GIACK BAZZ IS NOT FAMOUS – Giack Bazz

Tizio che in faccia somiglia a Giack Bazz

Io non so nulla di questo Giack Bazz se non che vive a Modena. Penso.

Questo lo scrivo per pararmi il culo e potermi inventare quello che mi pare su Giack Bazz.

Guardo la copertina dell’album e capisco quale sia la sua mitopoiesi, una roba che sta da qualche parte nel riflesso delle luci artificiali di un’America già di per sé un simulacro, quella dei late show televisivi. Solo che, invece degli sfondi delle finte vetrate che danno sulla notturna New York c’è uno skyline di Modena – almeno mi pare, la torre che si vede sembra la Ghirlandina -, al posto di un David Letterman c’è un manichino e la figura di Bazz è lì meditante sulla poltrona per gli ospiti…

cosa che dice molto sull’ubiquità del progetto musicale che è fisicamente piantato in Emilia e spiritualmente ingabbiato in quell’America lì.

L’album si apre con questa cantilena chitarra e kazoo e passa a una ballata poco interessante, Rose Tinted Hell.

Quando ascolti American Soul sei sicuro di essere dalle parti di Bruce Springsteen e le cose si fanno DAVVERO interessanti con Candy.  Pezzo che boh, odio scrivere certi termini ma è “acquatico”, notturno, rilassante come le lumache che ti camminano fuori la veranda dopo i temporali estivi.  Così, da un cantautorato un po’ grezzo le cose finiscono tra le piaghe un  intime della musica e The Chuch of Man sfiora la definizione “minchia davvero un gran bel pezzo”, un gospel punk, una roba molto simile al Nick Cave della fase storica che vive tra Nocturama e Dig Lazarus Dig. Manco a farlo apposta il testo è zeppo di riferimenti religiosi, riferimenti che diventano di tutt’altro gusto nel pezzo successivo che mi pare si chiami & .

Arrivati a Forgotten Media ti rendi conto che, per quanto possa essere citazionista , Giack Bazz ha qualcosa di spiccatamente personale: le composizioni per chitarra, dove dorminano arpeggi e accordi minori, una voce pulita e ogni tanto sporcata nei cori un po’ più post-grungettoni e i dei testi pieni di riferimenti a oggetti e riferimenti biografici, risalta infine qualche fantasma dell’infanzia. O dell’adolescenza. Spuntano synth, pianoforti, insomma pezzi di altri strumenti, ma domina il duo voce-chitarra, per tenere su una sorta di pastoralità. C’è spazio per cose di questo genere:

“Already crying out loud • You make me sad but i don’t know how • Like an old console that no one plays with anymore • I’m primal tech • I’m outdated • Foolish • Like Christmas decorations off in a summer sky • I can’t compete • Stuck up veneer • I’m what you wanted, deserted and neglected • Already dead by now • you make me sad but I don’t know how “

FORGOTTEN MEDIA E’ UN PEZZO MERAVIGLIOSO ndr

Giack Bazz è proprio bravo a giocare con la musica,  gli esce facile, o almeno così fa sembrare. Si potrebbe dire che ascoltare il suo album è un po’ come finire in ostaggio. Lo dico perché se uno mi chiedesse di ascoltare un bignami della musica rockfolkalternativeindie fatta da un modenese, di primo acchito gli direi anche no.  Ma la realtà dei fatti è che già dopo tre pezzi la sindrome di Stoccolma si fa pesante e ogni canzone sembra preziosa e da queste parti è una cosa rara, penso ve ne siate resi conto. Giack Bazz ha scritto una album che non solo ricorda i tizi che ho scritto su, ma addirittura ci sono momenti di Kurt Vile, Pavement e Red House Painters.
Cosa cazzo gli vogliamo dire? Grazie.

 

dda