Vilma – Non vedo niente

L’album della mattinata, quello che ogni giorno mi serve per superare il velo di apatia e depressione della sacrosanta mattina estiva fatta di click sul mouse del computer e sguardi persi, sarebbe dovuto essere In on the kill taker dei Fugazi.

Ma è anche vero che questo blog (già mezzo morto) nasceva con l’arduo compito di parlare di chi in Italia suona e urla con tutta l’anima che c’ha in corpo ma che per sfiga astrale non ha il successo che si merita. Ho quindi fermato Picciotto e compagnia con l’n-esimo click sul mouse del player di youtube per aprire il bandcamp dei Vilma.

I Vilma sono dei ragazzi di Sassari, suonano qualcosa che sta tra l’emo e lo screamo, e non penso di avere molta voglia di presentarli, cosa che d’altronde ho già fatto QUI LEGGIMI.

Penso di averli visti suonare tre volte, l’ultima qualche giorno fa all’interno del festival – tenutosi nella selvaggia e ventosa cala di Porto Ferro- di Oh Dear Records , etichetta che li produce

Scrivo questa recensione per invogliarvi ad imparare a memoria qualche canzone della band. del perché ve lo dico fra poco

Non vedo Niente è uscito qualche mese fa ed è il quarto pilastro dello stile musicale dei quattro.  Dopo Vilma, Primo e Miyagi, questo album conferma l’aspetto strutturale della band: se la batteria di Tommaso e il basso di Simone danno sempre l’impressione di costruire muri di geometrie rassicuranti, ritmicamente incalzanti, pareti che si toccano e formano un vero e proprio cubo musicale, area nella quale l’aria è assorbita dalla chitarra di Ovidio, elemento di spicco della band. Le sue trame sonore sono il punto di congiunzione di vent’anni di sonorità alternative. Echi e dissonanze, rumori da spazio profondo che ricordano un attimo i MBV e un secondo dopo i 65daysofstatic. La sezione ritmica è rocciosa, quella chitarristica un fiume in piena di anarchia compositiva. Ovidio trova la strada del riff perfetto senza leggere le mappe rassicuranti e sicure della teoria musicale, preferendo alla staticità delle regole compositive i propri istinti quotidiani.

Detto questo, lo stato emotivo è stretto nei pugni del cantante e compositore, Olmo, che con la voce e i testi porta il gruppo nella terra del qualcosa-core all’italiana.  I testi dei Vilma parlano di cose private, di storie d’amore poco appassionanti, di amici che spariscono, dei dolori e dei guai che succedono e che – sarà colpa dei luoghi – non si staccano, e rimangono appiccicati come maledizioni. Non c’è politica o società nei testi dei Vilma, gli abitanti delle sue storie sembrano fantasmi di una provincia abitata da eterni adolescenti.

“Oggi non sono io/sono quello che questo corpo vuole/domani mi impegnerò/per dimenticare /che non è facile la cosa giusta/prima che il corpo sappia di quello che ho fatto/prendi un respiro schiantati contro di me/domani taglierò via/questo pezzo di me/domani all’alba/taglierò via/tutte le cose che mi uniscono a te/ma non è facile la cosa giusta/prima che il corpo sappia di quello che ho fatto/prendi un respiro vai molto lontano da me/non è davvero la stessa persona/finché non è la stessa persona/ma non è nemmeno la stessa promessa/finché non è la stessa promessa.”

 

Motivo per il quale il pantheon dei personaggi  nei testi di Curreli che  hanno un volto/nome vengono da quel periodo storico di quando era(va)(m/)no ragazzini.  Tipo, se c’è il Miyagi di Karate Kid come mentore esistenziale nell’omonimo EP, in Non Vedo Niente è il turno di Julian Ross, il trequartista enfant prodige di Holly & Benji, storia della promessa bloccata, di un predestinato mancato. Per quanto riguarda i riferimenti letterari, se in precedenza era toccato a Levi (in Primo), ora tocca a Borges, nell’omonima canzone, dalla quale poi arriva pure il titolo dell’album

Io potevo stare una vita dovunque/e la mia testa era una biblioteca/ma non ci sono più parole sui libri/ed ogni strada è qualunque strada/ed ogni cosa è qualunque cosa/e anche la musica è rumore bianco/e la mia voce non tornerà più/non vedo più niente non vedo più niente non vedo più niente non vedo più niente

Diciamo ai quattro di farsi coraggio e cominciare a suonare in giro per la penisola e di lasciare le “sacre sponde” sarde e di abbandonare temporaneamente la batcaverna del bar di Mauro, perché ci sono ragazzini che hanno bisogno di loro, da qualche parte tra Milano e Crotone. Ai Vilma auguro di togliersi la casacca di Julian Ross e di indossare quella di Benjamin Price.

 

dicevo prima di imparare a memoria qualche canzone della band. il fatto è che vederli suonare, potendo cantare con loro qualche canzone, è una delle cose più belle che si possa chiedere oggi al mondo della musica italiana.

