Sophie – Oil Of Every Pearl’s Un-Insides

Media Statale Enrico Costa. Nelle risse che scaturivano incontrollabili a doppia cadenza oraria, *Antonio* godeva di inviolabilità totale per  suo carisma e credito da strada (cognome, amici fuori, penne, booster, coltellini, pakistano, taccheggi, padronanza del dialetto). Questo, nonostante fosse il ragazzino più nano, gracile, faccia da topo dell’istituto e forse nella storia dell’istituto: figuratevi la temibilità.
Chiaro, non ci interessa l’epica da scuola di quartiere popolare in città di provincia, né la demistificazione pseudoantropologica della guapperia in  stile R. Saviano è il nostro ambito.
Fatto sta che un giorno a lezione di musica Antonio dichiarò al maestro e a tutti noi presenti, fuori contesto e all’improvviso come quando si ha un’urgenza troppo forte, di sentirsi bravo quando cantava sotto la doccia. Neanche a distanza di un decennio e più riesco a capire se fu per provocazione, o se perché avesse davvero bisogno di un riscontro, che decise quindi di esibirsi nella sua versione della più amata canzone popolare cittadina.
Assistemmo alla probabile peggior Mirinzana mai osata (e anche in questo momento nel mondo, ma più probabilmente nella Town, qualcuno starà storpiando una Mirinzana); stonata da una voce ancora bianca che si sforzava in ogni modo di non sembrarlo, perciò imitando il testosteronico gutturale dei cori da stadio. Era come sentire Calimero cantare Ligabue in un idioma oscuro, senza toccare una nota giusta che fosse una. La eseguì, nel silenzio generale, dall’inizio alla fine; teneva il tempo battendo le mani e si guardava intorno di tanto in tanto come per invitarci ad accompagnarlo, ma nessuno raccolse.

Ripasso un attimo il mic a R. Saviano.
Perché in Italia operano ancora le mafie, e tutto sommato indisturbate: la forza e la spontaneità con cui tutti noi ancora in brufoli, senza dichiarato accordo, soffocammo le risate e riuscimmo a non parlare mai più di quel fatto.

Chiosò il maestro, uomo baffuto solitamente distaccato dalle cose del mondo, qualcosa come: «nei nostri bagni c’è spesso un effetto sonoro che si chiama riverbero, e questo effetto rende la nostra voce più piacevole. Considera anche che la nostra voce non suona mai agli altri come suona a noi stessi. Però bravo, se ti diverti a cantare sotto la doccia è una buona cosa, continua a farlo». Esiste un saggio che spiega come l’accondiscendenza sia a prova di idiota, di bambino, di chiunque: tutti la percepiscono, con dolore, con fastidio, a seconda di.
Antonio, si era levato dal banco, risedette. Avanti con la lezione, ristabilito il cicaleccio di classe, poi la rissa al cambio dell’ora, e a quello dopo, e a quello dopo. Le prime diffide ancora di là da venire. 

Anche se domani dovessi scoprire che Antonio ci ha comunque creduto, è ormai noto ai più con un nome tipo My Sharona o Donatella Maserati, ha trovato un’alternativa artsy al piccolo spaccio, moglie e figli, marchette di basso bordo, violenza domestica e a tutto quello che gli sarebbe sicuramente venuto di peggio dalla vita, penserei che questo disco di Sophie è una mondezza. Ho smesso di bermi le televendite in forma di storytelling da sempre. Se il venditore è anche il prodotto, non mi fa differenza.

Sarà toccante per qualcuno la struggle di una persona che non si riconosce nel proprio timbro e nella propria naturale estensione vocale. Per me sarebbe toccante quanto sapere che Mario Giordano è sotto sotto un grande fan di Tom Waits e ogni giorno sotto la doccia ha un piccolo break down perché a cantare 16 Shells From A 30.6 proprio non ce la fa, riverbero e tutto: non ho simpatia per il personaggio, non mi interessa niente, neanch’io ci riesco, mi farebbe molto ridere sentirlo fallire.
Se l’identità sessuale fosse coinvolta, sarebbe interessante uguale. Ascolto Ramona Andra Xavier nelle sue varie forme da quando Sophie arrancava a tagliare le tracce con Audacity, e per quanto mi riguarda avrebbe potuto essere un androide o un lamantino.
L’elogio della tecnica come possibilità di valicare i limiti imposti dalla genetica, ovvero il senso del pitch all’elio sulla voce di Sophie, vale meno di un falsetto e quanto qualsiasi voce interamente passata al vocoder del trapper di turno. Gli Air hanno cantato così tutto Talkie Walkie. Nel 2004.

