Dischi del Mese #0 Gennaio/Febbraio

Shame – Songs of Praise

Sarà anche vero che la trap in Italia è il nuovo rock (almeno così ci fa sapere l’intellighenzia che ha studiato), ma probabile si intenda nel senso peggiore del termine: c’è di mezzo la questione dell’autocompiacimento e dell’essere un baraccone del cazzo smercia soldi e cocaina

-in realtà non so che tipo di droga si facciano, rimangio l’ultima parola –

Ok, la trap è il nuovo rock. Ma in Inghilterra il punk è sempre lo stesso, esce fuori quando al governo ci sono gli stronzi e anche gli elettori non scherzano. Nell’era dell’Albione Brexit gruppi come Idles e Fat White Family sfondano i palchi e ora è il momento degli Shame. Meno punk, più post eh, ci sono momenti del Bowie berlinese, Smiths e rimasugli di Joe Strummer. E si può già scommettere sulla stella in ascesa del cantante, tale Charlie Steen, un ragazzetto di Brixton che pare voglia cogliere l’eredità spirituale di Mark Smith. Un po’ perché, come nei Fall, esiste questa diarchia tra la strumentazione post e una voce punk. Ma c’è di mezzo la questione dei testi, che negli Shame hanno questa struttura narrativa e fortemente cinematografica.

“So in the past week I’ve made several trips to the gynecologist
He was surprised to see me standing there
With my golden ticket hanging out of my left pocket
As I entered the building I saw large acrylic paintings span the ceiling
And the stale smell of silicone clung to the wall
I breathed it in, I breathed it out
I thought nothing of it then and I think nothing of it now
I think nothing of it now” The Lick

Ogni canzone dell’album è una killer app. No dai, sono serio, Songs of Praise, posso già permettermi di dirlo, è uno degli album più belli del 2018.

dda

 

Fu Manchu – Clone of the universe

L’album non ti da il tempo di prepararti le recchie. Clone of the Universe è come vedere quei tizi che giocano benissimo a Street Fighter, come il mio amico Demetrio: prende Honda e ti mette all’angolo, con una lunga serie di Hundred Hand Slaps non ti fa respirare fino a quando non vuole finirla.

Tutto quello che è nato ai tempi dei Fu Manchu è morto. Se non biologicamente, a livello di immaginario la musica stoner sembra aver perso quel guizzo di due decenni fa. Ma questo album vi giuro che è metafisico, ha un paio di passi maggggici. Don’t Panic provoca una sinestesia, hai l’immagine del deserto rosso. I testi dei Fu sanno di sciamani strafatti e motociclisti sbronzi di whisky messi assieme nella stessa capanna, ma quello che vale la pena è quel finale lunghissimo che si chiama IL MOSTRO ATOMICO, un trip di pattern chitarristici in loop, ammassi di assoloni, mazzate di batteria, vomitate sludge. I nonni che i millenials dovrebbero avere.

dda

The Sprawl – EP 2

The Sprawl è un progetto tricefalo messo su da Mumdance, Logos e Shapednoise. I primi due, di base a Londra, si sono fatti conoscere per le incursioni nel territorio dell’acid house rivisitata in chiave futurista, una sorta di fusione fra rave dei tardi Novanta e paesaggi attraversati da droni senzienti. Il terzo è un producer siciliano di stanza a Berlino, anch’egli avvezzo a mischiare la musica da ballo e i ritmi più decostruiti. Vidi The Sprawl al Club to Club di qualche anno fa, mi colpì l’oltranzismo del progetto, il muro di suono eretto che comunicava la volontà di trasformare la sala nella stanza dei bottoni della prossima guerra automatizzata. Ancora una volta, ascoltando questo secondo denso ep, non stento a credere che – se guardassi fuori dalla finestra – vedrei sfilare colonne di mecha in parata, mentre in cielo sfrecciano flussi di dati liberati dalle limitazioni di qualsiasi hardware. Futurismo distopico e ritmi acidissimi, l’astrazione della tecnologia più imperscrutabile e la materialità della macchina che sollecita il corpo: gli Autechre in sedicesimo nel prossimo club pieno di cappellini Champion.

