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Solidarietà ai compagni dipendenti della Spotify Italy S.r.l. di via Tortona 33 in Milano, ma.

Occorrerà operare una distinzione tra il supporto economico, nei limiti della coscienza e della disponibilità individuale, alla musica e all’arte, e quello alla sua infrastruttura parassitaria.

Se paghi Spotify, non sei mecenate di niente. Sostieni una svedesona con ramificazioni globali che prende i tuoi 5/10 euro e li ridistribuisce in forma di royalties alle più o meno major, più o meno indipendenti, nella logica della quantità di traffico generato, della quantità di ascolti. Quanto poi le major e le indipendenti supportino gli artisti, sono cazzi tra artisti ed etichette, eventuali avvocati.
Non sono autarchico: è che avendo la cucina IKEA mi sento già sistemata l’etica, a posto la coscienza capitalista global.
È un discorso anche banale, ma pare che ultimamente si generino incidenti d’opinione tipo:

Leva il fatto che se questo tipo mi dicesse che la figa è bella, gli risponderei che fa schifo, pure argomentando.
A prescindere dalla prescindibilità del suo punto di vista, quel che trovo interessante è che da youtuber, il tipo da Cagliari raccolga e quindi esprima opinioni comuni, a dimostrazione della scadenza del dibattito sulla musica e il suo valore, anche valore di mercato: un’altra spiaggia erosa dalla new wave democristiana.

[Il lato grottesco è vedere masse d’opinione ragionare come la parte della cassetta che mandavi avanti, che è pure diventata un meme. Che devo fare io, sperso in questa landa di guardie? Devo chiedere il distintivo a qualsiasi sconosciuto provi a scroccarmi una zizza in giro?]

Poi leggimi oggi scrivere di new wave democristiana, quando In God We Trust Inc. dei Dead Kennedys, quello della famosa cassetta col lato B lasciato vuoto, uscì nel 1981. E Jello Biafra, nonostante si fosse sempre autoprodotto con la Alternative Tentacles, nel ’94 prese botte gravi al 924 Gilman Street, per essere una “rockstar venduta” agli spettacoli stand-up.

La butto in diplomazia anch’io: se non hai mai sentito Steve Albini parlare di music business, la tua opinione in merito non è necessaria. [*]

Ibra vs. CR7: schieramento Ibra. Ma Svezia vs. Portogallo? Schieramento Portogallo.

Fai conto che per un mese della tua utenza Spotify Deluxe virtuosa hai voglia di ascoltare solo dieci gruppi noisecore che segnano un <1000 nella quantità di ascolti, perché è un mese che va così: il tuo contributo economico consisterà in mezzo caffè a Sfera Ebbasta, manco l’aria che respirano ai tuoi dieci gruppi noisecore. Compragli il disco, magari, e Spotify rubalo.
Rubalo con la mentalità di DDA in brocca di vino, che ragionando sul trend topic Spotify ci dice: «è chiaro che non supporteresti mai McDonald’s e preferiresti mangiarti il catarro ai cheeseburger. Però se trovassi il modo di rubarglieli, i cheeseburger, glieli ruberesti.»
Lavi la carne e la dài ai cani.
Spotify non compie atrocità e DDA è drastico: ma di una brutalizzazione della musica, una connivenza a un sistema discografico che abbiamo sempre osteggiato, sempre cercato di dribblare anche nelle scelte, si macchia sì.
Perché non è tutto ‘sto filantropo chi tra Seeing Red e Straight Edge ti piazza trenta secondi di Ghali (trenta secondi di silenzio, per gli utenti portoghesi più sgamati) e nel pop-up ti piazza la Nike: e per arrogarti il diritto ad un ascolto decente, al netto dell’interfaccia e della profilazione, dovresti, tu utente, spendere una cifra ridicola, nel senso di bassa, che mai ti salverebbe dalla condanna per ignavia al tribunale del supporto alla musica.

Quindi arruba arruba.
A meno che Spotify non sia il tuo unico canale d’ascolto, beninteso. Se il tuo approccio alla musica è buffet e la giacenza media sul tuo conto dice che sei al sicuro, capisco la tua premura legalitaria e sono convinto che tu sia tenuto a pagare. Spotify è pensato per te. Ma non sei mecenate di niente, ci tengo a ricordare.
Ugualmente assurdo, sia chiaro, lamentarsi dell’intransigenza dell’azienda nei riguardi dell’abusivismo: c’è gente che tiene famiglia, anche a città lassù.

Laddove c’è una certa mobilità sul mercato del lavoro.

La cosa bella è che ai fini del conteggio, e pure dell’algoritmo, anche gli ascolti abusivi fanno numero: perciò in teoria più ingrassi il trend degli artisti in trend (sempre gente che sta sotto major), più si dovrebbe fare pesante l’ingerenza delle major su Spotify, più contribuiresti al collasso, annegheresti la svedesona.
È un meccanismo affascinante che peraltro alimenta lo spirito di rivalsa del povero incallito scrobblatore che sono, incapace di accettare il declino e l’ormai evidente fallimento di Last.fm. Ché Last.fm sì, era ben fatto, figlio di uno spirito di condivisione degli ascolti e di un’intuizione francamente geniale, quella dello scrobbling, nobiltà sopravvissuta in un nobile decaduto.