Il passo indietro alla vera voce di Sophie, sorta di coming out, il singolo/ouverture It’s Ok To Cry, ha esiti grotteschi: vocoder comunque a manate in stile Cher da balera, continua chiamata all’emozione, mancato asmr, non si balla, si ha la netta sensazione di storytelling ai fini della commercializzazione prodotto e auto-proclamazione a icona. Ma che lo status di icona conferito per il merito di aver cambiato sesso sia un passo nel senso della reazione, è un fatto abbastanza consolidato: come ammantare di sensazionale qualcosa che si auspica sia presto normalizzato.
Merito musicale non pervenuto, se non per la spudoratezza nell’operare un sistematico latrocinio che quasi non lasci spazio a una voce personale, una procedura riconoscibile e ascrivibile esclusivamente al progetto Sophie. Si ballerà su una sfilza di furti da producer e progetti vari, più o meno underground (butta lì addirittura un pezzo ambient à la Grouper e lo chiama Pretending), per un disco che cerca nel complesso di suonare kitsch e gay in un’accozzaglia di materiali incoerenti incollati a sputazzo, riuscendo poi soltanto a suscitare una riflessione sulla fluidità gender dell’appropriazione culturale come operazione commerciale: gioco da veri uomini duri o finalmente sdoganata?

PORCA BUBBA! I DISCHI DELL’ESTATE DI MALE MALE – PARTE 2

Disclaimer: fa troppo caldo, la linea internet va di merda, userò massimo 30 battute per band

Riviera – Riviera

Sarebbe bello  avere di nuovo diciotto anni per poter metter su i Riviera su qualsiasi riviera italica e poter dire di essere cresciuti ascoltandoli. L’urlare del cantante e le parole che dice sono momenti di vita irripetibili che si schiantano su di una batteria instancabile, una chitarra che passa dal droning a progressioni di scale maggiori da manuale dell’emo, una roba alla You Blew It! ma con in mezzo le trombette in stile Beirut.

QUANDO: da ascoltare quando la vacanza sta finendo, i lidi cominciano a svuotarsi e la ragazza olandese con la quale avete scoperto l’amore se ne sta partendo per sempre, vi siete messi d’accordo sullo scrivervi ogni tanto via mail ,ma non succederà MAI

Fennesz – Endless Summer

Imparentato con gente come Basinski, Fennesz riesce a scrivere un album che sa della stessa cosa della quale è composta la copertina della copertina: interminabili orizzonti di mare limpido e messaggi nascosti tra le forme delle nuvole addormentate. la geometria illimitata della retta fatta di riflessi solari che taglia in due lo sguardo di chi mira la palla di fuoco è frastagliata dalla danza delle acque, come glitchata, come la musica dell’artista austriaco.

QUANDO: il rave è finito, un esercito di cadaveri sparpagliati tra i cespugli e la spiaggia; un manipolo di zombie che camminano scalzi sul bagnasciuga. sei l’unico sopravvissuto.

The Desert Sessions – Josh Homme e altra gente

Se c’è un modo per capire il senso del desert rock è ascoltando questa collezione di due volumi che uno si fa due idee; un esperimento dell’ex Kyuss e boss dei qotsa che in pratica decide, da Boccaccio della musica per fattoni, di riunirsi con degli amici e colleghi a Rancho de la Luna (sic!), casolare nel nulla circondato da serpenti velenosi, a comporre musica – sarebbe più corretto dire jammare – sotto droghe allucinogene. E’ il 1997, Kurt Cobain è morto e al rock era rimasto ben poco: quello che rimane se l’è preso Josh Homme

QUANDO: se state attraversato la Sardegna in automobile, o se cercate una musica da mettere su mentre vi drogate con gli amici dopo il bagno

Morrison Hotel –  The Doors

Boh sarebbe ridicolo scriverne ANCORA. Probabilmente la più grande band della storia della musica, probabilmente l’album che parte meglio nella storia della musica – la chitarraccia che introduce la violentissima armonica di Bob Young, membro storico degli Status Quo, di Roadhouse Blues -.

