PORCA PUTTANA! I DISCHI DELL’ESTATE DI MALEMALE (PMC)

Non ci paghi le ferie? E allora noi lavoriamo.
Scelti per te dalla redazione di MaleMale, i dischi ideali per spaparanzarti in riva, inerpicarti in cima, see the sights, feel alright.
Per il resto: Posto di vacanza è una bella raccolta di poesie di Vittorio Sereni.
Salutaci il litorale. Se hai scelto la montagna cazzi tuoi.

Rodeo Clown – California Is Over But Platamona Never Ends

Sulla facciata del Lido Iride negli anni sessanta c’era il logo dei Pixies

Ogni cosa qui è un inno. Il titolo è un inno alla resa all’evidenza non rassegnata, e qualcuno dovrebbe scriverlo sulla facciata del Lido Iride, eterna fatiscenza in erbacce, zecche e topi radioattivi sita sul pollice del Comune di Sorso. Il Comune di Sorso è d’altronde una mano che fa il gesto dell’ok e il pollice, la suggestiva baia di Platamona, entra in culo al Comune di Sassari. Pic:

I quadratini sono il mare

Ci sono 31 inni punk rock raccolti dalla quanto sarà, ventennale? carriera dei Rodeo Clown, che sono manna nella decade del punk rock incapace di cantare inni. Se ci fosse stata Little Tricks, Many Cracks sarebbero stati 32.
Tutte le superhit tipo Toffee e Pet Power, che per la sproporzionata percezione di noi provinciali isolani sono impresse nell’immaginario collettivo con Barbara Ann e Vita spericolata. Ci sono anche i pezzoni tipo We Are Like Satellites, California Is Over, Enceladus, Born To Be A Surfer. E Yellow Superfive a chi la lasci? E [titolo canzone Rodeo Clown] a chi la lasci? Allora facciamo tutte.

The Bouncing Souls – How I Spent My Summer Vacation

Classicone molto veloce di quando nel punk rock di inni se ne facevano a buttare. L’unico difetto di questo disco è che non c’è Hopeless Romantic, che sta sul disco prima. Ma ci sono comunque That Record, Private Radio, True Believers, Manthem, Gone, che basterebbero a dar senso a una carriera. Cori oi a guarnire.
C’è una scena su forse un telefilm, non ricordo più: un ragazzino costretto sulla sedia a rotelle si spinge fino alla soglia di una scalinata, tira fuori uno skate dalla borsa, ci salta sopra e grinda la ringhiera fino ai piedi della scalinata, dove qualcuno aveva sistemato per lui un’altra sedia a rotelle. Nel frattempo, per quei pochi secondi, suonava off qualcosa che potevano essere i Bouncing Souls, ma magari è la memoria che mi inganna, e comunque l’avevo trovato un bel modo di denunciare le barriere architettoniche di non so dove, cittadina USA.
Greg Attonito, oltre all’invidiabile cognome, ha la voce che vorresti avere per cantare a te stesso ogni giorno che va tutto bene, col sole del New Jersey dei Misfits incorporato.
È Epitaph nel 2001.

Killing Joke – Killing Joke (2003)

Il mio amico che di musica ne capisce dice «ma come questo che è zarro con Dave Grohl e non invece l’altro omonimo dell’ottanta capolavoro imprescindibile precursore di tutta la musica a venire per sempre» e non gli do neanche torto. Ma stiamo parlando di dischi per l’estate del 2018, e fermo restando che dei Killing Joke non si butta via niente come di un maiale imbottito di ovuli di bamba, ti prego di considerare il fatto che è tornato prepotente il reggaeton tra gli ascolti delle persone generiche. Perciò ci interessa questo disco: perché The Death & Resurrection Show è il pezzo reggaeton più bello che si possa concepire. Se ricordi, l’avevano messo addirittura nella OST di Need For Speed Underground 2, tra un’aerografia a fiamme, una Nobody degli Skindred, una Nissan 350z, un kit di alettoni e minigonne in fibra di carbonio, una I Do di Chingy, una gara di derapate in discesa dalle hills. Avevano capito tutto.
Tu che invece ascolti reggaeton e sai pure le parole delle canzoni, ma ironicamente, eppure continui a vestirti Strokes e ti tatui hardcore, meriti di consumarti non ironicamente nel tedio di ascoltare per l’eternità Bailando di E. Iglesias, maledetto peppuccio. Cammina a tatuarti un tribale, presa d’aria sul tettuccio fatta cristiano che non sei altro. Persegui coerenza.
Il resto del disco suona oggi nuovissimo e tirato, anche tirato a lucido, prodotto da Gill dei GO4 che magari quest’applicazione l’avesse tenuta anche per le cose sue. Con il solito zolfo vocale di Jaz Coleman, le chitarre settate sull’uccidere e un ritornello indovinato dietro l’altro: uno stato di grazia che avrebbe baciato il successivo Hosannas From The Basement Of Hell, per diluirsi negli anni a venire com’è inevitabile che sia.

