PORCA BUBBA! I DISCHI DELL’ESTATE DI MALE MALE – PARTE 2

Disclaimer: fa troppo caldo, la linea internet va di merda, userò massimo 30 battute per band

Riviera – Riviera

Sarebbe bello  avere di nuovo diciotto anni per poter metter su i Riviera su qualsiasi riviera italica e poter dire di essere cresciuti ascoltandoli. L’urlare del cantante e le parole che dice sono momenti di vita irripetibili che si schiantano su di una batteria instancabile, una chitarra che passa dal droning a progressioni di scale maggiori da manuale dell’emo, una roba alla You Blew It! ma con in mezzo le trombette in stile Beirut.

QUANDO: da ascoltare quando la vacanza sta finendo, i lidi cominciano a svuotarsi e la ragazza olandese con la quale avete scoperto l’amore se ne sta partendo per sempre, vi siete messi d’accordo sullo scrivervi ogni tanto via mail ,ma non succederà MAI

Fennesz – Endless Summer

Imparentato con gente come Basinski, Fennesz riesce a scrivere un album che sa della stessa cosa della quale è composta la copertina della copertina: interminabili orizzonti di mare limpido e messaggi nascosti tra le forme delle nuvole addormentate. la geometria illimitata della retta fatta di riflessi solari che taglia in due lo sguardo di chi mira la palla di fuoco è frastagliata dalla danza delle acque, come glitchata, come la musica dell’artista austriaco.

QUANDO: il rave è finito, un esercito di cadaveri sparpagliati tra i cespugli e la spiaggia; un manipolo di zombie che camminano scalzi sul bagnasciuga. sei l’unico sopravvissuto.

The Desert Sessions – Josh Homme e altra gente

Se c’è un modo per capire il senso del desert rock è ascoltando questa collezione di due volumi che uno si fa due idee; un esperimento dell’ex Kyuss e boss dei qotsa che in pratica decide, da Boccaccio della musica per fattoni, di riunirsi con degli amici e colleghi a Rancho de la Luna (sic!), casolare nel nulla circondato da serpenti velenosi, a comporre musica – sarebbe più corretto dire jammare – sotto droghe allucinogene. E’ il 1997, Kurt Cobain è morto e al rock era rimasto ben poco: quello che rimane se l’è preso Josh Homme

QUANDO: se state attraversato la Sardegna in automobile, o se cercate una musica da mettere su mentre vi drogate con gli amici dopo il bagno

Morrison Hotel –  The Doors

Boh sarebbe ridicolo scriverne ANCORA. Probabilmente la più grande band della storia della musica, probabilmente l’album che parte meglio nella storia della musica – la chitarraccia che introduce la violentissima armonica di Bob Young, membro storico degli Status Quo, di Roadhouse Blues -.

Diffidate da chi non ascolta o non si fa garbare i The Doors: non capisce un cazzo di musica

QUANDO:  come prima, ma anche nel post-sbronza se avete la casa vuota e la sera prima siete riusciti a scopare

Saigon Rock & Souls: Vietnamese Classic ’70

Gli americani non hanno portato solo il napalm e la cavalcata delle valchirie nei dintorni di Saigon, ma anche un sacco di vinili del rock che in quegli anni stava invadendo il mondo occidentale. Ne esce fuori che i musicisti vietnamiti ci perdono la testa e producono tra le cose più interessanti e gustose da ascoltare ancora oggi. dura poco, per ovvi motivi di iper-socialismo reale.

QUANDO: volete fare colpo sui vostri amici borghesotti durante l’aperitivo delle 19 e avete il mojito sotto mano

Verremo al contrattacco II

Lodo Guenzi e Andrea Scanzi

«Mi sono rotto il cazzo della critica musicale. Non siete Lester Bangs, non siete Carlo Emilio Gadda. Si fa fatica a capire cosa scrivete, bontà di Dio!».

Ho a lungo meditato su queste parole dei Lo Stato Sociale. Ma invano, avendo fin da principio raggiunto il grado di consapevolezza sufficiente ad agire, sentire, in senso contrario a qualsiasi indicazione, direttiva stilistica e comportamentale, ipotesi ideologica, propugnata dai Lo Stato Sociale e dalla maggioranza già di per sé affatto silenziosa della quale si sono fatti tra i più efficaci, grottescamente iconici, innecessari portavoce.
Se questo poi potrebbe leggersi come si assiste agli spari sulla Croce Rossa, basterà far notare come in certi casi sia la Croce Rossa, dalle feritoie dei suoi cingolati pesanti, a spararci raffiche addosso. Mentre noi per difenderci abbiamo solo queste quattro tavole di compensato, e la merda per tenerle su. E siamo anche mezzo nudi, e tremiamo di freddo e terrore.

Bisognerà dunque emulare le gesta descrittive barocche di Carlo Emilio Gadda: fare che siano gli oggetti disposti, le musiche, a suggerire le forme espressive da adottare. Le chiavi di ascolto, diverse come son diverse le musiche, per tentare di comprederne la natura fino all’infinitesima componente, il più breve intervallo, ogni singolo colpo di grancassa. In una nevrosi di subordinate rigonfie di lessico, spregiudicate neoformazioni come spregiudicata è la linea vocale blinkeggiastica di questa The Future che proprio adesso la mia Trust Dixxxo sta diffondendo, seconda traccia del centottantaduplice disco dei The World Is A Beautiful Place & I Am No Longer Afraid Of Ammettere che ho imparato a suonare bene, a fare gli arpeggi che nel periodo del post rock andavano strabene, ma da ragazzetto mi piacevano gli AFI, e adesso che la cosa del post rock è andata, e va di moda il passato brutto, guarda cosa ti combino. In un nevrotico gliommero la cui dissoluzione sia possibile solo per identificazione della forza che è forza vitale, motrice e matrice dell’intero universo, in ogni musica e in ogni tappo di sughero, borsa da donna, calzino, abat-jour; eppure imperscrutabile, indefinibile, irriducibile a parola.

Armarsi di sciarpe di seta, e pipe, ascoltare Mozart, come il padre di Kyle nella sua fase di ispirazione letteraria da recensore per Yelp. South Park.

Appicciare incensi alla naftalina, alla cenere macerata dalla pioggia, alla brezza di alghe decomposte sul lungomare di Alghero, al fegato di suino, e poi stilare un piccolo vocabolario di lemmi assonanti; quindi impiegarlo per restituire, per mimare, anche al lettore più distratto, la voce di King Krule nel suo nuovo The OOZ.

O piuttosto fare come Lester Bangs, riprodurre, fin dal gesto meccanico di battitura sulla tastiera, i ritmi febbrili degli anni settanta, i virtuosismi sui toni alti dei cantanti dai capelli lunghi; battere sui tasti con la stessa violenza di un allegro Bonzo ubriaco, e leggere sullo schermo che quelle frasi lapidarie, secche ma rimbombanti bombastica, vi aderiscono perfettamente. Farne professione, guadagnare, esserci sotto per poi esserci dentro, per raccontare tutto e raccontarsi sempre al meglio, in una anti-agiografia che tracci la mappa della perdizione italiana musicale e perimusicale. Sempre col cinismo di chi Mannarino lo conosce, ci ha bevuto dalla stessa bottiglia, e ti dice che guarda: un coglione così… e poi lo sa, perché la musica viene fuori come viene fuori, e con esattezza.