Diffidate da chi non ascolta o non si fa garbare i The Doors: non capisce un cazzo di musica

QUANDO:  come prima, ma anche nel post-sbronza se avete la casa vuota e la sera prima siete riusciti a scopare

Saigon Rock & Souls: Vietnamese Classic ’70

Gli americani non hanno portato solo il napalm e la cavalcata delle valchirie nei dintorni di Saigon, ma anche un sacco di vinili del rock che in quegli anni stava invadendo il mondo occidentale. Ne esce fuori che i musicisti vietnamiti ci perdono la testa e producono tra le cose più interessanti e gustose da ascoltare ancora oggi. dura poco, per ovvi motivi di iper-socialismo reale.

QUANDO: volete fare colpo sui vostri amici borghesotti durante l’aperitivo delle 19 e avete il mojito sotto mano

PORCA PUTTANA! I DISCHI DELL’ESTATE DI MALEMALE (PMC)

Non ci paghi le ferie? E allora noi lavoriamo.
Scelti per te dalla redazione di MaleMale, i dischi ideali per spaparanzarti in riva, inerpicarti in cima, see the sights, feel alright.
Per il resto: Posto di vacanza è una bella raccolta di poesie di Vittorio Sereni.
Salutaci il litorale. Se hai scelto la montagna cazzi tuoi.

Rodeo Clown – California Is Over But Platamona Never Ends

Sulla facciata del Lido Iride negli anni sessanta c’era il logo dei Pixies

Ogni cosa qui è un inno. Il titolo è un inno alla resa all’evidenza non rassegnata, e qualcuno dovrebbe scriverlo sulla facciata del Lido Iride, eterna fatiscenza in erbacce, zecche e topi radioattivi sita sul pollice del Comune di Sorso. Il Comune di Sorso è d’altronde una mano che fa il gesto dell’ok e il pollice, la suggestiva baia di Platamona, entra in culo al Comune di Sassari. Pic:

I quadratini sono il mare

Ci sono 31 inni punk rock raccolti dalla quanto sarà, ventennale? carriera dei Rodeo Clown, che sono manna nella decade del punk rock incapace di cantare inni. Se ci fosse stata Little Tricks, Many Cracks sarebbero stati 32.
Tutte le superhit tipo Toffee e Pet Power, che per la sproporzionata percezione di noi provinciali isolani sono impresse nell’immaginario collettivo con Barbara Ann e Vita spericolata. Ci sono anche i pezzoni tipo We Are Like Satellites, California Is Over, Enceladus, Born To Be A Surfer. E Yellow Superfive a chi la lasci? E [titolo canzone Rodeo Clown] a chi la lasci? Allora facciamo tutte.

The Bouncing Souls – How I Spent My Summer Vacation

Classicone molto veloce di quando nel punk rock di inni se ne facevano a buttare. L’unico difetto di questo disco è che non c’è Hopeless Romantic, che sta sul disco prima. Ma ci sono comunque That Record, Private Radio, True Believers, Manthem, Gone, che basterebbero a dar senso a una carriera. Cori oi a guarnire.
C’è una scena su forse un telefilm, non ricordo più: un ragazzino costretto sulla sedia a rotelle si spinge fino alla soglia di una scalinata, tira fuori uno skate dalla borsa, ci salta sopra e grinda la ringhiera fino ai piedi della scalinata, dove qualcuno aveva sistemato per lui un’altra sedia a rotelle. Nel frattempo, per quei pochi secondi, suonava off qualcosa che potevano essere i Bouncing Souls, ma magari è la memoria che mi inganna, e comunque l’avevo trovato un bel modo di denunciare le barriere architettoniche di non so dove, cittadina USA.
Greg Attonito, oltre all’invidiabile cognome, ha la voce che vorresti avere per cantare a te stesso ogni giorno che va tutto bene, col sole del New Jersey dei Misfits incorporato.
È Epitaph nel 2001.

