Vilma – Non vedo niente

L’album della mattinata, quello che ogni giorno mi serve per superare il velo di apatia e depressione della sacrosanta mattina estiva fatta di click sul mouse del computer e sguardi persi, sarebbe dovuto essere In on the kill taker dei Fugazi.

Ma è anche vero che questo blog (già mezzo morto) nasceva con l’arduo compito di parlare di chi in Italia suona e urla con tutta l’anima che c’ha in corpo ma che per sfiga astrale non ha il successo che si merita. Ho quindi fermato Picciotto e compagnia con l’n-esimo click sul mouse del player di youtube per aprire il bandcamp dei Vilma.

I Vilma sono dei ragazzi di Sassari, suonano qualcosa che sta tra l’emo e lo screamo, e non penso di avere molta voglia di presentarli, cosa che d’altronde ho già fatto QUI LEGGIMI.

Penso di averli visti suonare tre volte, l’ultima qualche giorno fa all’interno del festival – tenutosi nella selvaggia e ventosa cala di Porto Ferro- di Oh Dear Records , etichetta che li produce

Scrivo questa recensione per invogliarvi ad imparare a memoria qualche canzone della band. del perché ve lo dico fra poco

Non vedo Niente è uscito qualche mese fa ed è il quarto pilastro dello stile musicale dei quattro.  Dopo Vilma, Primo e Miyagi, questo album conferma l’aspetto strutturale della band: se la batteria di Tommaso e il basso di Simone danno sempre l’impressione di costruire muri di geometrie rassicuranti, ritmicamente incalzanti, pareti che si toccano e formano un vero e proprio cubo musicale, area nella quale l’aria è assorbita dalla chitarra di Ovidio, elemento di spicco della band. Le sue trame sonore sono il punto di congiunzione di vent’anni di sonorità alternative. Echi e dissonanze, rumori da spazio profondo che ricordano un attimo i MBV e un secondo dopo i 65daysofstatic. La sezione ritmica è rocciosa, quella chitarristica un fiume in piena di anarchia compositiva. Ovidio trova la strada del riff perfetto senza leggere le mappe rassicuranti e sicure della teoria musicale, preferendo alla staticità delle regole compositive i propri istinti quotidiani.

Detto questo, lo stato emotivo è stretto nei pugni del cantante e compositore, Olmo, che con la voce e i testi porta il gruppo nella terra del qualcosa-core all’italiana.  I testi dei Vilma parlano di cose private, di storie d’amore poco appassionanti, di amici che spariscono, dei dolori e dei guai che succedono e che – sarà colpa dei luoghi – non si staccano, e rimangono appiccicati come maledizioni. Non c’è politica o società nei testi dei Vilma, gli abitanti delle sue storie sembrano fantasmi di una provincia abitata da eterni adolescenti.

“Oggi non sono io/sono quello che questo corpo vuole/domani mi impegnerò/per dimenticare /che non è facile la cosa giusta/prima che il corpo sappia di quello che ho fatto/prendi un respiro schiantati contro di me/domani taglierò via/questo pezzo di me/domani all’alba/taglierò via/tutte le cose che mi uniscono a te/ma non è facile la cosa giusta/prima che il corpo sappia di quello che ho fatto/prendi un respiro vai molto lontano da me/non è davvero la stessa persona/finché non è la stessa persona/ma non è nemmeno la stessa promessa/finché non è la stessa promessa.”

 

Motivo per il quale il pantheon dei personaggi  nei testi di Curreli che  hanno un volto/nome vengono da quel periodo storico di quando era(va)(m/)no ragazzini.  Tipo, se c’è il Miyagi di Karate Kid come mentore esistenziale nell’omonimo EP, in Non Vedo Niente è il turno di Julian Ross, il trequartista enfant prodige di Holly & Benji, storia della promessa bloccata, di un predestinato mancato. Per quanto riguarda i riferimenti letterari, se in precedenza era toccato a Levi (in Primo), ora tocca a Borges, nell’omonima canzone, dalla quale poi arriva pure il titolo dell’album

Io potevo stare una vita dovunque/e la mia testa era una biblioteca/ma non ci sono più parole sui libri/ed ogni strada è qualunque strada/ed ogni cosa è qualunque cosa/e anche la musica è rumore bianco/e la mia voce non tornerà più/non vedo più niente non vedo più niente non vedo più niente non vedo più niente

Diciamo ai quattro di farsi coraggio e cominciare a suonare in giro per la penisola e di lasciare le “sacre sponde” sarde e di abbandonare temporaneamente la batcaverna del bar di Mauro, perché ci sono ragazzini che hanno bisogno di loro, da qualche parte tra Milano e Crotone. Ai Vilma auguro di togliersi la casacca di Julian Ross e di indossare quella di Benjamin Price.

 

dicevo prima di imparare a memoria qualche canzone della band. il fatto è che vederli suonare, potendo cantare con loro qualche canzone, è una delle cose più belle che si possa chiedere oggi al mondo della musica italiana.