Tony Molina – Kill The Lights

Tony Molina sta diventando prolisso: le canzoni si aggirano ora intorno al minuto, per un disco che complessivamente dura mezzo mojito.
Dissed And Dismissed era il primo, con i suoi trenta secondi a pezzo al massimo e gli assoli armonizzati, e suona come il grindcore in un mondo in cui la musica sia stata inventata da Rivers Cuomo e ogni genere sia una diversa emanazione della sua arte.
Con Confront The Truth Molina ha mollato il distorsore, per infine con questo freschissimo Kill The Lights stabilizzarsi su un sempre ispirato alt-folk melodico in zona Lemonheads e Teenage Fanclub: ha anche imparato le armonizzazioni e il fingerpicking, quindi ora ha dei momenti Simon & Garfunkel comunque non male. Il problema è che l’attacco di Before You Go sembra Shape Of Your Heart di Sting da far schifo.
Per non lamentarsi mai che l’estate passa troppo in fretta, è banalmente necessario evitare di impelagarsi in romanzi alti dieci cm e dischi che durano le ore, perché poi a ripensarci parrà sempre che non si sia fatto in tempo, fatto abbastanza, che ci si sia fermati all’uno massimo due e mo tocca rientrare a lavorare.
Per l’estate dilatata, scegli Tony Molina, forme brevi e quantità.

Giovanni Succi – Con Ghiaccio

In verità non una bella copertina

Arrivaci a cinquant’anni con addosso l’urgenza e l’ingenuità di Giovanni Succi, nato, dice, «l’anno della luna, uno dopo Woodstock».
Per il suo disco dell’estate decide di dispiegare forme e generi letterari come chi non sa cosa di preciso avrà voglia di leggere sul dondolo, e mette in borsa i Delitti esemplari, Papà Goriot, Il mar delle Blatte e Il Conte di Kevenhuller. Così Succi, impostatissimo sul registro lugubre, si cimenta nello storytelling da spiaggia formativa di Remo, il bagnino col nome appropriato, e in quello inacidito di Bukowski, che suona come suonerebbe Lungimiranza degli ODP se Max Collini rosicasse di più per i soldi degli altri e fosse meno nostalgico; nel flaneurismo de Il Giro, in stile Dalla\Roversi di Millemiglia; nelle assonanze da stand-up poetry di Artista di nicchia e nelle tirate purtroppo in stile Bergonzoni di Salva il mondo, che ha però dalla sua un bel groove; nel manifesto assurdo, pseudofuturistico D’Annunziano di Arriveremo in pedalò; nell’autoreferenzialità spinta lirica di Con Ghiaccio.
Con i tetri folk da primi Bachi da Pietra, addirittura le piano ballad, le marce coi synth zarri, qualche krautino. Ingenuo perché urgente: urgente perché astioso come uno che in fondo, tra una cosa e l’altra non ce l’ha fatta; eppure brillante, vivido a tratti come uno che tra una cosa e l’altra non ce l’ha fatta, ma non si capisce bene per quale motivo.
Estivo per ovvio, l’immaginario, e per alcuni fatti miei: ché nonostante Succi sia probabilmente una persona spregevole, riesce a suscitarmi un’empatia che dà sollievo a un’estate quattro piani sottosuolo e desolata. Come vedersi negli stessi posti, soli entrambi, manco per il cazzo salutarsi e nel dubbio starsi pure sui coglioni, e comunque vedersi sempre negli stessi posti mentre gli altri passano e abbandonano e fanno pure bene.
«Certi posti sono belli perché poi te ne vai», ha un bel dire.

