Verremo al contrattacco II

Lodo Guenzi e Andrea Scanzi

«Mi sono rotto il cazzo della critica musicale. Non siete Lester Bangs, non siete Carlo Emilio Gadda. Si fa fatica a capire cosa scrivete, bontà di Dio!».

Ho a lungo meditato su queste parole dei Lo Stato Sociale. Ma invano, avendo fin da principio raggiunto il grado di consapevolezza sufficiente ad agire, sentire, in senso contrario a qualsiasi indicazione, direttiva stilistica e comportamentale, ipotesi ideologica, propugnata dai Lo Stato Sociale e dalla maggioranza già di per sé affatto silenziosa della quale si sono fatti tra i più efficaci, grottescamente iconici, innecessari portavoce.
Se questo poi potrebbe leggersi come si assiste agli spari sulla Croce Rossa, basterà far notare come in certi casi sia la Croce Rossa, dalle feritoie dei suoi cingolati pesanti, a spararci raffiche addosso. Mentre noi per difenderci abbiamo solo queste quattro tavole di compensato, e la merda per tenerle su. E siamo anche mezzo nudi, e tremiamo di freddo e terrore.

Bisognerà dunque emulare le gesta descrittive barocche di Carlo Emilio Gadda: fare che siano gli oggetti disposti, le musiche, a suggerire le forme espressive da adottare. Le chiavi di ascolto, diverse come son diverse le musiche, per tentare di comprederne la natura fino all’infinitesima componente, il più breve intervallo, ogni singolo colpo di grancassa. In una nevrosi di subordinate rigonfie di lessico, spregiudicate neoformazioni come spregiudicata è la linea vocale blinkeggiastica di questa The Future che proprio adesso la mia Trust Dixxxo sta diffondendo, seconda traccia del centottantaduplice disco dei The World Is A Beautiful Place & I Am No Longer Afraid Of Ammettere che ho imparato a suonare bene, a fare gli arpeggi che nel periodo del post rock andavano strabene, ma da ragazzetto mi piacevano gli AFI, e adesso che la cosa del post rock è andata, e va di moda il passato brutto, guarda cosa ti combino. In un nevrotico gliommero la cui dissoluzione sia possibile solo per identificazione della forza che è forza vitale, motrice e matrice dell’intero universo, in ogni musica e in ogni tappo di sughero, borsa da donna, calzino, abat-jour; eppure imperscrutabile, indefinibile, irriducibile a parola.

Armarsi di sciarpe di seta, e pipe, ascoltare Mozart, come il padre di Kyle nella sua fase di ispirazione letteraria da recensore per Yelp. South Park.

Appicciare incensi alla naftalina, alla cenere macerata dalla pioggia, alla brezza di alghe decomposte sul lungomare di Alghero, al fegato di suino, e poi stilare un piccolo vocabolario di lemmi assonanti; quindi impiegarlo per restituire, per mimare, anche al lettore più distratto, la voce di King Krule nel suo nuovo The OOZ.

O piuttosto fare come Lester Bangs, riprodurre, fin dal gesto meccanico di battitura sulla tastiera, i ritmi febbrili degli anni settanta, i virtuosismi sui toni alti dei cantanti dai capelli lunghi; battere sui tasti con la stessa violenza di un allegro Bonzo ubriaco, e leggere sullo schermo che quelle frasi lapidarie, secche ma rimbombanti bombastica, vi aderiscono perfettamente. Farne professione, guadagnare, esserci sotto per poi esserci dentro, per raccontare tutto e raccontarsi sempre al meglio, in una anti-agiografia che tracci la mappa della perdizione italiana musicale e perimusicale. Sempre col cinismo di chi Mannarino lo conosce, ci ha bevuto dalla stessa bottiglia, e ti dice che guarda: un coglione così… e poi lo sa, perché la musica viene fuori come viene fuori, e con esattezza.

Fare tutto per esprimersi, fare il minimo per farsi capire: si scrive di musica per un’esigenza conoscitiva che richiede l’impiego di sinestesie anche le più azzardate, calchi dal francese, metafore osate e sperimentalismi formali e strutturali, e senza mai la presunzione di afferrare il punto; figurarsi di spiegarlo. Tutto il resto è esercizio sterile, come guardare la musica al microscopio con l’occhio chiuso come Frank Drebin, e catalogare senza mai chiedersi cui prodest: enciclopismo.
Bisogna scrivere troppo o troppo poco, e sempre con criterio: la lunghezza di un testo ne è parte integrante, carattere paratestuale; comunica quindi a sua volta, o perlomeno contribuisce a comunicare. E scrivere con alterigia, manifestando una competenza che dev’essere oltre la soglia dell’avrei-potuto-scriverlo-anch’io. Che debba essere competenza reale, con solidi contenuti e elementi anche ideologici. Rivolgendosi a iniziati, sì, ma con il senso di inclusione per chi iniziato non è, ma ha una connessione a internet e possibilità di controllare i riferimenti, curiosità di capire quel che sulle prime gli sembra uno sfoggio insensato di proprietà di linguaggio.

Può sembrare che non ne valga la pena. Ma anche solo perché i Lo Stato Sociale dicono il contrario, capisci che.

[Già apparso su www.debaser.it il 31 ottobre 2017]

paolo marco cintura
pmc