Musica brutta quindi bella: JPEGMAFIA

Una metafora dell’industria culturale oggi.

Lo zeitgeist degli ultimi due anni si può sintetizzare  così: 1) Ghali nelle orecchie di Saviano  2) Sfera Ebbasta nelle orecchie del mio coinquilino che ha ascoltato Merzbow per circa tre quarti della sua adolescenza. Tutta questa storia della trap ha smesso di essere divertente da un po’: all’inizio era un feticcio snob e intellettualistico da sventolare nelle conversazioni serie per alzare il livello dei layers, e quindi invalidare il discorso. Adesso che la trap ha soppiantato Laura Pausini nell’immaginario collettivo occorre ritornare ad ascoltare i lamenti di un maiale sgozzato.

Da buoni vecchi maschi medi occidentali ci siamo presi bene per i Death Grips quel tanto che bastava per demandare a un gruppo cool la nostra voglia di trasgressione. Ora però, a riguardare le foto su Instagram di qualche anno, la verità appare in tutta la sua misera crudeltà: eravamo ragazzi bianchicci e magrolini che indossavano magliette nere di MC Ride e inneggiavano a una rabbia buona al massimo per seccare il proprio opponent a Call of Duty.

Per emozionarci ascoltiamo ancora, nel buio della nostra cameretta, una ballad di Yung Lean, un pezzo sanremese di Bladee,  un anthem di Ecco2K, o qualcosa di disturbante di Uli K. Oppure Sickside della DPG, che per inciso è la cosa italiana più  vicina ai prodotti della Drain Gang (Sto fumando gelato/Ho il collo congelato/Ho il cuore congelato/Il cuore mi si è spezzato). Ma sono piaceri privati, da tenere in serbo per quelle notti in cui facciamo scroll sulla bacheca di Canini&Gattini

Ultimamente ci siamo presi bene per i Brockhampton: una sorta di Wolf gang del noise rap i cui membri – chiusi nella loro comune texana – sfornano singoli e video a getto con un’estetica low profile riconoscibile quanto accattivante. Ma a volte vorremmo qualcosa di più duro.

JPEGMAFIA viene da Baltimora, e questo già gli fa guadagnare street creed, perché ci ricordiamo delle giornate passate a tifare Omar Little, il Clint Eastwood dei nostri tempi. La sua musica è un miscuglio di frammenti noise, flow strascicato e liriche contro l’alt-right (!), a metà fra i sermoni da crackomane di MC Ride e l’estetica furbetta dei Brockhampton. Insomma è un tizio molto arty che fa della musica estrosa, una mazzata sui denti con il cattivo gusto dell’arte post-internet (qualsiasi cosa significhi). E con una vena politica, quasi anti-nichilista, che manca a gente come i SuicideBoys

Io ascolto Veteran da una settimana. È un buon antidoto al passare i pomeriggi su WordStarHipHop fra video di trapper intercambiabili fra loro e tizi dalla muscolatura ipertrofica e i tatuaggi che avremmo messo al nostro avatar di GTA.

g.bit