Killing Joke – Killing Joke (2003)

Il mio amico che di musica ne capisce dice «ma come questo che è zarro con Dave Grohl e non invece l’altro omonimo dell’ottanta capolavoro imprescindibile precursore di tutta la musica a venire per sempre» e non gli do neanche torto. Ma stiamo parlando di dischi per l’estate del 2018, e fermo restando che dei Killing Joke non si butta via niente come di un maiale imbottito di ovuli di bamba, ti prego di considerare il fatto che è tornato prepotente il reggaeton tra gli ascolti delle persone generiche. Perciò ci interessa questo disco: perché The Death & Resurrection Show è il pezzo reggaeton più bello che si possa concepire. Se ricordi, l’avevano messo addirittura nella OST di Need For Speed Underground 2, tra un’aerografia a fiamme, una Nobody degli Skindred, una Nissan 350z, un kit di alettoni e minigonne in fibra di carbonio, una I Do di Chingy, una gara di derapate in discesa dalle hills. Avevano capito tutto.
Tu che invece ascolti reggaeton e sai pure le parole delle canzoni, ma ironicamente, eppure continui a vestirti Strokes e ti tatui hardcore, meriti di consumarti non ironicamente nel tedio di ascoltare per l’eternità Bailando di E. Iglesias, maledetto peppuccio. Cammina a tatuarti un tribale, presa d’aria sul tettuccio fatta cristiano che non sei altro. Persegui coerenza.
Il resto del disco suona oggi nuovissimo e tirato, anche tirato a lucido, prodotto da Gill dei GO4 che magari quest’applicazione l’avesse tenuta anche per le cose sue. Con il solito zolfo vocale di Jaz Coleman, le chitarre settate sull’uccidere e un ritornello indovinato dietro l’altro: uno stato di grazia che avrebbe baciato il successivo Hosannas From The Basement Of Hell, per diluirsi negli anni a venire com’è inevitabile che sia.

Tony Molina – Kill The Lights

Tony Molina sta diventando prolisso: le canzoni si aggirano ora intorno al minuto, per un disco che complessivamente dura mezzo mojito.
Dissed And Dismissed era il primo, con i suoi trenta secondi a pezzo al massimo e gli assoli armonizzati, e suona come il grindcore in un mondo in cui la musica sia stata inventata da Rivers Cuomo e ogni genere sia una diversa emanazione della sua arte.
Con Confront The Truth Molina ha mollato il distorsore, per infine con questo freschissimo Kill The Lights stabilizzarsi su un sempre ispirato alt-folk melodico in zona Lemonheads e Teenage Fanclub: ha anche imparato le armonizzazioni e il fingerpicking, quindi ora ha dei momenti Simon & Garfunkel comunque non male. Il problema è che l’attacco di Before You Go sembra Shape Of Your Heart di Sting da far schifo.
Per non lamentarsi mai che l’estate passa troppo in fretta, è banalmente necessario evitare di impelagarsi in romanzi alti dieci cm e dischi che durano le ore, perché poi a ripensarci parrà sempre che non si sia fatto in tempo, fatto abbastanza, che ci si sia fermati all’uno massimo due e mo tocca rientrare a lavorare.
Per l’estate dilatata, scegli Tony Molina, forme brevi e quantità.