Fare tutto per esprimersi, fare il minimo per farsi capire: si scrive di musica per un’esigenza conoscitiva che richiede l’impiego di sinestesie anche le più azzardate, calchi dal francese, metafore osate e sperimentalismi formali e strutturali, e senza mai la presunzione di afferrare il punto; figurarsi di spiegarlo. Tutto il resto è esercizio sterile, come guardare la musica al microscopio con l’occhio chiuso come Frank Drebin, e catalogare senza mai chiedersi cui prodest: enciclopismo.
Bisogna scrivere troppo o troppo poco, e sempre con criterio: la lunghezza di un testo ne è parte integrante, carattere paratestuale; comunica quindi a sua volta, o perlomeno contribuisce a comunicare. E scrivere con alterigia, manifestando una competenza che dev’essere oltre la soglia dell’avrei-potuto-scriverlo-anch’io. Che debba essere competenza reale, con solidi contenuti e elementi anche ideologici. Rivolgendosi a iniziati, sì, ma con il senso di inclusione per chi iniziato non è, ma ha una connessione a internet e possibilità di controllare i riferimenti, curiosità di capire quel che sulle prime gli sembra uno sfoggio insensato di proprietà di linguaggio.

Può sembrare che non ne valga la pena. Ma anche solo perché i Lo Stato Sociale dicono il contrario, capisci che.

[Già apparso su www.debaser.it il 31 ottobre 2017]

paolo marco cintura
pmc

Musica per scrivere, studiare, leggere, dormire, musica per non ascoltare -#2 – il collasso fisico di William Basinski

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“Gli artisti che furono etichettati come appartenenti al genere “hauntological” erano immersi in una formidabile malinconia e a tutti stava a cuore entrare in qualche modo in relazione con il processo tramite cui la tecnologia materializza la memoria; da ciò, una fascinazione per la televisione, per il vinile, per i nastri e per i suoni emessi da queste tecnologie nel momento della loro rottura. Questa fissazione per la memoria materializzata diede origine a quella che è probabilmente la caratteristica sonora principale della hauntology: l’uso del crackle, il particolare crepitìo prodotto dalla superficie del vinile. Il crackle ci fa rendere conto del fatto che stiamo ascoltando un tempo scardinato; non ci permette di cadere nell’illusione della presenza. Inverte l’ordine normale dell’ascolto in cui, per dirla con Ian Penman, ci siamo abituati al fatto che il “ri-” della “riproduzione” venga represso. Non solo ci rendiamo quindi conto così che i suoni che stiamo ascoltando sono registrati, ma diventiamo anche consapevoli della presenza dei sistemi di riproduzione sonora che utilizziamo per ascoltare le registrazioni. Inoltre, dietro molta hauntology sonora c’è anche la questione della differenza tra l’analogico e il digitale: tantissime tracce hauntological sono infatti incentrate sulla rivisitazione della fisicità dei media analogici nell’era dell’etere digitale. I file MP3, infatti, sono certamente materiali, ma la loro materialità è occultata, ci è nascosta, a differenza di quanto avveniva con la materialità tattile del vinile o anche dei CD. “(quadernidaltritempi)

Mark Fisher scrive della musica hauntologica, quella che mette in crisi l’ontologia, quella fatta di fantasmi, fantasmi che si percepiscono ma che non esistono. Il solito Burial, certo, ma anche The Careteker, Leyland Kirby, tutta una certa jungle, il mondo sotterraneo – e sotterrato – della contiminazione degli eredi dei rave dei quali scrive Vanni Santoni in Muro di Casse che fanno i conti con l’incapacità dell’essere mortale di comprendere la dilatazione spazio-temporale del cyberspazio.

William Basinski è per eccellenza autore hauntologico. A livello tematico quanto – e soprattutto – nella produzione della sua stessa musica. Basinski è diventato Basinski quando ha abbandonato tutto un percorso musicale piuttosto classico (sassofono jazz imparato nelle scuole texane) per darsi al minimalismo di ispirazione a là Brian Eno. I capitoli che costituiscono i Disintegration Loops suonano come un brodo primordiale, vengono dagli anfratti più distanti della nostra realtà, forse da sotto la crosta terrestre. Una musica abissale, siderale come quella di un capitolo apocrifo di Metroid, oscuro e ancestrale, intraducibile quanto le immagini di Begotten.

Negli anni ’80 Basinski registra su nastro onde radio, cose del genere. Vent’anni dopo ha l’intenzione di trasportare su cd quei vecchi nastri… che si erano irrimediabilmente rovinati. Disintegrati appunti. Non così tanto eh, ma quanto basta per riempirli di crackle, e mentre il loop andava, il nastro che girava sul perno metallico si rovinava in modo indelebile.  Basinski ci aggiunge successivamente una leggera melodia, in modo tale da dare il tono a ognuno dei capitoli. Disintegration Loops I, uscito nel 2001, a quanto pare riflette i toni dell’11 Settembre che l’autore ha vissuto in diretta.

Le copertine dei vari capitoli sono piene di fumo, che è quello delle fiamme degli aerei di linea che si sono schiantati nel centro del mondo moderno, e quello stesso giorno Basinski registra con la sua videocamera lo skyline di New York.

L’immaginario del requiem si ripercuote anche con il capitolo II, che addirittura assume toni di una minaccia incombente. DL III  sa di alba (o di tramonto), certamente di una quiete.  Se il primo capitolo è straordinario alle orecchie novelle, magari è difficile cogliere la maestosità di DL IV, che è una lunga composizione in tre parti, con un incipit di speranza, un passaggio meditativo e un finale di ennesima rassegnazione.

Questa musica è uno degli apici dell’ambient, buona per essere (non)ascoltata in qualsiasi momento della giornata. Come con la musica di Eno da Discreet in poi, anche i nastri disintegrati di Basinski non richiedono chissà che esigenza audiofila (quella cagate del tipo 1500 euro di cuffie e lo stereo della nonna della regina Elisabetta) ma come è un drone-like che con innocenza permea l’epidermide di chi gli sta attorno, come un verme invisibile, alla ricerca della vostra ghiandola pineale.

 

Musica per scrivere, studiare, leggere, dormire, musica per non ascoltare – ovvero Brian Eno e l’incidente col taxi #1

Siamo a metà degli anni ’70 -periodo musicale che sta vivendo una fase piuttosto movimentata all’interno del macrogenere del rock.  Dal 1970 al 1974 escono cose come:  L.A. Woman, Led Zeppelin IV, The Rise and Fall of Ziggy Stardust, Machine Head, Harvest, The Dark Side of The Moon, House of The Holy,  Quadrophenia, Raw Power e probabilmente un altro centinaio buono di album monolitici. A spezzare il decennio, nel 1975, è un incidente automobilistico. C’è Brian Eno, uno che magheggia con i sintetizzatori assieme a David Bowie e David Byrne, ha sulle spalle già qualche album e attraversa una strada di notte senza guardarsi attorno. Sovrappensiero (a che stesse pensando in quel preciso istante è speculazione di critici e appassionati musicali) non si accorge dell’ammasso di metallo che gli si sta schiantando addosso a una velocità di almeno cinquanta miglia orarie. Insomma, il taxi lo becca, lui vola e si apre la testa. Il sangue schizzerà per qualche minuto, la cicatrice gli rimarrà per sempre.