 

paolo marco cintura
pmc

ANTEPRIMONA! Stocktones – Laundromat

Ci siamo miracolosamente accaparrati l’anteprima di uno dei dischi dell’anno, Stivale e fuori dallo Stivale. Se pensi che stiamo esagerando, allora fatti un giro sul sito e vedi che siamo gente di difficili entusiasmi.

È successo questo: nella sede italiana della Oh! Dear Records, un loft in una via simbolo di Bologna, la CEO e padrona di casa (Tea) beveva un birrone con il nostro inviato PMC, e insieme ascoltavano dischi dal presente e eventualmente futuro roster dell’etichetta. Fresca di due belle uscite (i Vilma e i Black Black Istanbul), eppure mai paga, Tea introdusse Laundromat degli Stocktones con circa un «va bene tutto, bravi tutti, ma senti quanto spaccano questi, sono gli anni ’90, è quella cosa lì, io li sto fisso ascoltando, non vedo l’ora che escano cazzo». Catturato fin dal Please stop me d’apertura, dal timbro, dall’entrata a gamba tesa nel mood, PMC capì che la foga di Tea ci stava tutta, e anche di più. Altri birroni, birroni anche con Valerio Astio, che è food blogger e bassista del gruppo, e Laundromat che per un paio di mesi è rimasto in circolo, nel nostro privato circolo, giù fino a poterlo finalmente presentare a tutti, ora che la stagione è bella.
In attesa del 9 giugno, quando in occasione dell’Oh! Dear Summer Fest II potrete sentirlo dal vivo al Mikasa di Bologna, comprarlo, lapidare di biancheria intima gli Stocktones in persona. Oppala, embeddiamolo:

Le cose canoniche da dire: gli Stocktones sono in tre e fanno base a Perugia. Il nome è un omaggio a John Stockton, il leggendario play degli Utah Jazz detentore del record di assist in NBA. Suonano un punk rock intriso di dolce malinconia, autocommiserazione aggressiva e umori post-adolescenziali che tenderemmo a chiamare emo, non fosse che nelle ballate ricordano più quell’indie da radio dei college americani, una cosa che forse neanche esiste più.

Presi sotto da Laundromat, nelle ultime due settimane l’abbiamo fatto sentire a tutti gli amici venuti su senza mai vestirsi da adulti, tipo Alessandro che sull’astuccio scrisse a pennarello over reacting, over again da Shorty, o Davide che sulla giacca ha una toppa con la casa più famosa del Midwest: «cazzo gli Eversor», «eh, ci avevo pensato anch’io». Tutti noi vogliamo bene agli Eversor, perché September e Breakfast Club sono due dischi troppo belli per essere venuti fuori davvero a fine anni novanta dalla deep provincia marchigiana, da un gruppo che suonava thrash e poi all’improvviso ha girato così. Fai qualsiasi playlist emo per gente sgamata e appassionata, e quell’inno senza tempo e senza contesto che è Even Less sei tenuto a metterlo.
Perché diciamo questo: perché in culo all’idea che cantare in inglese sia una tappa di maturazione fino all’inevitabile approdo all’italiano «che poi adesso l’italiano funziona di più, suoni di più in giro», o una roba da provincialotti calcolatori che sognano di sfondare all’estero. Ok i Fine Before You Came, ok i Gazebo Penguins e tutti i gruppi a cui cambiare lingua ha giovato. Sentiamo oggi gli Stocktones e pensiamo sì ai Get Up Kids, ai Jawbreaker e ai Superchunk, ma prima ancora ai vecchi gruppi italiani che portiamo nel cuore, e a quanto siamo contenti di risentirli freschi e nuovi negli stacchi di Reasons To Hold Tight, nei momenti di down tipo Horror On TV, nelle parole di conforto di Right Now. E speriamo che gli Stocktones siano gente ostinata, almeno loro: che prima di cambiare qualcosa ci facciano almeno altri cinque dischi come Laundromat, perché sentiamo un gran bisogno. Da parte nostra, gli promettiamo di ricantargliele a memoria in faccia ogni volta che potremo.