 

Dischi del mese #2 – Aprile e Maggio

Aïsha Devi – DNA Feelings

Mentre la stampa musicale si ingegna per scrivere la recensione più estrosa al  nuovo album di Calcutta, nel mondo reale c’è chi si prende la briga di fare musica vera: tipo Aïsha Devi o gli Hare Krishna. Questa potrebbe sembrare una tautologia, perché in effetti l’ultimo disco della Devi suona come un portale dimensionale su un futuro cui gli Hare Krishna hanno preso il controllo del CERN, trasformandolo in un laboratorio di ingegneria genetica in cui impiantare campanellini del cazzo nella testa di ogni essere umano.  Il bello della Devi è che volge la distopia in visione idilliaca, sintetizzando tonnellate di elettronica HD in strutture aeree da far invidia a Bjork e Holly Herndon. Nel futuro dell’uomo c’è il biohacking, il colonialismo spaziale, il trascendimento del limite attraverso l’uso e l’abuso della macchina, e tante altre belle visioni psichedeliche che sicuramente non ti dà il paracetamolo.

Elysia Crampton – Elysia Crampton

La ricerca di questa poliedrica artista interessa l’identità di genere e le radici etniche delle minoranze, in primis quella latinoamericana di cui lei fa parte. Attraverso un raffinato mix di recupero della musica tradizionale e influenze contemporanee, la Crampton riesce a dare vita a composizioni variegate – in equilibrio fra l’espressione di un’intimità complessa e l’attitudine danzereccia della musica urban. Punto più alto del suo lavoro è Demon City, album del 2016 in cui luci e ombre si organizzavano in un prisma elettronico dai suoni nuovissimi. Invece, in questo disco, la Crampton sembra tornare a una dimensione più tradizionale, recuperando la musica latina e la cumbia, traducendola nel canto di una sirena che deve spiccare sul fondo del rumore bianco mediatico. Un  progetto sonoro che cerca di ragionare sulla forma, in un ipotetico dancefloor sospeso sul mare.

g. bit

 

 

 

 

 

‘Sta luna pare ‘na scorza ‘e limone

Nu Guinea – Nuova Napoli

E com’è blu ‘stu cielo ‘e cartone.
È grigio invece il cielo sopra Berlino, checché se ne dicesse tempo fa. Aquilina e Di Lena lo spaccano, diradano anche la bicromia della pur bella copertina in stile esotista prefascista, accendono ceri ai santi Senese e De Piscopo, vengono fuori con un disco che ha il vivido technicolor del Morricone funkettone (ne conservano anche la vocazione all’arrangiamento sontuoso, che non lesina, e prima di stratificare dà modo a ogni singola voce coinvolta di emergere e fraseggiare protagonista: oh, è anche jazz) e i colori tenui da dresscode di un aperitivo interessante ed esclusivo su una terrazza in costiera e mocassini non cafoni.
È tanto un’operazione culta, da musicisti a musicisti, quanto musica da applicazione a contesti, come gli autori stessi suggeriscono: «we recommend listening to Nuova Napoli while walking in the alleys of Napoli’s historic center, around wet clothes hanging and street vendors on tiny three-wheelers.»
Per essere un recupero di sonorità e attitudine prog fusion dei Settanta, questo disco suona più vivace, suonato e veloce dei lavori di tanti producer prezzolati sulla scena internazionale, caz: curatissimo nelle orchestrazioni, cantato da Dio nello strillare sguaiato e nel sospirato suadente di Fabiana Martone che suona come *la città*, magnaccio nelle movenze; eppure ancorato agli epicentri melodici come fosse un disco di Herbie Hancock, a livello di ispirazione Herbie Hancock, dunque miracoloso.
Nostalgia non pervenuta, ché questa musica è una cinquantina d’anni che sta ferma, paludata, e per conquistarsi pubblico ha dovuto appigliarsi all’immaginario visivo (ovvio tirare fuori i Calibro 35 e cloni): necessità alla quale neanche i Nu Guinea sfuggono, tanto che siamo arrivati a parlarne un po’ tutti sull’onda della Napoli ritrovata capitale musicale per il lavoro del regista Lettieri sulle canzonette del progetto Liberato. Poco importa, qui è il groove a parlare e bastare per se stesso.

Adattando un titolo di Romare, altro produttore che ha trovato il suo rimedio alla coltre grigiocompatta dei grandi bacini d’impiego europei, diremmo Meditations On Naplecentrism.

paolo marco cintura
pmc

 

 

 

 

 

Big Cream – Rust

Ieri stavo scrivendo le domande per un’intervista a una band americana; l’intervista poi è saltata e adesso mi ritrovo con queste domande da quattro soldi; una di queste era basata sul fatto che la non-suddetta band è una delle più grosse a fare una musica in quella forma tipica dei novanta, tutta chitarra-basso-batteria, e d’altronde la band andava forte proprio in quegli anni. E mi sono chiesto se negli ultimi tempi avessi ascoltato qualcosa di veramente bello e potente, che fosse fatto di chitarre, di quelle cose che puoi ascoltare mentre ti addormenti con una birra tenuta sul petto e fuori la finestra aperta ci sono 30 gradi; o magari una roba da ascoltare mentre viaggi verso la campagna, capito?

I Big Cream sono uno strano caso, perché suonano come i vicini casa di J. Mascis quando il leader dei Dinosaur Junior skateava per Amherst (Massachussets), ma vengono da ZOLA PREDOSA, che è tipo un paesino dove nel parco ci sta un bar dove fanno le tigelle e le crescentine.

