di partecipazzione a Ott’Emmezzo a quarchiccosa mi sò serviti.”

Risolino catarroso di Vauro.

“No dai davvero, se non c’è niente vado che devo pure finire sta cazzo di recensione…”

“La recenzione deh, è di quella ‘he ti dovevo parlà! Mi sò visto un po’ co’ Lilli e Chicco e m’hanno detto che t‘un la poi fà la recenzione sui Bìtorse deh, de’ Bìtorse ‘un gliene frega ‘n cazzo a nessuno. Deh. Bada che hanno detto proprio ‘N cazzo a nessuno. Lilli e Chicco, mica ‘r mì zio. Tu’ha’ffalla su un gruppo morto più famoso.”

“Tipo?”

“Deh, ‘he te lo dico a fà, i Polisse, deh”.

Per farla proprio breve, la storia è che praticamente Sting se ne esce nell’83 con questo pezzo, in questo album. Ora, non dico che ci si sono buttati sopra a corpo morto, ma diciamo che non era solo un po’ vagamente allusivo, ecco. Procediamo con ordine: la sincronicità alla quale si riferisce il titolo dell’album è un concetto che fu caro a Jung, reso popolare da Robert Anton Wilson, papa discordiano, romanziere, saggista, drammaturgo e droghello. Secondo questo tizio, tutto ha inizio con un altro droghello, Burroughs (ricordate la mia ultima recensione? Bravi) che, intorno al ’60, iniziò a collezionare in modo compulsivo dei 23, che trovava dietro ogni angolo a marchiare eventi significativi. E sì, ci hanno fatto anche un film, ma senza capire un cazzo della cosa. Qualche esempio:

  • Hitler fu iniziato alla società del Vril nel 1923
  • La geometria euclidea ha 23 assiomi
  • La ventitreesima lettera dell’alfabeto albionico è W: William Burroughs, Heathcote Williams (editore di The Fanatic, che conobbe Burroughs per la prima volta a 23 anni, mentre viveva al civico 23), Wolfgang Pauli che collaborò alla teoria Junghiana della sincronicità, etc.
  • Il 23 Luglio cade l’inizio di un antico cerimoniale egizio dedicato a Sirio

Secondo Jung, che pone la cosa in modo un po’ più elegante, la sincronicità è quel fenomeno di connessione che non risponde alle leggi di causa-effetto, ma ricorda più una precipitazione sincronica (da qui il nome) di eventi nel tempo e nello spazio. Mi direte, è una paroletta, cazzo c’entra coi Police. Probabilmente niente, se non fosse che Sting e Burroughs se la intendevano abbastanza. Probabilmente niente, se vogliamo glissare sugli ovvi riferimenti crowleiani alla Boleskine House e al lago di Loch Ness nel pezzo Synchronicity II dallo stesso album. O anche solo al fatto che Sting si è autodichiarato un thelemita sul numero di gennaio 1984 di Penthouse (01/1984=1+1+9+8+4, lo sapete già quanto fa), altra rivista su cui a lungo pubblicò Burroughs. O che il titolo dell’album è stato esplicitamente tratto dal Roots of Coincidence di Koestler, un manualetto del ’72 su parapsicologia, chiaroveggenza e psicocinesi.

Quindi abbiamo un album fortemente influenzato da Jung, Burroughs, e dall’occultismo thelemico, all’interno del quale guarda caso c’è un pezzo apparentemente dedicato all’adulterio, ma con sostenuti sottotoni di alchimia e cartomanzia. Procediamo: sempre Sting ha commentato in un libro di suoi testi che Wrapped Around Your Finger è ‘dedicato a una sua amica, psichica di professione e insegnante di tarocchi’. Fast forward: nel 1994 una certa Rosetta Woolf realizza una serie di tarocchi chiamati Aleph Tarot, 22 arcani maggiori illustrati ad acquarello ‘reminiscenti dell’immaginario di Thoth, dedicati al mito di Lilith’ . Rosetta Woolf è anche autrice di un booklet coi testi di Message in a Bottle nell’81. L’affare s’ingrossa, e non è finita qui. Spulciamo i testi di WAYF:

You consider me the young apprentice
Caught between the Scylla and Charibdes
Hypnotized by you if I should linger
Staring at the ring around your finger

I have only come here seeking knowledge
Things they would not teach me of in college
I can see the destiny you sold turned into a shining band of gold

[…]

Mephistopheles is not your name
I know what you’re up to just the same

Ora, Sting ha una certa morbosa attrazione per Goethe. Vediamo un attimo cosa ci dice il buon vecchio Faust circa Mefistofele, Lilith e l’apprendista stregone:

Faust:
Lilith? Who is that?
Mephistopheles:
Adam’s wife, his first. Beware of her.
Her beauty’s one boast is her dangerous hair.
When Lilith winds it tight around young men
She doesn’t soon let go of them again.

Mettiamo insieme i pezzi: abbiamo Sting e la sua passione per le menate esoteriche e la cara Rosetta, già presumibilmente sposata con l’artista Hennie Boshoff, che nel giro di una decina d’anni avrebbe sfornato la sua serie di tarocchi (per chi si fosse sintonizzato solo ora, lo studio e la realizzazione del proprio set di arcani è parte dell’iniziazione alla Golden Dawn), fantasie di adulterio, l’evocazione di Babalon (al costo di essere ripetitivo, ricordate la mia ultima recensione?) sotto i buoni auspici dello zio Al.