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Costretto a passare qualche settimana a letto e i tempi del personal computer sono ancora lontani quando la ragazza di allora per rallegrarlo gli porta un vinile, composizioni musicali con arpa.  Brian si muove come un vecchietto, ogni passo è una fatica. Ma riesce a metter su il vinile per poi buttarsi a letto. Fuori piove e si rende conto che il rumore della pioggia, quel costante schiantarsi di acqua sul tetto e le finestre e tutti i muri della sua abitazione gli impediscono di poter ascoltare per bene il vinile. Avrebbe dovuto alzare il volume, ma che dolore doversi rialzare dal letto.

“After I had lain down, I realised that the amplifier was set at an extremely low level, and that one channel of the stereo had failed completely. Since I hadn’t the energy to get up and improve matters, the record played on almost inaudibly. This presented what was for me a new way of hearing music – as part of the ambience of the environment just as the colour of the light and sound of the rain were parts of the ambience.”

Sulla base di questo pensierio nasce Discreet Music, album che segna la rotta di non solo i vent’anni successivi di Brian Eno come musicista ma la rotta di un’intera rivoluzione culturale e musicale che dà l’ultima botta con Untrue di Burial.

Già Erik Satie, John Cage e altra gente aveva buttato semi sul terreno, ma Discreet Music nasce imperfetto per essere uno dei primi imperfetti alberi della foresta dell’ambient. Placido e bellissimo per trenta minuti, per poi sfuggire verso delle variazioni di un compositore tedesco del sedicesimo secolo.

Dopo dieci anni buoni di musica per le masse e musica per far ballare, musica per scendere a pugni chiusi per le strade, far piangere, fare figli,  assoloni da blues da neri, assoloni da bianchi che si appropriano del blues dei neri, dopo dieci anni buoni di una funzione continua sempre riconducibile a un prima e un dopo succede che Brian Eno alza l’asticella, anzi, cambia proprio sport. La musica come parte dell’ambiente, e come parte dell’ambiente è una musica che possiamo non ascoltare. O, se vogliamo, ascoltarla. Qualcuno la definirebbe anarchia. Non c’è più obbligo, nessun ritornello da imparare o chissà che virtuosismo da applaudire. La musica diventa una roba in sottrazione, forse la cosa più difficile di tutte.  Brian Eno come sarà Raymond Carver per la letteratura americana, la bellezza sotto le orecchie come lo è sotto gli occhi, ma non c’è nessun passo esaltante se non qualcosa che si riconduca all’angoscia esistenziale stessa.

Brian Eno intuisce che farsi guidare dalle cose che succedono e dalle attese che la vita ti obbliga , ecco, è cosa buona e giusta: negli anni ’70 di aerei di prende tanti e quante ore deve passare negli aeroporti, in quei posti senza antropologia, identici in ogni latitudine,  non-luoghi dell’impreciso e senza memoria, se non quella dell’imprecisione dei volti e del brusio. Nasce così l’idea per Music for Airports che, ancora più di Discreet Music, segnerà il futuro.

 

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NONLUOGHIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII

 

Una cosa veloce sul fare la musica che ti piace quando hai superato i trenta/quaranta/cinquanta

Un film diretto da – indovina chi?

 

Ho un grande rispetto nei confronti di Demented Burrocacao, quindi quando ho letto la sua recensione sull’ultimo album dei Buñuel – The Easy Way Out ci sono rimasto male.

Lo sto riascoltando sotto stress test, un benchmark giusto per testare la roba che viaggia tra il metal, l’hardcore punk e vette garage è quello di spararsi prima l’album dei Dead Cross e sperare che quello che venga dopo non suoni ridicolo. A differenza di DB non sono un esperto di musica – almeno non quanto lui – e devo affidarmi a escamotage del genere. Insomma, The Easy Way suona bene anche dopo l’album dei Dead Cross.  La critica di Demented ha momenti del genere:

Ma che dite non lo facciamo un supergruppo? Ce n’è veramente bisogno, non trovate? E allora ecco qui i Buñuel, che già dal nome esprimono poca originalità e il classico ammiccamento ai ribelli da liceo pronti a seguire ovunque chi stuzzica il loro disagio.[…]Cosa vogliono dimostrare, a parte una banale prova di muscoli? Pestare sui tamburi, distorcere tutto e gridare nel microfono vuol dire essere automaticamente rock? Eh no. Quando si alza la voce, spesso, è perché non si ha nulla da dire.

Da quando in qua una prova di muscoli nella musica è diventato un problema? Soprattutto se fatta da gente che ha la storia sul groppone e sa cosa fa.  Ci sono Capovilla e Valente del Teatro degli Orrori,  Iriondo ex Afterhours e Robinson degli Oxbow. Lo dice anche Demented che la musica con le chitarre versa in uno stato blah (che poi non so nemmeno quanto sia vera sta cosa, se non affidarsi su certe notizie correlanti, tipo che ne so che la Gibson è in bancarotta).  Ma questo che cazzo c’entra?

Sarei curioso di vederli in live i Bunuel [suonano al Freakout l’8 Maggio, ma non c’ho soldi],oggi in Italia è difficile trovare una band che riesca a fare quel suono lì, e parlo di una band che vive fuori dal retroterra culturale dell’underground dei centri sociali, una band che vabbè, a me ricorda tantissimo quel blues dei Grinderman, fatto di distorsioni ridondanti e schiamazzi vocali, di cantilene suadenti in un mare nero.  Perché non possiamo accontentarci di un discreto prodotto del genere? Davvero dobbiamo essere ostaggio di ogni momento modaiolo? Non ho ben capito se a Demented non sia andato giù che a farla sta cosa siano stati dei tipi che non hanno 20 anni, ma se quelli di 20 oggi sono occupati tra indie-pop (it-pop), trap, elettronica, cercare di scoparsi le tipe che fanno cover su youtube e revival emocore e cazzi vari dei ’90 – tutto legittimo, sono il primo che non sputa sui più giovani, anzi – …. che cazzo di problema c’è se a farlo sono dei, che ne so, 48enni? Sono proprio loro che non devono dimostrare più nulla e che possono permettersi di suonare quello che un po’ che cazzo gli pare.

Tipo chissenefrega, fossero tutte così le banali prove di muscoli dei “vecchi”. Sempre meglio che ridursi a fare i giudici a X-Factor.