Giovanni Succi – Con Ghiaccio

In verità non una bella copertina

Arrivaci a cinquant’anni con addosso l’urgenza e l’ingenuità di Giovanni Succi, nato, dice, «l’anno della luna, uno dopo Woodstock».
Per il suo disco dell’estate decide di dispiegare forme e generi letterari come chi non sa cosa di preciso avrà voglia di leggere sul dondolo, e mette in borsa i Delitti esemplari, Papà Goriot, Il mar delle Blatte e Il Conte di Kevenhuller. Così Succi, impostatissimo sul registro lugubre, si cimenta nello storytelling da spiaggia formativa di Remo, il bagnino col nome appropriato, e in quello inacidito di Bukowski, che suona come suonerebbe Lungimiranza degli ODP se Max Collini rosicasse di più per i soldi degli altri e fosse meno nostalgico; nel flaneurismo de Il Giro, in stile Dalla\Roversi di Millemiglia; nelle assonanze da stand-up poetry di Artista di nicchia e nelle tirate purtroppo in stile Bergonzoni di Salva il mondo, che ha però dalla sua un bel groove; nel manifesto assurdo, pseudofuturistico D’Annunziano di Arriveremo in pedalò; nell’autoreferenzialità spinta lirica di Con Ghiaccio.
Con i tetri folk da primi Bachi da Pietra, addirittura le piano ballad, le marce coi synth zarri, qualche krautino. Ingenuo perché urgente: urgente perché astioso come uno che in fondo, tra una cosa e l’altra non ce l’ha fatta; eppure brillante, vivido a tratti come uno che tra una cosa e l’altra non ce l’ha fatta, ma non si capisce bene per quale motivo.
Estivo per ovvio, l’immaginario, e per alcuni fatti miei: ché nonostante Succi sia probabilmente una persona spregevole, riesce a suscitarmi un’empatia che dà sollievo a un’estate quattro piani sottosuolo e desolata. Come vedersi negli stessi posti, soli entrambi, manco per il cazzo salutarsi e nel dubbio starsi pure sui coglioni, e comunque vedersi sempre negli stessi posti mentre gli altri passano e abbandonano e fanno pure bene.
«Certi posti sono belli perché poi te ne vai», ha un bel dire.

 

paolo marco cintura
pmc

Vilma – Non vedo niente

L’album della mattinata, quello che ogni giorno mi serve per superare il velo di apatia e depressione della sacrosanta mattina estiva fatta di click sul mouse del computer e sguardi persi, sarebbe dovuto essere In on the kill taker dei Fugazi.

Ma è anche vero che questo blog (già mezzo morto) nasceva con l’arduo compito di parlare di chi in Italia suona e urla con tutta l’anima che c’ha in corpo ma che per sfiga astrale non ha il successo che si merita. Ho quindi fermato Picciotto e compagnia con l’n-esimo click sul mouse del player di youtube per aprire il bandcamp dei Vilma.

I Vilma sono dei ragazzi di Sassari, suonano qualcosa che sta tra l’emo e lo screamo, e non penso di avere molta voglia di presentarli, cosa che d’altronde ho già fatto QUI LEGGIMI.

Penso di averli visti suonare tre volte, l’ultima qualche giorno fa all’interno del festival – tenutosi nella selvaggia e ventosa cala di Porto Ferro- di Oh Dear Records , etichetta che li produce

Scrivo questa recensione per invogliarvi ad imparare a memoria qualche canzone della band. del perché ve lo dico fra poco

Non vedo Niente è uscito qualche mese fa ed è il quarto pilastro dello stile musicale dei quattro.  Dopo Vilma, Primo e Miyagi, questo album conferma l’aspetto strutturale della band: se la batteria di Tommaso e il basso di Simone danno sempre l’impressione di costruire muri di geometrie rassicuranti, ritmicamente incalzanti, pareti che si toccano e formano un vero e proprio cubo musicale, area nella quale l’aria è assorbita dalla chitarra di Ovidio, elemento di spicco della band. Le sue trame sonore sono il punto di congiunzione di vent’anni di sonorità alternative. Echi e dissonanze, rumori da spazio profondo che ricordano un attimo i MBV e un secondo dopo i 65daysofstatic. La sezione ritmica è rocciosa, quella chitarristica un fiume in piena di anarchia compositiva. Ovidio trova la strada del riff perfetto senza leggere le mappe rassicuranti e sicure della teoria musicale, preferendo alla staticità delle regole compositive i propri istinti quotidiani.

Detto questo, lo stato emotivo è stretto nei pugni del cantante e compositore, Olmo, che con la voce e i testi porta il gruppo nella terra del qualcosa-core all’italiana.  I testi dei Vilma parlano di cose private, di storie d’amore poco appassionanti, di amici che spariscono, dei dolori e dei guai che succedono e che – sarà colpa dei luoghi – non si staccano, e rimangono appiccicati come maledizioni. Non c’è politica o società nei testi dei Vilma, gli abitanti delle sue storie sembrano fantasmi di una provincia abitata da eterni adolescenti.

