Un manualetto per Ghosteen

Ghosteen arriva all’improvviso, a causa della nuova forma di comunicazione di Nick Cave: informale, figlia del suo blog face-to-face coi fan, il The Red Right Hand Files: un tizio a fine Settembre gli scrive “Ciao Nick, quando dovremo aspettarci il nuovo album?”. Lui gli risponde con un “Caro Joe, uscirà la settimana prossima.” E dopo una breve presentazione, titoli delle canzoni e un paio di note sulla struttura, chiude la risposta con il suo solito, serafico, “Love, Nick”. 

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Ai tempi dell’uscita di Skeleton Tree c’è stato una sorta di fraintendimento tra le sonorità e i temi dell’album e le cause che lo portarono ad essere un lavoro così cupo e drammatico: uscì quasi un anno dopo la morte del giovane Arthur, suo figlio. Parlo di equivoco perché per qualche giorno si pensò che il mood fantasmagorico fosse la reazione artistica al dolore di un padre. Ma in realtà, e lo disse subito il leader dei Bad Seeds, le canzoni vennero scritte prima della tragedia. Skeleton Tree, e vado direttamente a parafrasare la recensione di Alex Petridis che ne fece sul The Guardian, combinava  la buona vecchia apocalisse biblica con elementi di mondanità: il crollo della spiritualità moderna e raptus omicidi, in mezzo ad immaginari della hollywood boulevard lynchiana e là Sofia Coppola erano già presenti nei versi d Higgs Boson Blues (terz’ultimo album Push The Sky Away), con le immagini di Hannah Montana sdraiata su un materassino nel Tolouka Lake mentre la città viene avvolta da misteriose fiamme luciferine. 

E quindi, era prevedibile: Ghosteen non ha nulla del Nick Cave rock e punk (per quello dovremo attendere il ritorno dei Grinderman probabilmente) ma è una prosecuzione naturale del percorso cominciato con Push The Sky Away e normalizzato in Skeleton Tree. Spinning Song introduce l’album con una sorta di piano-sequenza immaginifico che ad occhi chiusi fa venire in mente un lento viaggio astrale che lentamente fa direzione verso il pianeta Terra, la cinepresa sorvola i tetti dei locali di Las Vegas, la città del mito di Elvis, classico archetipo narrativo di Cave. Qualcuno ascolta The King cantare alla radio di una cucina e nel mentre si fondono immagini di un mito basato sull’atto della nascita di un albero e di un nido il cui volatile segue il canto del vento col movimento delle sue piume.

Bright Horses è il pezzo che ha la tipica introduzione al piano che è difficile da dimenticare: la progressione di accordi iniziali accompagna un’immagine tra l’apocalittico e il paradisiaco: un cavallo dalla criniera fiammante attraversa la città, gli uomini si rifugiano nelle case, due amanti si tengono per mano e l’io narrante attende il figlio (o un amante, sinceramente mi è difficilmente dedurlo) tornare con il treno suburbano dell’alba.

Con Bright Horses siamo dalle parti del capolavoro, a livello di narrazione e musica: di diritto spetta di entrare tra le ballate più belle del decennio,  al fianco di roba come Dope di Lady Gaga.

Waiting For You comincia con la frase “All through the night we drove and the wind caught her hair / And we parked on the beach in the cool evening air”. Se mi fossi fermato qui, mi sarebbe venuto in mente Bruce Springsteen, che sull’epica dell’amore notturno, di automobili e fare l’amore mentre la provincia uccide, ha segnato la strada tanto tempo fa, ma in realtà questa canzone sfocia in un immaginario religioso evidente, seppur, anche qui, apocalittico: un prete fugge da una cappella nella quale è in atto un evento soprannaturale, i calendari si girano su sé stessi come maschere impossessate, mentre un “Jesus freak” vaga per le strade e annuncia il suo ritorno.

La foto che Cave ha caricato il giorno dell’annuncio del nuovo album, che lo ritrae solamente con Ellis, in un momento di pausa in tuta adidas, fa intuire sempre di più l’inevitabile dominio compositivo rispetto ai restanti Bad Seeds

Da qui la figura di Cristo entra con prepotenza nell’album: “There’s a picture of Jesus lying in his mother’s arms” canta all’inizio di Night Raid, ed entra anche in scena la bellezza della moglie Suzie, descritta come uno sfuggevole fiocco di neve, magrissima e bianca come un wafer.

E così c’è la figura messianica anche in Sun Forest, in grado di illuminare la notte con le sue parole di abbandono, mentre una spirale di bambini sale verso il cielo e la foresta è costellata di albero rosso fuoco e cavalli indomabili.

Il disco è diviso in due parti,  nel suo solito dire le cose in modo un po’ criptico Nick Cave scrive che la prima parte delle canzoni “sono i figli”, e la seconda parte del disco “sono i genitori”. Leviathan chiude la prima parte dell’album, ed è la prima volta che percepiamo una presenza importante della sezione ritmica di Thomas Wydler, ad oggi, il più vecchio componente dei Bad Seeds (oltre al suo fondatore, ovviamente).

E a proposito di strumenti, l’intero album è dominato dai sintetizzatori, dal flauto, i loop di Warren Ellis, relegando le poche parti di chitarra a George Vjestica.

