ANTEPRIMONA! Stocktones – Laundromat

Ci siamo miracolosamente accaparrati l’anteprima di uno dei dischi dell’anno, Stivale e fuori dallo Stivale. Se pensi che stiamo esagerando, allora fatti un giro sul sito e vedi che siamo gente di difficili entusiasmi.

È successo questo: nella sede italiana della Oh! Dear Records, un loft in una via simbolo di Bologna, la CEO e padrona di casa (Tea) beveva un birrone con il nostro inviato PMC, e insieme ascoltavano dischi dal presente e eventualmente futuro roster dell’etichetta. Fresca di due belle uscite (i Vilma e i Black Black Istanbul), eppure mai paga, Tea introdusse Laundromat degli Stocktones con circa un «va bene tutto, bravi tutti, ma senti quanto spaccano questi, sono gli anni ’90, è quella cosa lì, io li sto fisso ascoltando, non vedo l’ora che escano cazzo». Catturato fin dal Please stop me d’apertura, dal timbro, dall’entrata a gamba tesa nel mood, PMC capì che la foga di Tea ci stava tutta, e anche di più. Altri birroni, birroni anche con Valerio Astio, che è food blogger e bassista del gruppo, e Laundromat che per un paio di mesi è rimasto in circolo, nel nostro privato circolo, giù fino a poterlo finalmente presentare a tutti, ora che la stagione è bella.
In attesa del 9 giugno, quando in occasione dell’Oh! Dear Summer Fest II potrete sentirlo dal vivo al Mikasa di Bologna, comprarlo, lapidare di biancheria intima gli Stocktones in persona. Oppala, embeddiamolo:

Le cose canoniche da dire: gli Stocktones sono in tre e fanno base a Perugia. Il nome è un omaggio a John Stockton, il leggendario play degli Utah Jazz detentore del record di assist in NBA. Suonano un punk rock intriso di dolce malinconia, autocommiserazione aggressiva e umori post-adolescenziali che tenderemmo a chiamare emo, non fosse che nelle ballate ricordano più quell’indie da radio dei college americani, una cosa che forse neanche esiste più.

Presi sotto da Laundromat, nelle ultime due settimane l’abbiamo fatto sentire a tutti gli amici venuti su senza mai vestirsi da adulti, tipo Alessandro che sull’astuccio scrisse a pennarello over reacting, over again da Shorty, o Davide che sulla giacca ha una toppa con la casa più famosa del Midwest: «cazzo gli Eversor», «eh, ci avevo pensato anch’io». Tutti noi vogliamo bene agli Eversor, perché September e Breakfast Club sono due dischi troppo belli per essere venuti fuori davvero a fine anni novanta dalla deep provincia marchigiana, da un gruppo che suonava thrash e poi all’improvviso ha girato così. Fai qualsiasi playlist emo per gente sgamata e appassionata, e quell’inno senza tempo e senza contesto che è Even Less sei tenuto a metterlo.
Perché diciamo questo: perché in culo all’idea che cantare in inglese sia una tappa di maturazione fino all’inevitabile approdo all’italiano «che poi adesso l’italiano funziona di più, suoni di più in giro», o una roba da provincialotti calcolatori che sognano di sfondare all’estero. Ok i Fine Before You Came, ok i Gazebo Penguins e tutti i gruppi a cui cambiare lingua ha giovato. Sentiamo oggi gli Stocktones e pensiamo sì ai Get Up Kids, ai Jawbreaker e ai Superchunk, ma prima ancora ai vecchi gruppi italiani che portiamo nel cuore, e a quanto siamo contenti di risentirli freschi e nuovi negli stacchi di Reasons To Hold Tight, nei momenti di down tipo Horror On TV, nelle parole di conforto di Right Now. E speriamo che gli Stocktones siano gente ostinata, almeno loro: che prima di cambiare qualcosa ci facciano almeno altri cinque dischi come Laundromat, perché sentiamo un gran bisogno. Da parte nostra, gli promettiamo di ricantargliele a memoria in faccia ogni volta che potremo.

Ché magari ragioniamo in italiano per andare a fare la spesa, ma ricordiamo le parole dei Texas Is The Reason e dei Jawbreaker raccontare gli alti e soprattutto ai bassi di noi ragazzini; e quando ancora ricaschiamo in quegli umori e abbiamo voglia di cantarli, li ricantiamo con quelle parole, senza tradurle e magari storpiandole anche di quel tanto.

Alessandro, Andrea e Valerio coi triacetati sudati da lavare a gettoni

John Stockton non sarà stato un gran realizzatore, ma senti la tripla che infilano a freddo gli Stocktones: parti con The Worst Of Me e ci senti più che i soliti americani, le cose nordeuropee calde come i We Were Promised Jetpacks. Le schitarrate pulite e le linee vocali tanto curate quanto slacker dicono subito che le melodie stanno al centro, gli arrangiamenti vengono di conseguenza e nulla tolgono o nascondono. Tiriamo un sospiro, perché ci pareva che tante band pur belle si stessero perdendo da qualche anno in barocchismi e arzigogoli da horror vacui, e tra tempi dispari e tapping non venissero più le canzoni, i ritornelli. Con tutto il bene che si può volere ai TTNG, con quello che abbiamo voluto ai Crash Of Rhinos, adesso era di singoloni come Coastlines che avevamo voglia: venti secondi di strofa e dritti al ritornello di quelli da singalong, arpeggio, seconda strofa, sezione strumentale e ritornello alla fine. Fatta. Parte Crowded House ed è già ritornello, di nuovo, con la voce di Alessandro che riesce a rompersi senza strafare, sporca il tanto, sceglie linee solide e chiare al punto da potersela giocare solo sull’intensità.

Dell’indie coinvolto ti accorgi in Something Wrong, ma l’indie bello, l’alternativa melodica ai gruppi testosteronici da palm mute e gare a chi canta più alto: senti il duetto m\f e sono subito i Lemonheads di It’s a Shame, i Versus e i Drop Nineteens, addirittura. Poi c’è Keep Spinning che sembra portare ai Mineral, ma ha gli stacchi dei Dinosaur Jr. lenti, e Magnetized che non vediamo l’ora di dedicare alla biondina ciocca verde e maglietta dei Misfits, fumando una zizza nel parchetto del college che era in realtà per noi probabilmente un buco sciatto con due ficus tossicodipendenti di fronte a un ITIS malvagio, ma ascoltando gli Stocktones diventa un posto bellissimo e nessun ricordo fa male davvero.