Ché magari ragioniamo in italiano per andare a fare la spesa, ma ricordiamo le parole dei Texas Is The Reason e dei Jawbreaker raccontare gli alti e soprattutto ai bassi di noi ragazzini; e quando ancora ricaschiamo in quegli umori e abbiamo voglia di cantarli, li ricantiamo con quelle parole, senza tradurle e magari storpiandole anche di quel tanto.

Alessandro, Andrea e Valerio coi triacetati sudati da lavare a gettoni

John Stockton non sarà stato un gran realizzatore, ma senti la tripla che infilano a freddo gli Stocktones: parti con The Worst Of Me e ci senti più che i soliti americani, le cose nordeuropee calde come i We Were Promised Jetpacks. Le schitarrate pulite e le linee vocali tanto curate quanto slacker dicono subito che le melodie stanno al centro, gli arrangiamenti vengono di conseguenza e nulla tolgono o nascondono. Tiriamo un sospiro, perché ci pareva che tante band pur belle si stessero perdendo da qualche anno in barocchismi e arzigogoli da horror vacui, e tra tempi dispari e tapping non venissero più le canzoni, i ritornelli. Con tutto il bene che si può volere ai TTNG, con quello che abbiamo voluto ai Crash Of Rhinos, adesso era di singoloni come Coastlines che avevamo voglia: venti secondi di strofa e dritti al ritornello di quelli da singalong, arpeggio, seconda strofa, sezione strumentale e ritornello alla fine. Fatta. Parte Crowded House ed è già ritornello, di nuovo, con la voce di Alessandro che riesce a rompersi senza strafare, sporca il tanto, sceglie linee solide e chiare al punto da potersela giocare solo sull’intensità.

Dell’indie coinvolto ti accorgi in Something Wrong, ma l’indie bello, l’alternativa melodica ai gruppi testosteronici da palm mute e gare a chi canta più alto: senti il duetto m\f e sono subito i Lemonheads di It’s a Shame, i Versus e i Drop Nineteens, addirittura. Poi c’è Keep Spinning che sembra portare ai Mineral, ma ha gli stacchi dei Dinosaur Jr. lenti, e Magnetized che non vediamo l’ora di dedicare alla biondina ciocca verde e maglietta dei Misfits, fumando una zizza nel parchetto del college che era in realtà per noi probabilmente un buco sciatto con due ficus tossicodipendenti di fronte a un ITIS malvagio, ma ascoltando gli Stocktones diventa un posto bellissimo e nessun ricordo fa male davvero.

We allora ci vediamo lì #0 – Bologna Elettrica

“Ti facevo più uno da Sodapops”

Stasera a Xm è lunghissima, inizia coi workshop delle due e c’è da fare almeno fino a mezzanotte e mezza.

Staff di MaleMale presente per colmare lacune, costruire pedali del tipo “fet booster”, assemblare un synth eurorack, introdursi a Pure Data e alla sintesi del suono generata con il computer, poi vederci tutta la lineup che è talmente grossa che non basteremo in tre (Washitsu sta in Antartide, davvero).

Trovi qui la lineup in questione, tutto il programma, i gremi coinvolti e le indicazioni del caso.

Ecco anche il link testuale, ché MaleMale è ancora beta\pacco e su certi browser non si vedono i link alle parole:

www.ecn.org/xm24/evento/bologna-elettrica-2/

Se non conosci niente della lineup non preoccuparti, neanch’io. Ho ascoltato solo Blak Saagan perché l’ha messo Diego su Facebook, e non vedo l’ora di sentirlo dal vivo:

Però puoi conoscere lì. Ho frugato qualche Soundcloud, qualche Bandcamp, e di cose belle ne ho sentite, hai voglia.
Avrei infatti voluto scrivere una guida ragionata, ma è andata a finire che inizia tra un’ora, corri vai a vestirti.