Se proprio si vuole fare una critica negativa all’album, è la stessa che si potrebbe fare a Skeleton Tree: nella composizione dominano, almeno a livello percettivo, Cave-Ellis, mentre il resto della band in fase di studio pare ormai lavorare in sordina. 

I Bad Seeds stanno dietro, quasi come un ordine angelico, a fare da coro, letteralmente. Da questo punto di vista, Ghosteen mi ha ricordato il rapporto tra Brian Wilson e 

 Beach Boys dei tempi di Pet Sounds e Smile (uh, al netto di tutti gli aneddoti sui modi pazzi e anomali che derivavano dal genio/pazzia di Wilson e impattavano sulla produzione). La title track Ghosteen racconta finalmente del suo elemento cardine, ghosteen appunto, musa o immagine fantasmagorica del figlio Arthur (forse entrambe le cose), forza propulsiva di vita e morte, che gira su sé e danza sulle mani timorose di Nick Cave; nel mentre, un uomo bagnato dalla luce lunare, una valigia stretta ad una mano, attraversa la strada con il cuore a pezzi, una famiglia di orsi guarda la televisione; ma è sempre più difficile capire i giochi allegorici e chi li ha scritti.

Di Fireflies conoscevamo già il testo, Cave lo aveva pubblicato su suo Blog, The Red Hand Files mesi fa. La canzone è figlia del cambiamento e dell’atteggiamento dell’autore nei confronti della scrittura: per sue stesse parole, ha cercato di riscoprire il senso della meraviglia, dello stupore nei confronti della vita, nonostante il dramma della morte. È difficile tornare a scrivere cose meravigliose, quando si vaga, come astronauti addormentati nella propria tuta spaziale, ai confini dello spazio conosciuto. Il segreto, dice Cave, è quello di scrivere superando il trauma, ma senza volgere la spalle alla morte del figlio: il mondo, scrive su The Red Hand Files, è tornato a colorarsi di cose meravigliose.  Fireflies ha forse uno dei testi più potenti dell’album: Gesù è un fotone che viaggia nell’universo freddo a velocità inerziale, la famiglia di Cave si addentra nella notte di una foresta, il cielo è una via di fuga fatta di strade infinite, siamo lucciole, siamo un bambino intrappolato in un barattolo, i vivi e i morti stanno dove devono essere, ma esistono, non vi è fine.

Hollywood, che chiude l’album, è un lamento angosciante e perdonate l’ossimoro, accogliente e rilassante. I sintetizzatori, come in un tappeto progressive in stile Phaedra dei Tangerine Dream, accompagnano il basso incisivo e apocalittico al quale siamo abituati dai tempi di From Here To Eternity, ovvero dall’inizio dell’avventura dei Bad Seeds. Anche qui, allegorie mostruose e bibliche, si fondono con la mondanità del mito americano: un incendio invade la notte, appare un bambino dal volto di pipistrello, il protagonsita sfreccia sulla Pacific Coast, qualcuno si lamenta come un fantasma, mentre affondiamo tra le nostre ferite e viviamo sulle ville di Malibu, aspettiamo la fine annunciata dal sopraggiungere degli animali marini che sorgono dal mare e invadono le spiagge. La spiritualità si richiama al buddismo e viene citata la leggenda di Kisa Kotami: una donna ebbe un figlio, il quale morì ancora fanciullo. Un anziano signore, dispiaciuto dal dolore della perdita che la madre sta provando, consiglia alla donna di chiedere aiuto al Buddha. Il Buddha dice alla donna di girovagare il mondo alla ricerca di semi di mostarda che appartenessero a una famiglia che non ha ricevuto lutti, essi serviranno a far resuscitare il figlio. Kisa bussa alle porte di ogni casa, ma scopre che quei semi sono introvabili: tutte le famiglie hanno vissuto almeno un lutto. Il momento della comprensione dell’inevitabilità della morte è quindi quello dell’accettazione del passaggio del figlio. Brucerà il suo corpo, tornerà dal Buddha e riceverà il primo stato dell’illuminazione. Nick Cave chiude l’album con il ritornello che tutti potevano aspettarsi dal suo primo, vero, e forse unico (in quanto conclusivo di una trilogia apertasi con Push The Sky Away), album dedicato alla sua tragedia, “Tutti quanti perdono qualcuno, la strada per la pace dell’anima è lunga da percorrere, attendo il momento in cui verrà il mio tempo”.

Ho ascoltato l’album, per la prima volta, in una situazione un po’ strana: febbricitante ero buttato sul letto di una stanza d’albergo, circondato dalla tipica malinconia spettrale che attraversa tutti gli hotel di sera. La televisione, accesa, sintonizzata su Discovery Channel, mostrava le peripezie di un veterinario del Michigan, lo stato americano a forma di mano. Ma ecco, poi l’ho riascoltato più volte in situazioni meno angoscianti e dico che è un album che migliora ad ogni ascolto.

Ghosteen è fuori dal tempo, difficile da vendere, difficile da far piacere ad un ascolto isolato e disattento; e richiede l’attenzione che potrebbe richiedere quella di un amico che vuole confidare, seduto di fronte al tuo letto, l’intera visione dell’universo. Quell’amico è Nick Cave, quindi potremmo approfittarne e stare ad ascoltare, perché prima o poi toccherà anche a noi.

DDA

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