W questo relitto.
Spotify buh, surrogato stupido.

When we did the ‘In Rainbows’ thing what was most exciting was the idea you could have a direct connection between you as a musician and your audience. You cut all of it out, it’s just that and that. And then all these fuckers get in a way, like Spotify suddenly trying to become the gatekeepers to the whole process. We don’t need you to do it. No artists needs you to do it. We can build the shit ourselves, so fuck off. But because they’re using old music, because they’re using the majors… the majors are all over it because they see a way of re-selling all their old stuff for free, make a fortune, and not die. That’s why to me, Spotify the whole thing, is such a massive battle, because it’s about the future of all music. It’s about whether we believe there’s a future in music.
To me this isn’t the mainstream, this is is like the last fart, the last desperate fart of a dying corpse. What happens next is the important part.

Thom Yorke, 2013.

 

 

[*] Che è poi come usare Leopardi per spiegare la poesia a qualcuno che non capisce la poesia, mi rendo conto. Spero mi perdonerai, se sei un lettore saputo, per la banalità dei riferimenti.

paolo marco cintura
pmc

E.T.I. – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare Aleister Crowley (un’elegia).

Forse non tutti sanno che: Harrison Ford non ce lo voleva il cavallo origami nel Director’s Cut.

Junkies down in Brooklyn are going crazy
They’re laughing just like hungry dogs in the street
Policemen are hiding behind the skirts of little girls
Their eyes have turned the color of frozen meat
Blue Öyster Cult, Joan Crawford Has Risen from the Grave, 1981.

Mentre ero in Erasmus in Inghilterra, pagato dall’elite mondialista deterritorializzata di Bruxelles, mi chiesero di scrivere un pezzo leggero su quali effetti produceva nella psiche umana l’ascolto di Ain’t No Mountain High Enough sotto l’influsso di 10 diverse droghe. Non avendo a mia disposizione degli stagisti, all’epoca, decisi di usare me stesso come cavia.

Realizzai tuttavia quasi subito quanto procedere in modo lineare – diciamo, una sostanza al giorno per dieci giorni consecutivi, tenendo un diario sulle sensazioni che il misto di vibrazioni R&B e la merda che mi girava in vena producevano sul mio già disastrato corpo amigdaloideo e infine realizzare il pezzo per la modica cifra di 8 euro netti in ritenuta d’acconto – fosse una stronzata. Quindi decisi di andare al pub più vicino (che incidentalmente era il depravato White Horse di Oxford) per discutere sul da farsi coi miei coinquilini, un pakistano gravemente dipendente dalla marijuana (A), una svedese obesa ossessionata dal pene degli uomini subsahariani (B) e un cipriota di origine turca, fervente seguace di Osho (C).

Appena sedutomi al nostro consueto tavolo d’angolo, tuttavia, ecco partire dai bisunti altoparlanti della bettola A Fire of Unknown Origin. Nessuno dei miei subumani sodali mosse un muscolo, ognuno perso nei propri incubi lovecraftiani. Io invece, che da diversi decenni ho sviluppato la capacità di sintonizzarmi con le sottili vibrazioni dell’universo e capire quando le potenze cosmiche mi stanno trasmettendo un messaggio significativo, mi misi a pensare al Necronomicon.

Ironicamente, la Wikipedia ancora attribuisce a Peter Levenda un libro che, nel bene e nel male, ha segnato il turbido rimuginare di una generazione di occultisti newyorchesi. Come la demoniaca personificazione di un’epoca – quella di David Berkowitz, del satanismo in salsa hubbardiana, di “Herman l’orribile” e il suo Magickal Childe, di Michael Aquino, del crack e del CRACK – il libro dei nomi dei morti si è manifestato sul piano materiale attraverso una serie di eventi ambigui, e ha lasciato dietro di sé una successione di individui fuori dal comune.

Il Simonomicon, come i chaoti inglesi amano chiamarlo mentre si ingozzano di cetriolini sottaceto e leccano francobolli di feniletilammina venduti loro per sacro acido a 20 sterline al pezzo, viene pubblicato nel ’77 da Schlangekraft, apparentemente frutto di un furto di libri perpetrato da due sacerdoti ortodossi, che scovano il leggendario ricettario sumero di magie demonìache, lo traducono malamente e lo liberano nel mondo per il bene, male, per il neutro dei posteri.

Per decenni, illustri menti strafatte si sono interrogate sull’identità di Simon, ripercorrendo da un lato la grottesca vicenda del furto di libri, e di come negli anni ’70, per sfuggire alla leva e al conseguente piombo vietcong, giovani virgulti ‘murigani arrivarono persino a fingersi preti (e gli ortodossi prendevano su un po’ chi capitava), e dall’altro ripescando dallo scatolone dei vinili Agents of Fortune, quarto LP dei Cult, prodotto dal recentemente defunto Sandy Pearlman, Hunter Thompson del Rock’n’Roll dei bei tempi che furono, critico, poeta, visionario. Il passo è un po’ lungo, ma cercate di starmi dietro.