In cima a questo cumulo di coincidenze sincronicità, c’è ovviamente la Morte, e non sto facendo filosofia spicciola: Sting ha dichiarato che il XIII è il suo arcano preferito. Nell’interpretazione tradizionale, la Morte rappresenta un processo di trasformazione per divisione – una sorta di decomposizione se vi pare. Ecco, Synchronicity segna contemporaneamente l’apice del successo dei Police (70,000 anime allo Shea Stadium, 3 grammy nell’84, 17 settimane in classifica per il disco, non esattamente noccioline) e la fine dei giochi per Sting e Andy Summers, col primo che l’anno dopo pubblica il suo progetto solista The Dream of the Blue Turtles (‘Devil and the deep blue sea behind me’).

Insomma, come dire, tanta roba. Una ventata gelida mi ridesta, mentre Vauro sputazza disgustato catarro in direzione di Rigel.

“Epporchiddìo, deh, tu lo vedi che ‘un sai scrivè, Maremma majala, pagherei a sapé chi cazzo le legge ‘sti trojai di recenzioni, il ventritré der budello della Madonna ladra ‘nfame e d’Iddio bestia huadrupede, ma quando tu te lo trovi un lavoro normale, o brodo, io te le farei ‘ngoià ‘ste bischerate deh, Madonna troja e Cristaccio majale!”

Era caduto nella mia trappola. Segnai nell’aria gelida l’intricato sigillo di Buer, esclamando:

“Vauro non sei stato attento. Le bestemmie sono come le rose, devi sempre dirle dispari, e tu ne hai dette solo sei.”

Dissolto l’incantesimo, Vauro ebbe appena il tempo di emettere un rassegnato “Deh”, prima di venire violentemente espulso dallo spaziotempo. Rientrai in casa e alzai il riscaldamento.

Washitsu
washitsu

 

 

 

 

PS: Nell’alfabeto ebraico, al numero 20 troviamo Kaf, e al 3 Gimel: K-G. Robert Temple come secondi nomi faceva Kyle Grenville, Kenneth Grant (nato il 23 maggio) fu stretto collaboratore e secretario dello zio Al, e Kallisti Gold è l’erba preferita del protagonista di Illuminatus! Di Robert Anton Wilson.

GIACK BAZZ IS NOT FAMOUS – Giack Bazz

Tizio che in faccia somiglia a Giack Bazz

Io non so nulla di questo Giack Bazz se non che vive a Modena. Penso.

Questo lo scrivo per pararmi il culo e potermi inventare quello che mi pare su Giack Bazz.

Guardo la copertina dell’album e capisco quale sia la sua mitopoiesi, una roba che sta da qualche parte nel riflesso delle luci artificiali di un’America già di per sé un simulacro, quella dei late show televisivi. Solo che, invece degli sfondi delle finte vetrate che danno sulla notturna New York c’è uno skyline di Modena – almeno mi pare, la torre che si vede sembra la Ghirlandina -, al posto di un David Letterman c’è un manichino e la figura di Bazz è lì meditante sulla poltrona per gli ospiti…

cosa che dice molto sull’ubiquità del progetto musicale che è fisicamente piantato in Emilia e spiritualmente ingabbiato in quell’America lì.

L’album si apre con questa cantilena chitarra e kazoo e passa a una ballata poco interessante, Rose Tinted Hell.

Quando ascolti American Soul sei sicuro di essere dalle parti di Bruce Springsteen e le cose si fanno DAVVERO interessanti con Candy.  Pezzo che boh, odio scrivere certi termini ma è “acquatico”, notturno, rilassante come le lumache che ti camminano fuori la veranda dopo i temporali estivi.  Così, da un cantautorato un po’ grezzo le cose finiscono tra le piaghe un  intime della musica e The Chuch of Man sfiora la definizione “minchia davvero un gran bel pezzo”, un gospel punk, una roba molto simile al Nick Cave della fase storica che vive tra Nocturama e Dig Lazarus Dig. Manco a farlo apposta il testo è zeppo di riferimenti religiosi, riferimenti che diventano di tutt’altro gusto nel pezzo successivo che mi pare si chiami & .

Arrivati a Forgotten Media ti rendi conto che, per quanto possa essere citazionista , Giack Bazz ha qualcosa di spiccatamente personale: le composizioni per chitarra, dove dorminano arpeggi e accordi minori, una voce pulita e ogni tanto sporcata nei cori un po’ più post-grungettoni e i dei testi pieni di riferimenti a oggetti e riferimenti biografici, risalta infine qualche fantasma dell’infanzia. O dell’adolescenza. Spuntano synth, pianoforti, insomma pezzi di altri strumenti, ma domina il duo voce-chitarra, per tenere su una sorta di pastoralità. C’è spazio per cose di questo genere:

“Already crying out loud • You make me sad but i don’t know how • Like an old console that no one plays with anymore • I’m primal tech • I’m outdated • Foolish • Like Christmas decorations off in a summer sky • I can’t compete • Stuck up veneer • I’m what you wanted, deserted and neglected • Already dead by now • you make me sad but I don’t know how “

FORGOTTEN MEDIA E’ UN PEZZO MERAVIGLIOSO ndr

Giack Bazz è proprio bravo a giocare con la musica,  gli esce facile, o almeno così fa sembrare. Si potrebbe dire che ascoltare il suo album è un po’ come finire in ostaggio. Lo dico perché se uno mi chiedesse di ascoltare un bignami della musica rockfolkalternativeindie fatta da un modenese, di primo acchito gli direi anche no.  Ma la realtà dei fatti è che già dopo tre pezzi la sindrome di Stoccolma si fa pesante e ogni canzone sembra preziosa e da queste parti è una cosa rara, penso ve ne siate resi conto. Giack Bazz ha scritto una album che non solo ricorda i tizi che ho scritto su, ma addirittura ci sono momenti di Kurt Vile, Pavement e Red House Painters.
Cosa cazzo gli vogliamo dire? Grazie.

 

dda