Potrei essermi già stancato del revival emo anni ’90, davvero, ma i Big Cream te lo fanno sopportare. Rust è un album che non ha un pezzo davvero più forte di un altro, dove tutto, sì, sembra già sentito altrove, eppure è un qualcosa in più. Non c’è nostalgia nella loro musica, non c’è voglia di rifare qualcosa o di riavvicinarcisi, ma sembra proprio che per il trio questa sia la “loro” musica, fatta di coretti, fuzz, riff forgiati sulla pietra, volumi alti.

Sarà che sono una persona che sta affrontando qualche tipologia di depressione da quattro soldi, ma mi chiedo se anche voi, a una certa età, ascoltando certe band e certe sonorità, non vi venga davvero voglia di ammazzarvi per tornare indietro nel tempo. Big Cream, se succede è per colpa di gente che come voi.

Farabegoli su Rumore ha già scritto una cosa sul nome della band, quindi mi chiederò altro sul titolo dell’album. È una dedica a Neil Young?

Iceage – Beyondless

L’album si apre con qualche secondo che pare l’intro di una puntata di Game of Thrones, di quelle puntate girate nel deserto. O, forse, sembra una roba tipo alla Conan. Sono esattamente 4 secondi, poi parte una delle cose più divertenti e fresche degli ultimi tempi. Sono un tipo che per un paio di anni buoni ha idolatrato come Gesù Nick Cave, un tizio che, nel 2018, pare stia diventando finalmente una sorta di figura paterna, modello del frontman del rock – non quello dei nonni tipo Roger Waters, ma quello dei padri fondatori, Elvis, Jim Morrison, capì ? – e io penso che in questo album aleggia quella roba fuori dal tempo storico che sono stati i Birthday Party, pietra grezza e impossibile da formalizzare per quanto malatamente  australianamente punk fosse. Gli Iceage sì, sono dieci volte più melodici, ma un pezzo come Catch It può considerarsi quella roba e incastonarsi tra gli ascolti più belli del 2018.

 

 

DDA

 

 

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Sono in una zona oltre il distorto dove c’è di nuovo il pulito

Amico di pmc

Al Cisneros e i messaggeri della dopa – The Sciences (2018/4/20)

Nel 1998 la vita era semplice. Su Telemontecarlo la mattina davano Ranma. Su MTV c’era l’Anime Night con Cowboy Bebop ed Evangelion. Gli Sleep registravano Dopesmoker. Quando Paolo Marco Cintura mi ha detto che dopo 20 anni di Shrinebuilder, OM e High on Fire, Cisneros & Pike (e il batterista dei Neurosis credo) precipitavano nell’immanente un nuovo escathon mi sono dovuto preparare psicologicamente.

Ecco, diranno i miei piccoli lettori, che quel coglionazzo di Washitsu ci propina altre 1500 parole con scopiazzature insipide di Hunter Thompson, droga, riferimenti pop, magari qualche stronzata su Crowley, malamente travestite da recensione musicale. No amici miei. Questo è il tempo di fare le cose seriamente. Questo è il tempo degli Sleep.

Faccio religiosamente partire la prima taccia attutto volume coi bassi sparatissimi abbombazza, e vengo investito dall’overture sonora di Alien. Il suono si degrada e sfrequenza, entrano sfrigolii e fuzz. La cosa va avanti per tre minuti buoni, senza melodia né ritmo. Il tempo perde il suo significato, e il linguaggio musicale, ormai distorto oltre ogni ragionevole dubbio, trascende in qualcos’altro. Inizia la prima canzone, che è una dichiarazione d’intenti semiotica: un lungo, pulito messianico Do che lascia il posto a un secchissimo ribollir di bongio. Ave Maria.

A parte la ganja, che ormai è una scusa – e l’hanno capito un po’ tutti – tre cose convergono in The Sciences, arrotolate su loro stesse in un onirico frattale autoriferito:

  • I Black Sabbath sono grandi e Tommi Iommi è il loro profeta. Non-nonironicamente lo Iommismo attraversa in traiettorie diagonali tutto il disco a partire, sempre dalla traccia 2, dell’annuncio Planet Iommia Nearing/Through Iommosphere.
  • Una vena sotterranea e quasi letteraria, nella quale Cisneros si fa cantastorie fattone di robe assurde, tra astronauti fumatissimi, armate iperboree degne di Clark Ashton Smith e (stacce zì) barboni drogati.
  • Terzo e decisamente più importante, l’autonarrativa implicita nella realizzazione tecnica del disco, il passaggio dall’arte alla scienza. Rispetto ai riff sporchi e veloci e alle liriche latrate di Holy Mountain, o alla desertica spigolosità di Dopesmoker – comunque un point de capiton Lacaniano che ha (ri)definito un genere, una generazione musicale e un nuovo modo di intendere la fattanza – The Sciences trasuda la posata tecnicalità dello studio. Agli overdrive si sostuituiscono fuzz più caldi e pulsanti, frequenze meno sature, e la voce stessa di Cisneros diventa percettivamente più matura e meno macchiettisticamente declamatoria.