 

Nessuno Schema nella mia Vita – Kina (Ristampa)

Nell’anno del secondo governo Spadolini e del pentapartito, nell’anno di Tardelli e la storia dei Mondiali di Calcio, nell’anno 1982 nascono i Kina, uno dei gruppi più sottovalutati della musica italiana.  Dico sottovalutati ma forse è una parola sbagliata, la scena hardcore punk deve tanto ai Kina e chi ne fa parte lo dice ogni santo giorno. Dico però che, al di là del giro, i Kina a livello nazionalpopolare hanno sempre contato poco (decisamente meno, che ne so, dei CCCP).

Detto questo i Kina uno degli album più belli italiani degli anni 80 e dintorni l’hanno scritto davvero e si chiama Se ho vinto, se ho perso.

Oggi i Kina stanno diventando una roba di culto. Le ragioni del perché stia succedendo in un 201x dove le uniche scene musicali italiane sono quanto più distanti dal punk/hardcore, cioè quella trap e dell’indie, vanno trovate nelle nicchie di resistenza dei generi che oggi sono in sordina. Internet e le sue piattaforme sono diventate delle soluzioni potentissime, ricerca a costo 0 (sia di tempo che effettivamente economico) di anfratti musicali che fino a qualche anno fa potevano godersi solo quei fortunati quarantenni che avevano l’lp, le cassette o il cd.

Succede quindi che un appassionato di musica hardcore, un diciottenne diciamo alla ricerca del passato, finalmente riesca a scoprire in tutta autonomia pezzi di storia mai raccontata. Che poi mai raccontata cioè oh più o meno, vallo a dire a Gianpiero Capra che qualche anno fa ha scritto della propria storia, assieme a Stephania Giacobone, nella biografia Come macchine impazzite (edito da Agenzia X).

Nemmeno un anno fa ho chiacchierato via mail con Gianpiero, personaggio storico della scena torinese e direi pure nazionale, della sua vita quando era il bassista e una delle voci dei Kina. La potete leggere qui.

Ancora dico in giro, pensandolo davvero e mettendomi la mano sul cuore, che mi piacerebbe poter intervistare tutti i giorni persone così profonde e carismatiche come Gianpiero. Qualcuno potrebbe dirmi che è una questione di età e di saggezza, ma io la butto sull’esperienza di vita, convintissimo che Gianpiero, a 30 anni, non fosse così diverso da quelle mail.

Nessuno schema è grezzo, forse confuso. L’impressione è quella di ascoltare una roba  musicale che sta nascendo. Capito? Un piccolissimo bigbang di gente sudatissima e nervosa.  Dato l’anno però, un 1982 che non aveva visto ancora la nascita dei Negazione e dei Nerorgasmo – tanto per dirne due della scena piemontese – potremmo dire che Nessuno Schema, nella sua melma di linee di basso sparate a mille, nelle urla liberatorie e delle infinite distorsioni chitarristiche alla ricerca di assoli (ancora) rockettari, sia una delle fotografie della nascita di dieci anni di incredibile musica italiana.

Da quando esce quel demo i Kina salgono sul furgoncino e invadono la Germania.

Ci sono ancora due cose da dire sull’importanza dei Kina. Una è che sono l’archetipo della band della provincia, sono la poesia delle strade di periferia e il tuono dei temporali dell’adolescenza. Lo saranno sempre.

La seconda è che già con Nessuno schema succedono cose belle a livello di testi. Sergio Milani si è occupato della scrittura della title track che dice sta roba. Frasi come “Distruggiamo il senso del dovere/Solo allora potremo volare” potrebbero essere considerate una di quelle tagline da portarti appresso quando devi parlare di un movimento che, seppur in difficoltà, resiste ancora oggi.

Ah ecco, la cosa più utile da dirvi è del perché sia uscito sto articolo: la Spittle Records ha fatto la rimasterizzazione del disco, c’è un cd + lp con 30 minuti di musica che prima di oggi era abbastanza introvabile come cosa. Insomma, sta a voi voler investire bene qui.

 

La rana alla fine dei tempi: il culto dei meme e la musica delle sfere.

La vita a volte ricorda delle fragole mezze mangiate buttate in un angolo sudicio della periferia di Niigata.

 Only meme magick can bring back disco

Utente anonimo di 4chan

Era un gelido e buio tardo pomeriggio di novembre a Niigata, dove mi ero temporaneamente trasferito per svolgere uno studio statistico sulla passera locale. Il nuovo ordine mondiale degli illuminati di Soros non mi pagava moltissimo, quindi avevo ripiegato su uno stanzino nella catapecchia del signor Jiro, un disoccupato ultrasessantenne affetto da una grave dipendenza per il pachinko e la pornografia patinata. Come ogni sera, dopo una dura giornata di lavoro, mi stravaccai sul divanetto sfondato del sudicio salottino del signor Jiro e aprii una Kirin Green Label da 66, ruttando.

Siccome probabilmente non siete altro che dei miseri e fisiocratici nazionalisti agrari che a malapena grugnisono nel loro bestiale dialetto di vallata, passerò in automatico tutti i dialoghi in Google translate per evitare di umiliarvi, poveri stronzi.

Jiro: Ma a che ora ti conosce uno sconosciuto? C’è un’indagine di uscita americana per le elezioni presto! Per favore, goditi tranquillamente la distillazione del malto.

Washitsu: Penso che morirai lentamente in un buco di cobra come Indiana Jones, ma senza gas. In realtà può essere divertente, sediamoci e distilliamo il delizioso malto del grande paese dell’impero.

Gli presi una birra e mettemmo sulla Fox per vedere quanto sarebbe stato umiliato l’obeso col tupet arancione.

J: Aprono il candidato anale presidenziale e inseriscono nel retto l’intera dimensione dei pugni maschi di altezza media.

W: Sicuramente Trump Donaldis perde le elezioni, viene mangiato tra rabbia, due lupi e un dispensatore, e la sua famiglia viene espulsa in una grotta senza elettricità nella provincia del Québec.

Con una risataccia da sciovinisti antipatriottici tracannammo le nostre Kirin Green Label. Anche se non ce ne rendevamo conto, fu in quel preciso istante che iniziammo lentamente a scivolare in una spirale di orrore e nausea dalla quale non sono ancora sicuro di essere del tutto riemerso. Mentre gli inviati della Fox blateravano di stati in bilico e del voto degli uomini afroamericani, ci scolammo le birre e passammo a un Kiminoi a temperatura ambiente accompagnato da yakisoba in salsa BBQ. Il grado alcolico saliva, mentre constatavamo con soddisfazione che la Clinton macinava un buon numero di voti negli stati abitati da esseri umani.

J: Se Donna Clinton vince le elezioni, la vita sarà meravigliosa e si realizzerà. Il presidente sensuale e generoso fa scorrere il fiume e il miele di latte. Per favore, ammira l’imperatore del nostro grande paese. Dare anche patatine fritte con maionese.

Gli passai una vaschetta di patatine ricoperte di muffa bianca simile a maionese, e andai a frugare negli scaffali polverosi del cucinotto in cerca di whiskey e chuhai per farmi un Neri Special. Dietro a un pentolino pieno di riso fossile ricoperto di vermi essiccati trovai anche un sacchetto di cristalli di ketamina.

