L’unica opinione possibile sul nuovo delle Scimmie Artiche Nucleari

I Fall nel 1977.

Cute new places keep on popping up
Around Clavius, it’s all getting gentrified
The Information Action Ratio is the place to go
And you will not recognise the old headquarters

È curioso in Four Out Five, la canzone accettabile del nuovo disco degli Arctic Monkeys, sentire Alex Turner esprimersi ironicamente\criticamente sulla gentrificazione, quando il suo gruppo è sempre stato e per sempre sarà l’equivalente musicale di un boulevardier da otto euro servito in un ex barattolo di conserva. Suonerà poi questa come una sparata gratuita: pazienza. Alla fine c’è chi i boulevardier da otto euro serviti in ex barattoli di conserva se li sorseggia in comodità, senza mai lasciarsi sfiorare dal sospetto di essere gaggio perso.
Il Tranquility Base Hotel + Casino, intendo l’edificio, pare con la sua antisinuosità brutalista voler richiamare quelle nuove architetture citazioniste da SoDoSoPa; sorta però non su un lotto miracolosamente edificabile o sulle macerie di un centro sociale, ma su un pedale. Se non è una dichiarazione di poetica questa, non so che cosa sia una dichiarazione di poetica. È una bella intuizione da copertina infatti, giunta dopo le due ultime che proprio non ce ne fotte, non ci abbiamo manco voglia di pagare il grafico, fate voi. Credo che la userò come giudizio per tutti i dischi smaccatamente borghesi a venire, tipo nel 2020 sul nuovo Black Keys: «we hai sentito che chitarre? Hanno usato il pedale col Tranquility Base Hotel + Casino sopra.»
And so on and so on and so on.

 

La copertina si salva, insomma. Il disco invece suona come i Last Shadow Puppets senz’archi, i Timber Timbre senza ispirazione e senz’anima. Finalmente sentiamo gli Artici onesti, dopo dodici anni a fare i cosplayer di un gruppo garage inglese. Li sentiamo oggi al netto di quelle dinamiche garage che spingevano le loro generiche radiofoniche ballate indie pop ad accattivarsi le orecchie di un pubblico mediamente scaltrito, anche non strettamente radiofonico generico. Tranquility Base ci dice che quel che resta al netto della disonestà è noia borghese royal deluxe, per quanto ricercata e dichiarata fin dall’impatto visivo col disco. Come se per qualche assurda ragione avessero voluto fare un concept harakiri su quanto in realtà siano sempre stati abbastanza scarsi, su quanto il timbro e il flow di Turner non potessero essere sufficienti ad alzare i milioni che hanno alzato: quest’aspetto rende il disco contemporaneamente molto brutto da sentire e molto bello da pensare.
E dire che prima di raggiungere la vetta della mediocrità fm rock con AM (e tornare, com’è logico, a vendere a livelli), con Humbug per merito di Josh “Pour” Homme, e soprattutto con Suck It and See, l’impostura garage gli era quasi riuscita, ché con quei suoni lì quasi ci credevamo tutti che, in fondo in fondo, cacca cacca non fossero.
Invece cacca erano.

C’è un lieto fine. Il mio barbiere di fiducia a Bologna si chiama Farid e opera in via Mascarella. Da aprile ha spostato il suo salone di una trentina di metri sulla stessa via, e ha deciso di chiamarlo barber shop, con tanto di baffi alla prussiana stilizzati per logo. La nuova veste gentrificata prevede inoltre una chitarra e un basso in esposizione su due armadi di quelli in metallo, da ufficio, così che andare a farsi i capelli sia anche un’esperienza estetica in un ambiente curato. Del vecchio salone ha conservato comunque la sūra del Corano in oro, due magliette di Taider del Bologna in cornice, l’ottimo rap marocchino dalle casse.
Prima con dieci euro mi faceva il taglio. Ora per la stessa cifra mi fa taglio + shampoo.

Ce ne fossero.