Non compie gli anni: The New Age Steppers (1981)

Nell’anno di Sandinista! (era uscito tardi in dicembre), Adrian Sherwood ha vent’anni a Londra, la sua nuova creatura On-U Sound, tanti amici che suonano, un’idea chiara del futuro.
È una particolare declinazione del no future, perché implica militanza: il futuro c’è, è questo. 

I New Age Steppers sono un collettivo di amici punk che si divertono a suonare musica giamaicana. Tra loro, gente delle Slits e del Pop Group (si capisce allora quanto poco c’entri il nichilismo).
Sherwood è il ragazzo che organizza e orchestra le jam, le rielabora e le astrae; ne isola le componenti e una per una le interroga, le piega al suo volere a mezzo mixer. Le riassembla macchiandole di sue suggestioni.
Sentiamo il piacere masochista dell’essere conquistati, quello sadico del dissezionare il conquistatore.
Ne ricava un concetto di dub che come una biglia tira nel solco di un futuro che ha appena incominciato a tracciare: che continuerà a tracciare per quarant’anni, e per chissà quanti ancora.
È un fatto di carisma, perizia tecnica, gusto.
È la risposta più ovvia, e la più vicina alla verità, a cosa possiamo dare noi bianchi a questa musica? Un aggiornato scontento, un nuovo senso di rudimentalità, ma con lo smalto alla moda per le feste del nuovo decennio. In pratica, solo rogne.

La convivenza del talento da soprano di Ari Up, che nelle mani di Sherwood diventa una sirena e un violino, e dell’anticapitalismo visionario di Mark Stewart (in proposito si legga qui un bello scritto di Mark Fisher), polarizzati da bassi fermi in primo piano e eco di passaggio sullo sfondo, è culmine e giro di boa del punk inglese sul principio degli ’80.
Il punto di fuga, in senso prospettico e nel senso dell’escapismo, del riposo del guerrigliero urbano, del punk che scappa dal mestiere di fare punk e dalla canonizzazione, ma non dalle sue responsabilità; e nel dopolavoro continua a ragionare, a stare nel mondo.

[pmc]