Una doverosa menzione va al vero gioiello del disco, Antarcticans Thawed, un piccolo mostro di 14 minuti e 23 secondi dalle progressioni calcolate al millesimo. Dal crescendo iniziale, al plateau centrale nel quale Cisneros sovrasta Pike come un predicatore allucinante, fino ad un assolo che è più un lungo pensiero astratto, continuamente giocato sul filo del troppo lento/troppo veloce, troppo Iommistico/troppo poco, troppo sbrodolo/troppo tecnico. In punta di cesello.

Quella del 2009 non è stata una reunion impastata con lacrime e merda come se ne sono viste fin troppe, e The Sciences lo prova. Tutti e tre i percorsi individuali di Al, Matt e Jason convergono ed ascendono. Sarebbe facile uscirsene con la solita solfa del fraté fumati na canna e ascolta ‘sto disco che ti fa trippare. No, Salvini è ministro ora e io dico basta con queste cagate da rimastoni comunisti drogati. Ascoltatelo da sobri, bevetelo come resina dal cosmico albero dei riff. The Sciences non vuole nostalgicamente tornare all’escapismo dionisiaco di Dopesmoker (anche se abbiamo tutti accarezzato quel suo meraviglioso Ddddddddrop out of life with bong in hand e chi dimentica è complice), ma costruisce il suo shanti in Terra, e lo fa con apollinea dedizione e concretezza (Hierophant sun prevails). E vabbé, sì, anche svariati chilogrammi di erba di Salomone.

Washitsu
Washitsu

 

 

 

 

 

 

Calcutta – Evergreen

Calcutta è bello perché piace. A me piace quando sono sbronzo

Anonimo trevigiano, probabilmente alticcio.

Preambolo: ho una teoria sui bullet hell. Se uno ha la sfortuna di non essere nato asiatico, deve operare alcuni cambiamenti sottili sul proprio sistema nervoso per vincere ai livelli alti di roba tipo Tohou o Ikaruga, adoperando input psicotropi. Le sigarette, una dieta povera di carboidrati, ma più importante ancora è la colonna sonora (e quelle dei videogiochi fanno cagare, insieme agli effetti sonori). La cosa importante è che sia musica posata, rilassante e introspettiva, per stemperare le punte di tensione muscolare della nicotina.

Quindi per festeggiare 500 ore su Enter the Gungeon ho messo su Evergreen di Calcutta. Normalmente non mi degno di ascoltare gente che prende i dischi d’oro, ma ho fatto un’eccezione perché dovevo inoltre scrivere ‘sta cazzo di rece. Calcutta mi ricorda vecchi compagni di università un po’ sornioni e introversi, dotati di quella cosa che noi giovani chiamavamo polleggio o pollaio. Quella gente che se frequenti poi finisci per pensare bene del sud Italia (salvo poi ricrederti quando scendi in vacanza dietro loro insistenza e nel giro di mezza giornata assisti a crimini contro il patrimonio, percosse, colpi di arma da fuoco, spade di eroina lanciate a mò di freccette e cani morti in putrefazione tipo rive del Gange). Dicevo, Calcutta. Mi rilassa. È quella piccola fioca pulsione di morte implicita in una partita, quando dopo aver zigzagato tutti i pattern del penultimo boss con precisione sudcoreana per un attimo vorresti solo fermarti e prendere il singolo lento e patetico proiettile di un mob di primo livello.

Calcutta: c’è bisogno che vi faccia il riassunto di chi è, di cosa ha fatto? Andate a leggere gli approfondimenti di Rolling Stone o una roba simile. Cantautorato indie, smarrimento dei millennial, amori agrodolci. Evergreen: intanto partiamo dal presupposto condiviso da chiunque non abbia subito una lobotomia amatoriale, che ci sono due gaussiane sfasate, una ascendente per quel che riguarda la composizione musicale, una in caduta per quel che riguarda i testi. La triade Conte-Ranieri-Battisti filtra prepotentemente dai synth low-fi. Probabilmente ignorati dai più, nelle chitarre riecheggiano i Diaframma di Fiumani (t’infilo quattro dita nel culo e bla bla bla). A livello subliminale, un tocco di stoner drone doom, ma forse mi sono drogato troppo io, perché l’altroieri l’ho sentito anche nel jingle di Omnibus. Ah, no, spe, erano i Verdena. Ma probabilmente potrei continuare con altre facce e altri decenni: il disco si propone (in modo non del tutto deliberato) di venire celebrato come la summa teleo-illogica degli ultimi 50 anni di musica leggera italiana, layerz e ironia inclusi: patetismo, o sole o mare, un rapporto con la sessualità che farebbe venire il durello a Freud, Lacan e Jung contemporaneamente, call center, regionali zozzi, Bologna (implicita), la Rai (esplicita, traccia 9), nostalgia, fischio nelle orecchie da pressione bassa, le metafore calcistiche.