W: Sig. Jiro, voi siete dei gentiluomini studiosi.

Tornai sul divano sfondato col mio Neri Special e una banconota da centomila Yen. Sotto lo sguardo severo ma giusto di Yukichi Fukuzawa tracannai una generosa sorsata, poi lo arrotolai e aspirai con forza il sedativo, pronto ad esultare a pieni polmoni per la vittoria dell’angelo liberatore Clinton.

Ve la faccio breve perché tanto sappiamo tutti com’è andata a finire. Il fatto è che, a un certo punto dello spoglio dei voti della Louisiana, il signor Jiro ha emesso un rantolo più strozzato del solito e poi ha smesso di respirare. Se la keta me l’avesse permesso avrei forse provato pietà, e anche schifo per gli odori raccapriccianti che salivano dal suo corpo moribondo, ma invece decisi di prendere il portatile e aprire www.diochan.com/b, per vedere come gli anonimi italiani stavano prendendo la sconfitta del male e la vittoria della libertà, della ricchezza, e delle multinazionali israeliane NGO. Stordito dall’anestetico, venni investito dalle nostalgiche note della disco anni 80, trasmessa a ciclo continuo sull’image board. Il pezzo era Shadilay, dei P.E.P.E., e quella fatidica notte sarebbe diventato l’inno metafisico di una masnada di reietti sociali convinti che le loro ridicole ossessioni abbiano una qualche conseguenza nel mondo reale[1].

Aggrappato ai miei inaffidabili sensi come Leo al pezzo di legno, e circondato dal nero e gelido abisso della fine del mondo, nella mia devastata psiche si incisero a fuoco le note della canzuriella in loop infinito, mentre leggevo gli sfoghi più bassi e volgari di una generazione di NEET disoccupati, obesi, vergini e sgrammaticati. Ma più della sempre più certa vittoria di Trump, più della tronfia soddisfazione dei lumpenritardati della rete, più dei gorgoglii disumani che provenivano dalle budella marcescenti del signor Jiro, percorse di spasmi postmortem, quello che mi riempiva di terrore era che nelle innocue parole di Shadilay, le diaboliche creature di Internet vedessero un messaggio di profezia messianica.

Cerchiamo di trovare i capi di questo gomitolo di merda sciolta. Tutto è iniziato con la rana Pepe, personaggio di un fumetto naïve, innocua reaction face del 2008, che, come una rana in una pentola la cui temperatura aumenta in modo impercettibile ma costante, è stata finalmente cotta e mangiata da quel disomogeneo ammasso di persone molto confuse che si autodefinisce alt-right. E fin qui, direte voi, ordinaria amministrazione. Ma presto una slavina sincromistica di numerologia, egittologia rimasticata male, citazioni da World of Warcraft che solo persone con gravi turbe psichiche potrebbero capire, portò il trisomico popolo della rete ad affermare che anon aveva letteralmente memato Trump fino alla Casa Bianca. Facciamo come al solito un passo indietro da formica, uno in avanti da elefante e un passo laterale tipo Cochi e Renato in ‘E la vita l’è bela’ e immergiamoci nel mondo della magia memetica come Luke nelle fumanti budella del Tauntaun. In verità occultismo e imageboard hanno da sempre vissuto strettametne interconnessi, sin dai tempi di /x/, dei creepy thread, The Grifter, Russian Sleep Experiment, Slenderman (forse anche i giovinielli si ricorderanno di questo, che ancora va di moda), e di mille altre fantasie morbose, lanciate nel corridoio di internet come salami radioattivi. Di fatto, ai miei tempi, i thread più popolari su /x/ erano quelli sui tulpa, nei quali obesi depressi appassionati di cartoni cinesi praticavano asfissia autoerotica allo scopo di evocare la loro waifu sul piano materiale. Non giudichiamo, qui si studia il fenomeno scientificamente.

All’epoca c’era ancora un tenue collegamento tra l’occultismo classico e la sua versione minipony, ma i legami furono tranciati intorno al 2015 col baneposting e la conferma definitiva dell’efficacia della magia memetica trovata nel disastro del Germanwings 9525. Un precedente contestato è Ebolachan del 2014, la cui credibilità però scemò quando l’epidemia in Africa occidentale perse di virulenza l’anno successivo – non prima di aver scatenato le fantasie pagan di qualche bifolco del Massachussets e di altri randomici mentecatti. Tutti questi fenomeni hanno in comune il fondamento metafisico per cui è virtualmente possibile causare un evento tramite uso ripetuto e costante di meme, un nucleo culturale di significato propagato attraverso ripetizione creativa.

Ma hey, diranno i miei piccoli lettori, sulle pagine di questo elettronico diario si parla di musica! Ci stavo arrivando, si parlava di Shadilay. Come consueto, ecco un assaggio dei testi:

Assoluto cosmico, regolare realtà
Respiro di un immagine, sintonia di civiltà
Confusa progenia di cellule ribelli
Volo verso l’universo, l’attraverserò
Se sei stella, fatti vedere, io mi fermerò

Shadilay, shadilay, la mia libertà
Shadilay, shadilay, oh no…

[…]

Armonia metallica, concreta realtà
Videoclip elettronico, elogio di civiltà
Confusa progenia di cellule ribelli
Volo verso l’universo, l’attraverserò
Se sei stella fatti vedere, io mi fermerò

Iniziamo a capire perché il pezzo è piaciuto tanto ai mentecatti di 4chan e ai loro degni pari delle italiche sponde. Nella vaghezza incromprensibile delle parole in libertà si può leggere quel che si vuole! Facciamo un esperimento con quel che ci vedo io? ‘Confusa progenia di cellule ribelli’, per esempio, è cancro, termine che qualifica certamente molta della scena passata e recente delle IB. ‘Assoluto cosmico’/’Armonia metallica’ sono contrapposti a ‘regolare realtà’/’concreta realtà’ nelle due strofe sono un ennesimo richiamo alla metafisica della magia memetica, che precipita concetti dall’iperuranio (e ‘Videoclip elettronico’ sembra suggerire la natura informatica del regno delle idee) nell’altro grande universo parallelo dell’IRL.

Smascellando come Rain Man battei con insistenza il dito sullo schermo del portatile, mostrando al signor Jiro un remix vaporwave di Shadilay.

W: Hai visto ragazzi Jiro signor? Ricordi cos’è l’eone di Horus intorno a noi? David Tibet dice che il paese è in una grande crisi e che Kalki ha bruciato un cavallo bianco con quando controlla la spada per pulire la terra, il fuoco viene dalle sue stesse mani. Ecco alcuni prodotti alimentari!!!

In tutta risposta il signor Jiro emise un protratto gorgoglìo e la sua pancia si aprì a metà come in quel film ambientato al polo sud, ma invece dei tentacoli e degli spruzzi di senape uscirono due dozzine di vermetti verdi in fila indiana, beatboxando una qualche cover dubstep di Stand by Me. Il loro re (lo riconobbi dalla piccola coroncina di carta stagnola) mi strisciò lentamente su per il braccio, fino ad arrivare al mio orecchio, dove sussurrò dolcemente, come uno che parla a un ritardato:

Quarto d’Altino, la Conad accanto al Punto Snai, tra una settimana a mezzanotte”.

