Sophie – Oil Of Every Pearl’s Un-Insides

Media Statale Enrico Costa. Nelle risse che scaturivano incontrollabili a doppia cadenza oraria, *Antonio* godeva di inviolabilità totale per  suo carisma e credito da strada (cognome, amici fuori, penne, booster, coltellini, pakistano, taccheggi, padronanza del dialetto). Questo, nonostante fosse il ragazzino più nano, gracile, faccia da topo dell’istituto e forse nella storia dell’istituto: figuratevi la temibilità.
Chiaro, non ci interessa l’epica da scuola di quartiere popolare in città di provincia, né la demistificazione pseudoantropologica della guapperia in  stile R. Saviano è il nostro ambito.
Fatto sta che un giorno a lezione di musica Antonio dichiarò al maestro e a tutti noi presenti, fuori contesto e all’improvviso come quando si ha un’urgenza troppo forte, di sentirsi bravo quando cantava sotto la doccia. Neanche a distanza di un decennio e più riesco a capire se fu per provocazione, o se perché avesse davvero bisogno di un riscontro, che decise quindi di esibirsi nella sua versione della più amata canzone popolare cittadina.
Assistemmo alla probabile peggior Mirinzana mai osata (e anche in questo momento nel mondo, ma più probabilmente nella Town, qualcuno starà storpiando una Mirinzana); stonata da una voce ancora bianca che si sforzava in ogni modo di non sembrarlo, perciò imitando il testosteronico gutturale dei cori da stadio. Era come sentire Calimero cantare Ligabue in un idioma oscuro, senza toccare una nota giusta che fosse una. La eseguì, nel silenzio generale, dall’inizio alla fine; teneva il tempo battendo le mani e si guardava intorno di tanto in tanto come per invitarci ad accompagnarlo, ma nessuno raccolse.

Ripasso un attimo il mic a R. Saviano.
Perché in Italia operano ancora le mafie, e tutto sommato indisturbate: la forza e la spontaneità con cui tutti noi ancora in brufoli, senza dichiarato accordo, soffocammo le risate e riuscimmo a non parlare mai più di quel fatto.

Chiosò il maestro, uomo baffuto solitamente distaccato dalle cose del mondo, qualcosa come: «nei nostri bagni c’è spesso un effetto sonoro che si chiama riverbero, e questo effetto rende la nostra voce più piacevole. Considera anche che la nostra voce non suona mai agli altri come suona a noi stessi. Però bravo, se ti diverti a cantare sotto la doccia è una buona cosa, continua a farlo». Esiste un saggio che spiega come l’accondiscendenza sia a prova di idiota, di bambino, di chiunque: tutti la percepiscono, con dolore, con fastidio, a seconda di.
Antonio, si era levato dal banco, risedette. Avanti con la lezione, ristabilito il cicaleccio di classe, poi la rissa al cambio dell’ora, e a quello dopo, e a quello dopo. Le prime diffide ancora di là da venire. 

Anche se domani dovessi scoprire che Antonio ci ha comunque creduto, è ormai noto ai più con un nome tipo My Sharona o Donatella Maserati, ha trovato un’alternativa artsy al piccolo spaccio, moglie e figli, marchette di basso bordo, violenza domestica e a tutto quello che gli sarebbe sicuramente venuto di peggio dalla vita, penserei che questo disco di Sophie è una mondezza. Ho smesso di bermi le televendite in forma di storytelling da sempre. Se il venditore è anche il prodotto, non mi fa differenza.

Sarà toccante per qualcuno la struggle di una persona che non si riconosce nel proprio timbro e nella propria naturale estensione vocale. Per me sarebbe toccante quanto sapere che Mario Giordano è sotto sotto un grande fan di Tom Waits e ogni giorno sotto la doccia ha un piccolo break down perché a cantare 16 Shells From A 30.6 proprio non ce la fa, riverbero e tutto: non ho simpatia per il personaggio, non mi interessa niente, neanch’io ci riesco, mi farebbe molto ridere sentirlo fallire.
Se l’identità sessuale fosse coinvolta, sarebbe interessante uguale. Ascolto Ramona Andra Xavier nelle sue varie forme da quando Sophie arrancava a tagliare le tracce con Audacity, e per quanto mi riguarda avrebbe potuto essere un androide o un lamantino.
L’elogio della tecnica come possibilità di valicare i limiti imposti dalla genetica, ovvero il senso del pitch all’elio sulla voce di Sophie, vale meno di un falsetto e quanto qualsiasi voce interamente passata al vocoder del trapper di turno. Gli Air hanno cantato così tutto Talkie Walkie. Nel 2004.

Il passo indietro alla vera voce di Sophie, sorta di coming out, il singolo/ouverture It’s Ok To Cry, ha esiti grotteschi: vocoder comunque a manate in stile Cher da balera, continua chiamata all’emozione, mancato asmr, non si balla, si ha la netta sensazione di storytelling ai fini della commercializzazione prodotto e auto-proclamazione a icona. Ma che lo status di icona conferito per il merito di aver cambiato sesso sia un passo nel senso della reazione, è un fatto abbastanza consolidato: come ammantare di sensazionale qualcosa che si auspica sia presto normalizzato.
Merito musicale non pervenuto, se non per la spudoratezza nell’operare un sistematico latrocinio che quasi non lasci spazio a una voce personale, una procedura riconoscibile e ascrivibile esclusivamente al progetto Sophie. Si ballerà su una sfilza di furti da producer e progetti vari, più o meno underground (butta lì addirittura un pezzo ambient à la Grouper e lo chiama Pretending), per un disco che cerca nel complesso di suonare kitsch e gay in un’accozzaglia di materiali incoerenti incollati a sputazzo, riuscendo poi soltanto a suscitare una riflessione sulla fluidità gender dell’appropriazione culturale come operazione commerciale: gioco da veri uomini duri o finalmente sdoganata?

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