Il fatto è questo, quando ascolto Evergreen, va sempre a finire che poi rimetto su Mainstream. Non so se la capirete, ma è come quando ascolti Rain of a Thousand Flames e ti viene solo voglia di rimettere su Symphony of Enchanted Lands perché aveva quella grinta un po’ scazzona che ti dice di più. Perché sai, in fondo al tuo piccolo cuoricino fascistoide, che gente tipo Turilli se cerca di mettere un’aria un po’ più competente, non è credibile. Non che il parallelo sia del tutto pulito (poca roba lo è, con Calcutta), ma l’idea è di trovarsi su una strada già battuta, solo con più lampioni, dissuasori e goldoni usati nelle piazzole di sosta. Confronto un attimo due robe. Evergreen, Pesto, traccia 3: ‘Mi hai lasciato nei sospiri nel letto / Un filo di voce / Un filo di ferro dentro l’orecchio’. Bene, ma non benissimo. Mainstream, Limonata, traccia 5: ‘Ma io vorrei restarti accanto / Se fossimo bambini / Guardare il cielo da fessure come topi nei tombini’. Che cos’è il genio, etc etc.

Per chiudere con una nota positiva, dicevo, che mi piace mettere Calcutta quando gioco ai bullet hell perché immanentizza quella reazione pulsionale di cui sopra, permette a me di soggettivizzarla. Perché quel proiettile se l’è preso lui, per tutti noi, così da lasciarci liberi di stuprare analmente il boss di fine livello. Grazie Cineblog, voto: quattro Faramir e mezzo Chihuaua. Per il lungo.

L’unica opinione possibile sul nuovo delle Scimmie Artiche Nucleari

I Fall nel 1977.

Cute new places keep on popping up
Around Clavius, it’s all getting gentrified
The Information Action Ratio is the place to go
And you will not recognise the old headquarters

È curioso in Four Out Five, la canzone accettabile del nuovo disco degli Arctic Monkeys, sentire Alex Turner esprimersi ironicamente\criticamente sulla gentrificazione, quando il suo gruppo è sempre stato e per sempre sarà l’equivalente musicale di un boulevardier da otto euro servito in un ex barattolo di conserva. Suonerà poi questa come una sparata gratuita: pazienza. Alla fine c’è chi i boulevardier da otto euro serviti in ex barattoli di conserva se li sorseggia in comodità, senza mai lasciarsi sfiorare dal sospetto di essere gaggio perso.
Il Tranquility Base Hotel + Casino, intendo l’edificio, pare con la sua antisinuosità brutalista voler richiamare quelle nuove architetture citazioniste da SoDoSoPa; sorta però non su un lotto miracolosamente edificabile o sulle macerie di un centro sociale, ma su un pedale. Se non è una dichiarazione di poetica questa, non so che cosa sia una dichiarazione di poetica. È una bella intuizione da copertina infatti, giunta dopo le due ultime che proprio non ce ne fotte, non ci abbiamo manco voglia di pagare il grafico, fate voi. Credo che la userò come giudizio per tutti i dischi smaccatamente borghesi a venire, tipo nel 2020 sul nuovo Black Keys: «we hai sentito che chitarre? Hanno usato il pedale col Tranquility Base Hotel + Casino sopra.»
And so on and so on and so on.

 

La copertina si salva, insomma. Il disco invece suona come i Last Shadow Puppets senz’archi, i Timber Timbre senza ispirazione e senz’anima. Finalmente sentiamo gli Artici onesti, dopo dodici anni a fare i cosplayer di un gruppo garage inglese. Li sentiamo oggi al netto di quelle dinamiche garage che spingevano le loro generiche radiofoniche ballate indie pop ad accattivarsi le orecchie di un pubblico mediamente scaltrito, anche non strettamente radiofonico generico. Tranquility Base ci dice che quel che resta al netto della disonestà è noia borghese royal deluxe, per quanto ricercata e dichiarata fin dall’impatto visivo col disco. Come se per qualche assurda ragione avessero voluto fare un concept harakiri su quanto in realtà siano sempre stati abbastanza scarsi, su quanto il timbro e il flow di Turner non potessero essere sufficienti ad alzare i milioni che hanno alzato: quest’aspetto rende il disco contemporaneamente molto brutto da sentire e molto bello da pensare.
E dire che prima di raggiungere la vetta della mediocrità fm rock con AM (e tornare, com’è logico, a vendere a livelli), con Humbug per merito di Josh “Pour” Homme, e soprattutto con Suck It and See, l’impostura garage gli era quasi riuscita, ché con quei suoni lì quasi ci credevamo tutti che, in fondo in fondo, cacca cacca non fossero.
Invece cacca erano.

C’è un lieto fine. Il mio barbiere di fiducia a Bologna si chiama Farid e opera in via Mascarella. Da aprile ha spostato il suo salone di una trentina di metri sulla stessa via, e ha deciso di chiamarlo barber shop, con tanto di baffi alla prussiana stilizzati per logo. La nuova veste gentrificata prevede inoltre una chitarra e un basso in esposizione su due armadi di quelli in metallo, da ufficio, così che andare a farsi i capelli sia anche un’esperienza estetica in un ambiente curato. Del vecchio salone ha conservato comunque la sūra del Corano in oro, due magliette di Taider del Bologna in cornice, l’ottimo rap marocchino dalle casse.
Prima con dieci euro mi faceva il taglio. Ora per la stessa cifra mi fa taglio + shampoo.

Ce ne fossero.