g.bit

Rejjie Snow – Dear Annie

Ho un tatuaggio di James Joyce dall’età di diciannove anni, dunque non potevo non appassionarmi alle gesta di questo musicista mezzo nigeriano e mezzo irlandese cresciuto a Dublino. Snow ha la cazzimma e lo stile giusto per rimanere molto tempo nelle playlist Spotify dei bianchi che ascoltano Frank Ocean, The Weekend o D’Angelo, insomma quella black music ripulita e cavalcata da anni dalle webzine Pitchfork-oriented. In più Snow ci sa fare con la musica urban e ha un discreto flow, insomma sa anche spingere sull’acceleratore. Questo è il suo primo album, quello in cui mette le carte in tavola e apre la valigetta delle sue influenze, dall’hip hop al R’n’ B. Non so se nel corso del tempo perderà la freschezza, ma per ora è un bel sentire.

g.bit

Futbolín – Shy Guys, Malmo Days

C’è questo fatto buono riguardo il generale spostamento in avanti dell’età di fare le cose: cioè che pure se il candidato premier della prima forza politica del Paese è di un anno più giovane di te, e tu ancora passi le mattine a guardare Superjail con le dispense aperte sgocciolate di caffè sul tavolo in affitto e un’Erasmus in bagno a far la doccia, comunque puoi bearti della possibilità protratta di sfuriare umori post-adolescenziali oltre le naturali scadenze ormonali senza suonare poser, patetico giovanilista come la copertina di ¡Uno!, Rivers Cuomo nel 2017 e le scritte col carattere Moderno sulle storie Instagram di Paolo Gentiloni.

Miracolo della sociologia vs. social media manager di Palazzo.

Ci si potrebbe domandare a questo punto dov’è che sta il fatto buono, e dove il miracolo. Il fatto buono sta che magari nel frattempo, negli anni, con lo spirito continuato e sempre vivo, tu hai pure imparato a suonare e cantare davvero. Il miracolo sta nel fare uscire un disco che renda l’idea.

Perciò, perché innanzitutto rappresenta, noi ci teniamo caro e importante questo miracolo di disco da Verona, con la chitarra arcade di Fox e Kunimitsu citata sul video di couch, e le urla acide e arcigne come Mayo (quello senza Di) e i testi ingenui in inglese per essere ancora più ingenui (ma inattaccabili), e gli insertini di tastiera come i Get Up Kids quando hanno inserito le tastiere e i L’Amo (per dirne due belli), e tutto comunque suonato solido e maturo con le dinamiche celesti e la promessa di essere suonato bene pure dal vivo.
Essendo l’emo la nuova trap.

pmc

Hookworms – Microshift

I sempre attivi cookie di profilazione della gente che scrollo ogni giorno sui social dicono che è piaciuto tanto il nuovo degli Ought, che c’è attesa per il prossimo disco dei King Gizzard, che qualcuno è andato a sentire gli Slowdive al Locomotiv, che lo screamo e la techno sono generi ancora piuttosto frequentati, che la ressa per ordinare la ristampa di SxM ha impallato il sito della Tannen Records, che Twin Fantasy d o v e v a uscire così, che il Nintendo Labo è una bomba, che la Lega ha fatto risultato.

Dicono, in buona sostanza, che sono un bianco circondato da bianchi.

Gente bianca, questo disco è per voi.
Anche più di American Dream degli LCD Soundsystem, che era pure bello. Già Negative Space in apertura se lo mangia, con la sua sequela di anthem da età dell’oro dell’elettroclash con la cassa dritta e i bpm, il tiro, i synth che entrano a braccio teso, l’effetto voce stupido della chitarra: tutto bianco come il San Pietro della Lavazza.
Poi c’è il kraut funzionale, a condire, con le schitarrate wah lunghe, il basso che fa la calda e la fredda, il tempo dimezzato sull’organo dilatato. The Soft Season che paiono gli Animal Collective, Opener forse i War On Drugs con meno chitarra e più organo; altre cose bianchissime verso il finale.

Con le asperità garage levigate rispetto ai precedenti, e le linee vocali curatissime che su Shortcomings quasi ci senti Mika, gli Hookworms hanno fatto uscire un bel compendio, una bella monografia sul bianco musicale che arranca, eppure resiste, o comunque scorre ancora fresco.

pmc