Il miglior pezzo[1] di Agents, seppur forse tra i meno conosciuti dei Cult, è E.T.I. (Extra-Terrestrial Intelligence). Un paio di versi, tanto per gradire:

I hear the music, daylight disc
Three men in black said, “Don’t report this”
“Ascension, ” and that’s all they said
Sickness now, the hour’s dread

All praise
He’s found the awful truth, Balthazar
He’s found the saucer news

I’m in fairy rings and tower beds
“Don’t report this, ” three men said
Books by the blameless and by the dead
King in yellow, queen in red.

Ora, non bisogna essere Jack Parsons per trovare degli elementi quanto meno peculiari in un pezzo rock del ’75 apparentemente nonsense – dischi volanti, cerchi magici, il Re in Giallo, la Donna Rossa, tutto urla ‘zio Al’ lontano un miglio. Il che concorda perfettamente con la lunga liaison tra Pearlman e Crawdaddy, rivista sulla quale, guarda caso nel ’75, Burroughs (notorio membro dell’O.T.O.) pubblica un significativo dialogo con Jimmy Page sul valore esoterico della musica…

Casey Rae, che se ne è recentemente uscito con un libro su Burroghs e il culto del Rock’n’Roll, ha definito Pearlman come un amante del nascosto, dello strambo, e del grottesco, specialmente nella letteratura. E con le lettere arriviamo quindi al dunque – il Libro di cui sopra, il libro dei morti. Il Balthazar del ritornello ha origini innanzitutto neotestamentarie, è uno dei tre (3) Re Magi. Ma anche Shakespeariane: è il nome del servo che rivela a Romeo che Giulietta è morta (‘the awful truth’). In tertîs, si riferisce a Dennis Balthaser, uno dei più attivi ufologi d’America, particolarmente infoiato sui fatti di Roswell, 1947 (‘the saucer news’).

Poco prima che lo zio Al tirasse le cuoia dopo una vita dedita agli oppiacei e al gin, un suo compagno di merende, il razzista (nel senso di persona che studiava i razzi) Jack Parsons, in dolce compagnia dell’artista Marjorie Cameron (la quale, per chi non apre i link, in seguito collaborò anche con Kenneth Anger), si dedicò a un lavoretto basato su un suo testo del ’17, The Moonchild. Il progettino – che tra parentesi prende il nome di Babalon, manco a farlo apposta – aveva il modesto scopo di materializzare in terra la Donna Rossa per mettere fine al Kali Yuga che impazzava in quegli anni. Il terzo incomodo invitato alla festicciola a base di eroina e magia sessuale era (che ve lo dico a fare) Rob Hubbard. A seguito di questo simpatico esperimento, che consisté nell’aprire un portale verso dimensioni superiori alla nostra, abitate da creature grigiastre da Crowley chiamate i Lam, si scatenò la febbre degli UFO che avrebbe disseminato panico e sconcerto nei decenni a venire (e l’ottimo Chris, maestro di panico e sconforto indotti da psicofarmaci artigianali, ce ne rende ben edotti).

In conclusione, cosa collega i dischi volanti di Roswell, la messianica nascita di un ibrido umano-transdimensionale in seguito all’unione tra la Regina Rossa (la grande madre) e il Re in Giallo (la bestia 666), il Libro che, tra le altre amenità, anche di questo tratta, un produttore Rock’n’Roll con formazione socioantropologica, culo e camicia con Burroughs e autore di un poemetto precisamente su ‘sta roba, la Trinità, la bamba, e il pezzo che mi era stato chiesto di scrivere precisamente quindicimila anni prima in una savana del paleolitico superiore?

Torniamo al White Horse di Oxford. Mentre il pensiero delle scadenze, delle bollette e degli impegni mi scivola come acqua sull’olio (ricordo che all’epoca ero pagato, e lautamente, dal regime europeista apolide atomizzato della finanza transnazionale). A, B e C mi fissano con i loro occhi privi di anima, in attesa che risponda a una domanda che – presumibilmente – mi è stata posta e che posso solamente provare a immaginare (l’immaginazione non mi manca), per poi produrre in tempi ridottissimi una risposta che potrebbe soddisfare la circostanza. Senza nemmeno battere le ciglia replico con un verso di Ozzy che parla di eroina. I loro occhi si spalancano e noto solo ora che sono privi di ciglia, di iridi e di sclera. Improvvisamente il White Horse somiglia molto meno a un sudicio e deprimente pub della periferia di Oxford, e più all’interno di una collina, o un utero pulsante. Dal juke box gelatinoso nell’angolo in ombra emergono con fatica le note di Ain’t No Mountain High Enough. Rabbrividisco, cercando nervosamente qualcosa di appuntito a portata di mano.

 

Washitsu
washitsu

 

 

 

 

[1] I metodi utilizzati per giungere a questa conclusione sono consistiti nel mio insindacabile giudizio e se avete qualche problema potete venire a trovarmi giù al campetto questo sabato pomeriggio e dirmi che cazzo di problema avete, poveri stronzi, che poi vi meno coi miei amici.