 

Una cosa veloce sul fare la musica che ti piace quando hai superato i trenta/quaranta/cinquanta

Un film diretto da – indovina chi?

 

Ho un grande rispetto nei confronti di Demented Burrocacao, quindi quando ho letto la sua recensione sull’ultimo album dei Buñuel – The Easy Way Out ci sono rimasto male.

Lo sto riascoltando sotto stress test, un benchmark giusto per testare la roba che viaggia tra il metal, l’hardcore punk e vette garage è quello di spararsi prima l’album dei Dead Cross e sperare che quello che venga dopo non suoni ridicolo. A differenza di DB non sono un esperto di musica – almeno non quanto lui – e devo affidarmi a escamotage del genere. Insomma, The Easy Way suona bene anche dopo l’album dei Dead Cross.  La critica di Demented ha momenti del genere:

Ma che dite non lo facciamo un supergruppo? Ce n’è veramente bisogno, non trovate? E allora ecco qui i Buñuel, che già dal nome esprimono poca originalità e il classico ammiccamento ai ribelli da liceo pronti a seguire ovunque chi stuzzica il loro disagio.[…]Cosa vogliono dimostrare, a parte una banale prova di muscoli? Pestare sui tamburi, distorcere tutto e gridare nel microfono vuol dire essere automaticamente rock? Eh no. Quando si alza la voce, spesso, è perché non si ha nulla da dire.

Da quando in qua una prova di muscoli nella musica è diventato un problema? Soprattutto se fatta da gente che ha la storia sul groppone e sa cosa fa.  Ci sono Capovilla e Valente del Teatro degli Orrori,  Iriondo ex Afterhours e Robinson degli Oxbow. Lo dice anche Demented che la musica con le chitarre versa in uno stato blah (che poi non so nemmeno quanto sia vera sta cosa, se non affidarsi su certe notizie correlanti, tipo che ne so che la Gibson è in bancarotta).  Ma questo che cazzo c’entra?

Sarei curioso di vederli in live i Bunuel [suonano al Freakout l’8 Maggio, ma non c’ho soldi],oggi in Italia è difficile trovare una band che riesca a fare quel suono lì, e parlo di una band che vive fuori dal retroterra culturale dell’underground dei centri sociali, una band che vabbè, a me ricorda tantissimo quel blues dei Grinderman, fatto di distorsioni ridondanti e schiamazzi vocali, di cantilene suadenti in un mare nero.  Perché non possiamo accontentarci di un discreto prodotto del genere? Davvero dobbiamo essere ostaggio di ogni momento modaiolo? Non ho ben capito se a Demented non sia andato giù che a farla sta cosa siano stati dei tipi che non hanno 20 anni, ma se quelli di 20 oggi sono occupati tra indie-pop (it-pop), trap, elettronica, cercare di scoparsi le tipe che fanno cover su youtube e revival emocore e cazzi vari dei ’90 – tutto legittimo, sono il primo che non sputa sui più giovani, anzi – …. che cazzo di problema c’è se a farlo sono dei, che ne so, 48enni? Sono proprio loro che non devono dimostrare più nulla e che possono permettersi di suonare quello che un po’ che cazzo gli pare.

Tipo chissenefrega, fossero tutte così le banali prove di muscoli dei “vecchi”. Sempre meglio che ridursi a fare i giudici a X-Factor.

 

GIACK BAZZ IS NOT FAMOUS – Giack Bazz

Tizio che in faccia somiglia a Giack Bazz

Io non so nulla di questo Giack Bazz se non che vive a Modena. Penso.

Questo lo scrivo per pararmi il culo e potermi inventare quello che mi pare su Giack Bazz.

Guardo la copertina dell’album e capisco quale sia la sua mitopoiesi, una roba che sta da qualche parte nel riflesso delle luci artificiali di un’America già di per sé un simulacro, quella dei late show televisivi. Solo che, invece degli sfondi delle finte vetrate che danno sulla notturna New York c’è uno skyline di Modena – almeno mi pare, la torre che si vede sembra la Ghirlandina -, al posto di un David Letterman c’è un manichino e la figura di Bazz è lì meditante sulla poltrona per gli ospiti…

cosa che dice molto sull’ubiquità del progetto musicale che è fisicamente piantato in Emilia e spiritualmente ingabbiato in quell’America lì.

L’album si apre con questa cantilena chitarra e kazoo e passa a una ballata poco interessante, Rose Tinted Hell.

Quando ascolti American Soul sei sicuro di essere dalle parti di Bruce Springsteen e le cose si fanno DAVVERO interessanti con Candy.  Pezzo che boh, odio scrivere certi termini ma è “acquatico”, notturno, rilassante come le lumache che ti camminano fuori la veranda dopo i temporali estivi.  Così, da un cantautorato un po’ grezzo le cose finiscono tra le piaghe un  intime della musica e The Chuch of Man sfiora la definizione “minchia davvero un gran bel pezzo”, un gospel punk, una roba molto simile al Nick Cave della fase storica che vive tra Nocturama e Dig Lazarus Dig. Manco a farlo apposta il testo è zeppo di riferimenti religiosi, riferimenti che diventano di tutt’altro gusto nel pezzo successivo che mi pare si chiami & .