La vacanza a Niigata era finita, mi attendeva una nuova missione.

 

Washitsu
washitsu

 

 

 

 

[1] Definizione ufficiale di occultista a partire dal XVIII secolo circa.

WebSemantico#1 – TheGiornalisti – Questa nostra stupida canzone d’amore

Speriamo

 

Stamattina mi sono alzato un po’ meglio del solito. Probabilmente soffro di vagotonia ma dovrei ancora trovare un neurologo per farmela ufficialmente diagnosticare, per adesso sto divagando solamente con l’ipocondria.

Dicevo che oggi mi sono alzato un po’ meglio del solito, a me stanno simpatiche sia Pamplona che Riccione – un po’ per il lol, un po’ perché oggettivamente sono quelle canzoncine pop che funzionano quando è estate, il sole batte, e la serotonina pompa al livello giusto per farti dire che anche la merda è gaudiosa (forse è il melanoma al cervello, non so che dirvi, ma l’ho pensato) –  quindi mi sono detto “Ok, sentiamo l’ultima dei Thegiornalisti”. E niente, so solo che adesso c’ho voglia di invitare a casa Merzbow e fargli fare un live di 24 ore mentre gioco a Doom steso a letto, nudo, con un tizio della digos che mi stuzzica il glande con un taser.

Quello che mi stupisce di Tommaso Paradiso è il fatto che uno con la laurea in Filosofia sia in grado di NON superare mai l’asticella del compositore mediocre,  sembra il tipico tizio che ha fatto la scuola della vita, percorso scelto tra le sagre del cicatiello, ha discusso di politica con don mario ogni domenica, che magari con la scusa di comprarglieli alla nonna i tabloid di quelli con la fregna sarda velina che si abbraccia con l’aziendalista di successo di 60 anni ricolmo di grasso in copertina, foto scattata da qualche parte a Panarea o dove cazzo ne so insomma se li LEGGE di GUSTO pure lui

cioè capite, Tommaso Paradiso è uno che poi quando ha scoperto la figa il massimo che poteva farle in campo trobadorico era dedicarle “Una canzone d’amore”  o “Una canzone per te”, mica una cosa del genere capite

la cosa è che Tommaso Paradiso è un decimo a livello compositivo dei suoi eroi, vale un 10% scarso di un Vasco Rossi e che ne so, un 30% di Claudio Baglioni e forse un 20% di Luca Carboni ma quello che mi chiedo è PERCHE’ NON TI ACCATTI UN EDITOR, UN GHOST WRITER, PERCHE’ NON HAI UN GRUPPO WHATSAPP CON DEGLI AMICI VERI, DI QUELLI SINCERI, NEL QUALE POSTARE I TESTI DELLE CANZONI PRIMA PUBBLICARLE? CHE MAGARI TI DICONO NO DAI TOMMY FORSE SCRIVERE “SEI LA NAZIONALE DEL 2006” E’ UN PO’ TROPP

Nel caso mandaceli a noi i testi saremo sinceri.

 

“Se domani tu per caso sparissi
E io non sapessi più con chi parlare
Dopo tre gin, cosa dovrei fare?”

//Dopo tre gin il maschio medio (e superati i 30), per quanto innamorato, può fare tre cose, una di queste o tutte:

a) andare in bagno per una sciolta fulminante

b) cominciare a dire frasi nazionalsocialiste che Salvini spostati

c) arrapamento coatto, la prima che passa o ci si accontenta di tornare a casa e aprire pornhub in sessione notturna

“Hai capito chi sei
Sai che ho vinto il mondiale da quando ci sei
Sei la Nazionale
Del 2006
Ma dentro casa col vestito da sposa
Sei il finale migliore di tutti i film che possiamo guardare
Prima di andare a dormire”

//E d’altronde dopo i tre gin qualcosa di vagamente nazionalista spunta. Riferimento alla nazionale del 2006 + lei con vestito da sposa a casa.  Sì ragazzi lo ha fatto, ha paragonato una ragazza alla Nazionale di Lippi e del si va a Berlino, ma augurandosela col vestito da sposa in casa.  Sì ragazzi lo ha fatto, ha paragonato una ragazza alla Nazionale di Lippi e del si va a Berlino, ma augurandosela col vestito da sposa in casa. Sì ragazzi lo ha fatto, ha paragonato una ragazza alla Nazionale di Lippi e del si va a Berlino, ma augurandosela col vestito da sposa in casa. Sì ragazzi lo ha fatto, ha paragonato una ragazza alla Nazionale di Lippi e del si va a Berlino, ma augurandosela col vestito da sposa in casa. Sì ragazzi lo ha fatto, ha paragonato una ragazza alla Nazionale di Lippi e del si va a Berlino, ma augurandosela col vestito da sposa in casa.  p o r c a Sì ragazzi lo ha fatto, ha paragonato una ragazza alla Nazionale di Lippi e del si va a Berlino, ma augurandosela col vestito da sposa in casa. p u t t a n a Sì ragazzi lo ha fatto, ha paragonato una ragazza alla Nazionale di Lippi e del si va a Berlino, ma augurandosela col vestito da sposa in casa. e v a Sì ragazzi lo ha fatto, ha paragonato una ragazza alla Nazionale di Lippi e del si va a Berlino, ma augurandosela col vestito da sposa in casa. s i a m o Sì ragazzi lo ha fatto, ha paragonato una ragazza alla Nazionale di Lippi e del si va a Berlino, ma augurandosela col vestito da sposa in casa. s e r i  Sì ragazzi lo ha fatto, ha paragonato una ragazza alla Nazionale di Lippi e del si va a Berlino, ma augurandosela col vestito da sposa in casa. Sì ragazzi lo ha fatto, ha paragonato una ragazza alla Nazionale di Lippi e del si va a Berlino, ma augurandosela col vestito da sposa in casa.

Tu che parti per un viaggio
Io che annaffio le piante
Aspettando il tuo ritorno

//Ribaltamento di tematiche, il gin ha smesso di scorrere, il machismo malinconico si rilassa e lei può partire per un viaggio. Chissà, magari di lavoro addirittura,  lui aspetterà il ritorno annaffiando le piante. Certamente non aprendo che ne so, un romanzo di Paolo Nori, così tanto per imparare a scrivere e farci un favore a noi quattro stronzi

La Corea del Nord
Non potrà fermare tutto questo

PREMI QUEL CAZZO DI TASTO KIM, FACCI SALTARE DAI FALLO

 

dda

 

Sogno d’una notte di mezz’autunno – Sting, la Morte e il numero 23.

“Hegel a volte non significa niente, ma Goethe significa sempre qualcosa” – Robert Anton Wilson

We will not again see
God humbled on an ass
But see
See
On a white horse he comes
Blazing sword in burning hand
“Lo, I am become death
The destroyer of worlds”
Current 93, Hitler as Kalki, 1992.