The Toni Iwobi Appreciation Society OST

Ho fatto un voto alla Madonna che mi impone di iniziare qualsiasi playlist con The Great Southern Trendkill:

Ripensando alle scorse settimane, che ho avuto l’amarcord dei vecchi video del CapoBastone, quelli di Minecraft e Grezzo2 col sintetizzatore vocale, e CapoBastone ha un serpentone micidiale per icona come questo disco dei Pantera.
Te lo dico soprattutto per conferirmi ulteriore autorità da king dell’algoritmo, visto che il bello scritto apologetico de La Caduta sul CapoBastone è uscito solo in seguito; e ci sarebbero pure tutte quelle storie di pagine con un certo seguito, tipo HD Hipster Democratici, che mi sono sempre state vicine, tre passi indietro.
Uno degli episodi più clamorosi di me che smuovo internet è l’assurda circostanza per la quale ho sgamato artista e titolo di questa canzone skate punk molto bella, che mi ha ossessionato per lungo tempo:

Ti giuro, ti prometto, che non ho idea di chi siano stefanoxxxaz e iamnotanumber nei commenti: fatto sta che una sera di un mesetto fa, ragionando con amici intenditori, salta fuori la mia disperata voglia di sapere di chi accidenti è ‘sto pezzo. Nessuno sa. Shazam non sa, inutile dirti che le ho provate tutte. Mi sembrano quasi gli Eversor ma non ci stanno coi tempi e con la visibilità internazionale.
Ecco che la mattina dopo, davvero la mattina dopo, iamnotanumber risponde a stefanoxxxaz che si tratta di Feel di, o dei, ChuckTreece. Il video è su Youtube da otto anni, con 890 visualizzazioni.
Assurdo no?

Starai pensando «mumble mumble una playlist in supporto di Toni Iwobi che già nei primi tre pezzi ha dentro Phil Anselmo, Glenn Danzig e cita CapoBastone: questo qui è fascioleghista marcio figlio di puttana».

Fughiamo ogni ragionevole dubbio.

Il peggio è passato e deve ancora venire, ma il panorama del social network è stato desolante per diversi giorni. Il fatto che Toni Iwobi si sia piazzato in Senato si è tradotto in un’immagine virale: è uno split tra una foto che lo ritrae e uno screen di Samuel L. Jackson nel ruolo dell’house nigga in Django Unchained.

(Splittone Paura)

Teniamo ben presente una delle leggi più solide di internet: la sinistra non sa memare.
[DDA legge la bozza e mi fa notare che messa giù così è un’asserzione rossobrunista. Ho un momento di sconforto, e poi mi viene in mente che già sono partito ambiguo. Quindi chiarisco, e con link: la storia che la sinistra non sa memare è un meme, peraltro americano. Siccome pare che queste dinamiche abbiano contribuito alla vittoria di Trump, lo scrivo con rammarico. Però è vero. Ma non del tutto.]

Capisci che mi sento stranito dal veder passare conoscenti dalla spilletta Non una ti meno al beffarsi del diritto all’autodeterminazione in nome di una semi-dietrologica caccia alla strumentalizzazione.
Ma strumentalizzato de che, Toni Iwobi, che ha l’azienda sua.

A nessuno può dar fastidio un nero che scelga di stare dalla parte dei padroni perché  padrone a sua volta. Frase. Se annulli i termini come in matematica, per risultante hai che quel che gli brucia è che un nero sia padrone.

Ma se proprio hanno bisogno di un nero per nemico, se la prendessero con un Louis Farrakhan piuttosto, no? Macché, non sarebbero sul pezzo.

Mi ricordano tanto i meme e gli sfottò a Kyenge che sto male, e mi fa molto ridere, a vedere le stesse logiche politiche adottate da parti teoricamente opposte. È una roba che esce dalla bocca di Nanni Moretti al bar sotto forma di te lo meriti Alberto Sordi, fa il giro e gli rientra in culo.

Potremmo cavarcela con un «è controverso» come per The Story of O.J.
E poi mi sono talmente speso in favore di Toni Iwobi che non ho manco più voglia di argomentare ragionare fare, tra aggressioni verbali, schermaglie e baruffe. Essere costretto a fare la parte dell’avvocato del diavolo (ché comunque stiamo parlando di un leghista) mi prude e poi dieci pezzi li ho messi, la playlist è fatta, viva tutto.

Oh comunque Candyland era di Di Caprio, non di Samuel L. Jackson, scemini.

Ciao Maurizio. Gone but not forgotten.

 

paolo marco cintura
pmc