“Oggi non sono io/sono quello che questo corpo vuole/domani mi impegnerò/per dimenticare /che non è facile la cosa giusta/prima che il corpo sappia di quello che ho fatto/prendi un respiro schiantati contro di me/domani taglierò via/questo pezzo di me/domani all’alba/taglierò via/tutte le cose che mi uniscono a te/ma non è facile la cosa giusta/prima che il corpo sappia di quello che ho fatto/prendi un respiro vai molto lontano da me/non è davvero la stessa persona/finché non è la stessa persona/ma non è nemmeno la stessa promessa/finché non è la stessa promessa.”

 

Motivo per il quale il pantheon dei personaggi  nei testi di Curreli che  hanno un volto/nome vengono da quel periodo storico di quando era(va)(m/)no ragazzini.  Tipo, se c’è il Miyagi di Karate Kid come mentore esistenziale nell’omonimo EP, in Non Vedo Niente è il turno di Julian Ross, il trequartista enfant prodige di Holly & Benji, storia della promessa bloccata, di un predestinato mancato. Per quanto riguarda i riferimenti letterari, se in precedenza era toccato a Levi (in Primo), ora tocca a Borges, nell’omonima canzone, dalla quale poi arriva pure il titolo dell’album

Io potevo stare una vita dovunque/e la mia testa era una biblioteca/ma non ci sono più parole sui libri/ed ogni strada è qualunque strada/ed ogni cosa è qualunque cosa/e anche la musica è rumore bianco/e la mia voce non tornerà più/non vedo più niente non vedo più niente non vedo più niente non vedo più niente

Diciamo ai quattro di farsi coraggio e cominciare a suonare in giro per la penisola e di lasciare le “sacre sponde” sarde e di abbandonare temporaneamente la batcaverna del bar di Mauro, perché ci sono ragazzini che hanno bisogno di loro, da qualche parte tra Milano e Crotone. Ai Vilma auguro di togliersi la casacca di Julian Ross e di indossare quella di Benjamin Price.

 

dicevo prima di imparare a memoria qualche canzone della band. il fatto è che vederli suonare, potendo cantare con loro qualche canzone, è una delle cose più belle che si possa chiedere oggi al mondo della musica italiana.

 

ANTEPRIMONA! Stocktones – Laundromat

Ci siamo miracolosamente accaparrati l’anteprima di uno dei dischi dell’anno, Stivale e fuori dallo Stivale. Se pensi che stiamo esagerando, allora fatti un giro sul sito e vedi che siamo gente di difficili entusiasmi.

È successo questo: nella sede italiana della Oh! Dear Records, un loft in una via simbolo di Bologna, la CEO e padrona di casa (Tea) beveva un birrone con il nostro inviato PMC, e insieme ascoltavano dischi dal presente e eventualmente futuro roster dell’etichetta. Fresca di due belle uscite (i Vilma e i Black Black Istanbul), eppure mai paga, Tea introdusse Laundromat degli Stocktones con circa un «va bene tutto, bravi tutti, ma senti quanto spaccano questi, sono gli anni ’90, è quella cosa lì, io li sto fisso ascoltando, non vedo l’ora che escano cazzo». Catturato fin dal Please stop me d’apertura, dal timbro, dall’entrata a gamba tesa nel mood, PMC capì che la foga di Tea ci stava tutta, e anche di più. Altri birroni, birroni anche con Valerio Astio, che è food blogger e bassista del gruppo, e Laundromat che per un paio di mesi è rimasto in circolo, nel nostro privato circolo, giù fino a poterlo finalmente presentare a tutti, ora che la stagione è bella.
In attesa del 9 giugno, quando in occasione dell’Oh! Dear Summer Fest II potrete sentirlo dal vivo al Mikasa di Bologna, comprarlo, lapidare di biancheria intima gli Stocktones in persona. Oppala, embeddiamolo:

Le cose canoniche da dire: gli Stocktones sono in tre e fanno base a Perugia. Il nome è un omaggio a John Stockton, il leggendario play degli Utah Jazz detentore del record di assist in NBA. Suonano un punk rock intriso di dolce malinconia, autocommiserazione aggressiva e umori post-adolescenziali che tenderemmo a chiamare emo, non fosse che nelle ballate ricordano più quell’indie da radio dei college americani, una cosa che forse neanche esiste più.