Arrivati a Forgotten Media ti rendi conto che, per quanto possa essere citazionista , Giack Bazz ha qualcosa di spiccatamente personale: le composizioni per chitarra, dove dorminano arpeggi e accordi minori, una voce pulita e ogni tanto sporcata nei cori un po’ più post-grungettoni e i dei testi pieni di riferimenti a oggetti e riferimenti biografici, risalta infine qualche fantasma dell’infanzia. O dell’adolescenza. Spuntano synth, pianoforti, insomma pezzi di altri strumenti, ma domina il duo voce-chitarra, per tenere su una sorta di pastoralità. C’è spazio per cose di questo genere:

“Already crying out loud • You make me sad but i don’t know how • Like an old console that no one plays with anymore • I’m primal tech • I’m outdated • Foolish • Like Christmas decorations off in a summer sky • I can’t compete • Stuck up veneer • I’m what you wanted, deserted and neglected • Already dead by now • you make me sad but I don’t know how “

FORGOTTEN MEDIA E’ UN PEZZO MERAVIGLIOSO ndr

Giack Bazz è proprio bravo a giocare con la musica,  gli esce facile, o almeno così fa sembrare. Si potrebbe dire che ascoltare il suo album è un po’ come finire in ostaggio. Lo dico perché se uno mi chiedesse di ascoltare un bignami della musica rockfolkalternativeindie fatta da un modenese, di primo acchito gli direi anche no.  Ma la realtà dei fatti è che già dopo tre pezzi la sindrome di Stoccolma si fa pesante e ogni canzone sembra preziosa e da queste parti è una cosa rara, penso ve ne siate resi conto. Giack Bazz ha scritto una album che non solo ricorda i tizi che ho scritto su, ma addirittura ci sono momenti di Kurt Vile, Pavement e Red House Painters.
Cosa cazzo gli vogliamo dire? Grazie.

 

dda

LOMAX – Oggi Odio Tutti

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Alan Lomax è stato un famoso etnomusicologo : 3

Ci sono cose che sono difficili da spiegare

tipo:

Perché nel 2017 i LOMAX non hanno raccolto il successo che si meritavano?

Oggi Odio Tutti è uno di quegli album (EP, ops) che puoi metter su in momenti diversi della giornata. Va benone mentre fai colazione, ma pure mentre caghi o che ne so, mentre rassetti il letto o ti giri una sigaretta; che va benissimo in qualsiasi contesto emotivo: da ascoltare mentre fai spago, dopo che mandi affanculo il/la tuo/a ragazzo/a dopo che ha fatto/a lo/a stronzo/a, ok da ascoltarsi mentre vai a lavoro o quando fa caldo e sei in bici sulla tratta Modena-Nonantola a guardare le officine abbandonate.

Come fa ad avere una vestibilità così alta sta roba?

E’ un punk, un rock alternativo, una cosa a volte emo, che è schietta vera. Va veloce, ma è soprattutto chiarissimo. Segui il testo che è una bellezza. Le voci unisone stanno sempre x2 a coretti e i testi sono proiettili di plastica, cattiverie, parolacce, offese e prese di posizioni che sembrano uscite dalla bocca di una paio di adolescenti offese:

Non vedo l’ora che muori
Voglio i miei dischi le magliette il risiko e le biciclette tutte le mie sigarette le manie le mie schifezze non è niente di importante dammi solo le mutande le canzoni le tue tende le mie mani le tue urla
Non vedo l’ora che muori

Ora la butto lì, ma per quanto mi riguarda una delle piccole rivelazioni dello scorso anno sono stati i Gomma  che  hanno regalato a un mercato italiano spiccatamente ridondante e perennemente in differita rispetto all’Inghilterra e agli USA un diamante grezzo.

La cosa forte dei Gomma c’è pure nei Lomax: una decina di sfumature e generi differenti, tenuti assieme da uno scatto musicale acerbo, infantile, provinciale . Sono delle cose che ti escono quando c’hai 20 anni, forse meno, forse poco più. Ok?

Ma nei Lomax c’è qualcosa che mi ricorda anche loro:

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Eh, sta al trio emiliano farci capire se la cosa è voluta oppure no. Magari con la roba che faranno dopo questo EP.

ps i Lomax sono Valentina, Matteo e Greta. Penso.

dda

Mislay – Mislay EP

 

L’incubo della mia esistenza

Qualche anno fa per la prima volta sono stato in Sardegna. Il viaggio in sé non penso riuscirò mai a dimenticarmelo, l’ho vissuto un po’ come un trauma, perché

a) passai ore e ore di attesa, solo come un cane e senza nulla da leggere, in quel baretto livornese che sta proprio di fronte al molo dove partono le grosse navi che portano ad Olbia o da qualche parte in Corsica

b)la tratta in nave fu inferno, mi addormentai su una delle sedie a sdraio attorno la piccola piscina sul ponte di coperta. Verso mezzanotte mi sveglio che c’è un freddo incredibile e tira un vento così forte che mi fa difficilissimo camminare. Se devo ricordare un momento in cui sarei dovuto morire in modo bruttissimo, ecco, io sono sicuro fossi ad un passo dal volare verso il mare, che non avevo mai visto così nero. Gli incubi dei marinai di Nantucket, che dico, oltre la barriera di metallo dalla vernice sguastata potevo scrutare gli occhi del Kraken.