Un tardo pomeriggio di Novembre ebbi la necessità improvvisa di scuotermi di dosso l’umidità del Brenta, che mi si era avvolta addosso come il lembo stracciato di un sacco nero dell’immondizia sul gonfio cadavere di un rospo lasciato a putrefare sull’argine. Era strisciata fin dentro il mio corpo sottile, sussurrando parole in semi-incomprensibile dialetto di Marghera, parole di torbida serenità, di evasione fiscale, di sbancamenti collinari semiabusivi, di baccalà mantecato alla diossina, di morchioso musetto intinto nel kren e poi biascicato da fauci umettate di prosecco. Bituminosa.

Mi sembrava di essere rimasto incurvato davanti alla malaticcia luce del portatile nello stanzino semibuio per ere geologiche. Muschio e ragnatele si sbriciolavano tra le mie giunture mentre flettevo i muscoli ridotti a sottili filamenti, elastici briciolosi. Mossi dei passi incerti, mentre macchie nere sfarfallavano nel mio campo visivo. Una fugace visione di alberi, vento e pioggerellina mi condusse lungo il corridoio dell’ingresso. Le mie mani prive di sensibilità trovarono il chiavistello e con un ultimo ignominioso sforzo barcollai in giardino, appoggiandomi pesantemente al muro scrostato. Ero fuori dal dentro.

Nel posacenere era rimasto un mozzicone miracolosamente non toccato dalla pioggia, grigia e malsana. Tirai una boccata nevrotica mentre ancora le nebbie del Brenta mi attanagliavano nell’apatia, registrando a mala pena l’intossicante e denso puzzo di resina d’erba ganja che quel mozzicone di sigaretta stranamente emanava quando dato alle fiamme. Poi scossi la testa ed improvvisamente fui libero dalla maledizione del mesto rigagnolo di perbenismo borghese. Cioè il Brenta.

Un soffio di vento rivelò il ghigno marangone della luna, come una segretaria frustrata che ha subodorato possibilità di copula. Istintivamente distolsi lo sguardo per cercare il grande Orione, una magistrale e imbambolata bozza di Peroni da 66 che flottava nella posizione Wikipedia sicuramente descrive con dovizia di particolari. Dalla coda dell’occhio, l’intensa luce di Sirio mi trasse a sé. Rimasi a fissare la stella binaria, cercando di non pensare alle stronzate di quella faccia di merda di Robert Temple, che vergogna smerdare con la pseudoscienza da complottari quella meravigliosa etnografia di Griaule, ma che cazzo ne capite voi coglioni della grandezza di Griaule e Mauss, non sapete nemmeno che cazzo sia l’antropologia culturale.  L’antropologia, porcaccio di quel Dio. Fate pure fatica a pronunciarne il nome, andatevene a fare in culo. Mentre ero immerso in questi pensieri rilassanti, ecco che da dietro Sirio sbuca e mi fa l’occhietto il mio amico Vauro Senesi.

“Vauro…” gli feci un cenno nervoso, nascondendo istintivamente il mozzicone dietro la schiena “Non ci vediamo dal tempo delle guerre psichiche di Caltanissetta. Come sei sopravvissuto a quel trio di telepati mercenari del Mossad?”

“Deh ‘un me ne fà parlà bellino, che sinnò qua si fa notte.”

“Ah. Volevi qualcosa allora?”

“Vabbè dai allora te lo diho, deh, è andata a finì che l’ho pagati di tasca mia, deh. I tìchette di partecipazzione a Ott’Emmezzo a quarchiccosa mi sò serviti.”

Risolino catarroso di Vauro.

“No dai davvero, se non c’è niente vado che devo pure finire sta cazzo di recensione…”

“La recenzione deh, è di quella ‘he ti dovevo parlà! Mi sò visto un po’ co’ Lilli e Chicco e m’hanno detto che t‘un la poi fà la recenzione sui Bìtorse deh, de’ Bìtorse ‘un gliene frega ‘n cazzo a nessuno. Deh. Bada che hanno detto proprio ‘N cazzo a nessuno. Lilli e Chicco, mica ‘r mì zio. Tu’ha’ffalla su un gruppo morto più famoso.”

“Tipo?”

“Deh, ‘he te lo dico a fà, i Polisse, deh”.

Per farla proprio breve, la storia è che praticamente Sting se ne esce nell’83 con questo pezzo, in questo album. Ora, non dico che ci si sono buttati sopra a corpo morto, ma diciamo che non era solo un po’ vagamente allusivo, ecco. Procediamo con ordine: la sincronicità alla quale si riferisce il titolo dell’album è un concetto che fu caro a Jung, reso popolare da Robert Anton Wilson, papa discordiano, romanziere, saggista, drammaturgo e droghello. Secondo questo tizio, tutto ha inizio con un altro droghello, Burroughs (ricordate la mia ultima recensione? Bravi) che, intorno al ’60, iniziò a collezionare in modo compulsivo dei 23, che trovava dietro ogni angolo a marchiare eventi significativi. E sì, ci hanno fatto anche un film, ma senza capire un cazzo della cosa. Qualche esempio:

  • Hitler fu iniziato alla società del Vril nel 1923
  • La geometria euclidea ha 23 assiomi
  • La ventitreesima lettera dell’alfabeto albionico è W: William Burroughs, Heathcote Williams (editore di The Fanatic, che conobbe Burroughs per la prima volta a 23 anni, mentre viveva al civico 23), Wolfgang Pauli che collaborò alla teoria Junghiana della sincronicità, etc.
  • Il 23 Luglio cade l’inizio di un antico cerimoniale egizio dedicato a Sirio

Secondo Jung, che pone la cosa in modo un po’ più elegante, la sincronicità è quel fenomeno di connessione che non risponde alle leggi di causa-effetto, ma ricorda più una precipitazione sincronica (da qui il nome) di eventi nel tempo e nello spazio. Mi direte, è una paroletta, cazzo c’entra coi Police. Probabilmente niente, se non fosse che Sting e Burroughs se la intendevano abbastanza. Probabilmente niente, se vogliamo glissare sugli ovvi riferimenti crowleiani alla Boleskine House e al lago di Loch Ness nel pezzo Synchronicity II dallo stesso album. O anche solo al fatto che Sting si è autodichiarato un thelemita sul numero di gennaio 1984 di Penthouse (01/1984=1+1+9+8+4, lo sapete già quanto fa), altra rivista su cui a lungo pubblicò Burroughs. O che il titolo dell’album è stato esplicitamente tratto dal Roots of Coincidence di Koestler, un manualetto del ’72 su parapsicologia, chiaroveggenza e psicocinesi.