Ma riesco a farcela e finisco al coperto e al caldo. La piccola nave da crociera è un residuo dei fine anni novanta, piena di fotografie di sportivi come il primo indimenticabile Ronaldo o, che ne so, Del Piero. Ci sono solo russi e tedeschi, passo il tempo giocando a Metal Slug.

Arriva la mattina, e l’incubo dalle tinte lovecraftiane è lontano e di fronte c’è Olbia, che sembra così bella in quel momento che a momenti manco Miyazaki sarebbe riuscita a disegnarla così pacifica.

Tutto questo per dirvi che i Mislay sono di Olbia, e in mezzo ci suona Marco, chitarrista (anche adesso? non lo so) degli Amesua. Non c’è nulla di nuovo nei Mislay, ma sono due pezzi veloci, potenti e sanno un sacco di estate, gente che va sullo skate e si schianta le birre sotto i portici dei quartieri dormitorio.

La voce è più rude di quanto sia la melodia, un po’ più di Anselmo nei Down, un po’ meno di Anselmo Superjoint Ritual.

E ora aspetto l’album.

 

dda

Non ti piacerà – Il ritorno e la fine degli Auden

Un film bello che nessuno si ricorda.

Sono uno di quelli che quando deve scrivere un pezzo su di un’artista che conosce poco -ma anche quando lo conosce bene- passa metà del tempo  su Google cercando informazioni utili e chicche simpatiche da spacciare.

La realtà dei fatti è che sulla vita&opere&miracoli degli Auden si trova pochissimo, se non del periodo V4V, davvero breve e troppo recente.

Eppure l’assenza di informazioni e notizie della band sul web ci dice tanto, tantissimo: che quella degli Auden è un’epica che appartiene ai lontani giorni di Windows 98 e delle immagini da 1Megabyte caricate in un minuto di patetica attesa.

Quattro ragazzi alla fine degli Novanta si mettono in testa di voler portare i suoni  americani più squisiti e interessanti del periodo, cioè il math, l’emo e manco a farlo apposta il 1999 è l’anno dell’incredibile album degli American Football.

La storia della band, nel suo complesso, sa un po’ di quei film belli ma che scopri solamente mentre ricostruisci il puzzle di qualche filmografia di un regista o di genere.

Degli Auden si conosce l’indecisione della lingua, se cantare e scrivere in italiano  o inglese. Cosa si sono portati appresso per tutta la discografia, pure sul finale. Il penultimo album, Some Reckoning, per dire, è tutto cantato in albionese.

Personalmente seguo poco gli italiani che non cantano in italiano, a meno che non siano delle bestie strumenti alla mano, a meno che non scrivano cose davvero illuminanti. La causa della mia autarchia probabilmente è anche semplice, eh, semplicemente mi piace l’idea di un testo che ti tiri sotto come un treno senza star troppo a doverci fare del listening (penso di avere al massimo un B2).

Non ti piacerà è invece tutto cantato in italiano. Ha una durata che è quella di un rapporto sessuale di durata medio/breve, ma è un album che ha l’intensità che dovrebbe avere un rapporto sessuale che dura nemmeno venti minuti. Non ti piacerà suona come una di quelle scopate d’addio tra due persone che si amano molto ma la cosa deve finire per cazzi vari.

perché dobbiamo chiamare le cose con altri nomi per capire e nascondere le nostre scuse pronte le mani sulle orecchie per non sentire niente di quello che ci ammala vorremmo un’altra prova ma è finita è finita così

L’album si apre con finita così, che è una cavalcata emo, un overture che sa anche di chiusura, un modo perfetto per far capire tutta la semantica della cosa.

 marcire guastarsi andare a male finire le cose che fanno già schifo sbiadire sgualcire arrendersi al resto strappare parole che hanno fallito –Marcire

Non ti piacerà pare che parli di come la vita logori le cose, i rapporti, di come l’unica cosa possibile sia il ricordo. Lo fa con le chitarre che i fan degli Auden già conoscono benissimo,  una voce che non si concede mai di essere core, ma se ne sta sempre su un melodico dolce.

Per distrarci chiude l’album, breve ma ci sta. Canzone bella, che parte con una chitarra e, magari involontariamente, rimanda all’eterna Teenage Riot dei Sonic Youth.

L’anno scorso gli Auden hanno suonato, spesso aprendo ai fratelloni dei FBYC.

A proposito di FBYC, Jacopo Lietti intervistato da Noisey qualche tempo fa ha detto

“Io ne ho pieni i coglioni dell’emo, di tutto questo revival. Credo che sia un po’ sfuggita di mano quella roba. Sono nati uno dietro l’altro gruppi che non avevano niente da dire, non hanno cambiato niente e non hanno aggiunto nulla rispetto a quello che c’era già stato.”

Se quindi l’album può sembrare una roba un po’ autocelebrativa, in realtà potrebbe anche esserlo, ma visto così, con quelle pesanti parole di Lietti, sembra anche il requiem emo di un’intera generazione. Bella.

Potreste seguirli qui, sperando nel miracolo di qualche data lontana dai confini della capitale romana.

dda