Quindi abbiamo un album fortemente influenzato da Jung, Burroughs, e dall’occultismo thelemico, all’interno del quale guarda caso c’è un pezzo apparentemente dedicato all’adulterio, ma con sostenuti sottotoni di alchimia e cartomanzia. Procediamo: sempre Sting ha commentato in un libro di suoi testi che Wrapped Around Your Finger è ‘dedicato a una sua amica, psichica di professione e insegnante di tarocchi’. Fast forward: nel 1994 una certa Rosetta Woolf realizza una serie di tarocchi chiamati Aleph Tarot, 22 arcani maggiori illustrati ad acquarello ‘reminiscenti dell’immaginario di Thoth, dedicati al mito di Lilith’ . Rosetta Woolf è anche autrice di un booklet coi testi di Message in a Bottle nell’81. L’affare s’ingrossa, e non è finita qui. Spulciamo i testi di WAYF:

You consider me the young apprentice
Caught between the Scylla and Charibdes
Hypnotized by you if I should linger
Staring at the ring around your finger

I have only come here seeking knowledge
Things they would not teach me of in college
I can see the destiny you sold turned into a shining band of gold

[…]

Mephistopheles is not your name
I know what you’re up to just the same

Ora, Sting ha una certa morbosa attrazione per Goethe. Vediamo un attimo cosa ci dice il buon vecchio Faust circa Mefistofele, Lilith e l’apprendista stregone:

Faust:
Lilith? Who is that?
Mephistopheles:
Adam’s wife, his first. Beware of her.
Her beauty’s one boast is her dangerous hair.
When Lilith winds it tight around young men
She doesn’t soon let go of them again.

Mettiamo insieme i pezzi: abbiamo Sting e la sua passione per le menate esoteriche e la cara Rosetta, già presumibilmente sposata con l’artista Hennie Boshoff, che nel giro di una decina d’anni avrebbe sfornato la sua serie di tarocchi (per chi si fosse sintonizzato solo ora, lo studio e la realizzazione del proprio set di arcani è parte dell’iniziazione alla Golden Dawn), fantasie di adulterio, l’evocazione di Babalon (al costo di essere ripetitivo, ricordate la mia ultima recensione?) sotto i buoni auspici dello zio Al.

In cima a questo cumulo di coincidenze sincronicità, c’è ovviamente la Morte, e non sto facendo filosofia spicciola: Sting ha dichiarato che il XIII è il suo arcano preferito. Nell’interpretazione tradizionale, la Morte rappresenta un processo di trasformazione per divisione – una sorta di decomposizione se vi pare. Ecco, Synchronicity segna contemporaneamente l’apice del successo dei Police (70,000 anime allo Shea Stadium, 3 grammy nell’84, 17 settimane in classifica per il disco, non esattamente noccioline) e la fine dei giochi per Sting e Andy Summers, col primo che l’anno dopo pubblica il suo progetto solista The Dream of the Blue Turtles (‘Devil and the deep blue sea behind me’).

Insomma, come dire, tanta roba. Una ventata gelida mi ridesta, mentre Vauro sputazza disgustato catarro in direzione di Rigel.

“Epporchiddìo, deh, tu lo vedi che ‘un sai scrivè, Maremma majala, pagherei a sapé chi cazzo le legge ‘sti trojai di recenzioni, il ventritré der budello della Madonna ladra ‘nfame e d’Iddio bestia huadrupede, ma quando tu te lo trovi un lavoro normale, o brodo, io te le farei ‘ngoià ‘ste bischerate deh, Madonna troja e Cristaccio majale!”

Era caduto nella mia trappola. Segnai nell’aria gelida l’intricato sigillo di Buer, esclamando:

“Vauro non sei stato attento. Le bestemmie sono come le rose, devi sempre dirle dispari, e tu ne hai dette solo sei.”

Dissolto l’incantesimo, Vauro ebbe appena il tempo di emettere un rassegnato “Deh”, prima di venire violentemente espulso dallo spaziotempo. Rientrai in casa e alzai il riscaldamento.

Washitsu
washitsu

 

 

 

 

PS: Nell’alfabeto ebraico, al numero 20 troviamo Kaf, e al 3 Gimel: K-G. Robert Temple come secondi nomi faceva Kyle Grenville, Kenneth Grant (nato il 23 maggio) fu stretto collaboratore e secretario dello zio Al, e Kallisti Gold è l’erba preferita del protagonista di Illuminatus! Di Robert Anton Wilson.

Musica brutta quindi bella: JPEGMAFIA

Una metafora dell’industria culturale oggi.

Lo zeitgeist degli ultimi due anni si può sintetizzare  così: 1) Ghali nelle orecchie di Saviano  2) Sfera Ebbasta nelle orecchie del mio coinquilino che ha ascoltato Merzbow per circa tre quarti della sua adolescenza. Tutta questa storia della trap ha smesso di essere divertente da un po’: all’inizio era un feticcio snob e intellettualistico da sventolare nelle conversazioni serie per alzare il livello dei layers, e quindi invalidare il discorso. Adesso che la trap ha soppiantato Laura Pausini nell’immaginario collettivo occorre ritornare ad ascoltare i lamenti di un maiale sgozzato.

Da buoni vecchi maschi medi occidentali ci siamo presi bene per i Death Grips quel tanto che bastava per demandare a un gruppo cool la nostra voglia di trasgressione. Ora però, a riguardare le foto su Instagram di qualche anno, la verità appare in tutta la sua misera crudeltà: eravamo ragazzi bianchicci e magrolini che indossavano magliette nere di MC Ride e inneggiavano a una rabbia buona al massimo per seccare il proprio opponent a Call of Duty.

Per emozionarci ascoltiamo ancora, nel buio della nostra cameretta, una ballad di Yung Lean, un pezzo sanremese di Bladee,  un anthem di Ecco2K, o qualcosa di disturbante di Uli K. Oppure Sickside della DPG, che per inciso è la cosa italiana più  vicina ai prodotti della Drain Gang (Sto fumando gelato/Ho il collo congelato/Ho il cuore congelato/Il cuore mi si è spezzato). Ma sono piaceri privati, da tenere in serbo per quelle notti in cui facciamo scroll sulla bacheca di Canini&Gattini

Ultimamente ci siamo presi bene per i Brockhampton: una sorta di Wolf gang del noise rap i cui membri – chiusi nella loro comune texana – sfornano singoli e video a getto con un’estetica low profile riconoscibile quanto accattivante. Ma a volte vorremmo qualcosa di più duro.

JPEGMAFIA viene da Baltimora, e questo già gli fa guadagnare street creed, perché ci ricordiamo delle giornate passate a tifare Omar Little, il Clint Eastwood dei nostri tempi. La sua musica è un miscuglio di frammenti noise, flow strascicato e liriche contro l’alt-right (!), a metà fra i sermoni da crackomane di MC Ride e l’estetica furbetta dei Brockhampton. Insomma è un tizio molto arty che fa della musica estrosa, una mazzata sui denti con il cattivo gusto dell’arte post-internet (qualsiasi cosa significhi). E con una vena politica, quasi anti-nichilista, che manca a gente come i SuicideBoys

Io ascolto Veteran da una settimana. È un buon antidoto al passare i pomeriggi su WordStarHipHop fra video di trapper intercambiabili fra loro e tizi dalla muscolatura ipertrofica e i tatuaggi che avremmo messo al nostro avatar di GTA.

g.bit