Presi sotto da Laundromat, nelle ultime due settimane l’abbiamo fatto sentire a tutti gli amici venuti su senza mai vestirsi da adulti, tipo Alessandro che sull’astuccio scrisse a pennarello over reacting, over again da Shorty, o Davide che sulla giacca ha una toppa con la casa più famosa del Midwest: «cazzo gli Eversor», «eh, ci avevo pensato anch’io». Tutti noi vogliamo bene agli Eversor, perché September e Breakfast Club sono due dischi troppo belli per essere venuti fuori davvero a fine anni novanta dalla deep provincia marchigiana, da un gruppo che suonava thrash e poi all’improvviso ha girato così. Fai qualsiasi playlist emo per gente sgamata e appassionata, e quell’inno senza tempo e senza contesto che è Even Less sei tenuto a metterlo.
Perché diciamo questo: perché in culo all’idea che cantare in inglese sia una tappa di maturazione fino all’inevitabile approdo all’italiano «che poi adesso l’italiano funziona di più, suoni di più in giro», o una roba da provincialotti calcolatori che sognano di sfondare all’estero. Ok i Fine Before You Came, ok i Gazebo Penguins e tutti i gruppi a cui cambiare lingua ha giovato. Sentiamo oggi gli Stocktones e pensiamo sì ai Get Up Kids, ai Jawbreaker e ai Superchunk, ma prima ancora ai vecchi gruppi italiani che portiamo nel cuore, e a quanto siamo contenti di risentirli freschi e nuovi negli stacchi di Reasons To Hold Tight, nei momenti di down tipo Horror On TV, nelle parole di conforto di Right Now. E speriamo che gli Stocktones siano gente ostinata, almeno loro: che prima di cambiare qualcosa ci facciano almeno altri cinque dischi come Laundromat, perché sentiamo un gran bisogno. Da parte nostra, gli promettiamo di ricantargliele a memoria in faccia ogni volta che potremo.

Ché magari ragioniamo in italiano per andare a fare la spesa, ma ricordiamo le parole dei Texas Is The Reason e dei Jawbreaker raccontare gli alti e soprattutto ai bassi di noi ragazzini; e quando ancora ricaschiamo in quegli umori e abbiamo voglia di cantarli, li ricantiamo con quelle parole, senza tradurle e magari storpiandole anche di quel tanto.

Alessandro, Andrea e Valerio coi triacetati sudati da lavare a gettoni

John Stockton non sarà stato un gran realizzatore, ma senti la tripla che infilano a freddo gli Stocktones: parti con The Worst Of Me e ci senti più che i soliti americani, le cose nordeuropee calde come i We Were Promised Jetpacks. Le schitarrate pulite e le linee vocali tanto curate quanto slacker dicono subito che le melodie stanno al centro, gli arrangiamenti vengono di conseguenza e nulla tolgono o nascondono. Tiriamo un sospiro, perché ci pareva che tante band pur belle si stessero perdendo da qualche anno in barocchismi e arzigogoli da horror vacui, e tra tempi dispari e tapping non venissero più le canzoni, i ritornelli. Con tutto il bene che si può volere ai TTNG, con quello che abbiamo voluto ai Crash Of Rhinos, adesso era di singoloni come Coastlines che avevamo voglia: venti secondi di strofa e dritti al ritornello di quelli da singalong, arpeggio, seconda strofa, sezione strumentale e ritornello alla fine. Fatta. Parte Crowded House ed è già ritornello, di nuovo, con la voce di Alessandro che riesce a rompersi senza strafare, sporca il tanto, sceglie linee solide e chiare al punto da potersela giocare solo sull’intensità.

Dell’indie coinvolto ti accorgi in Something Wrong, ma l’indie bello, l’alternativa melodica ai gruppi testosteronici da palm mute e gare a chi canta più alto: senti il duetto m\f e sono subito i Lemonheads di It’s a Shame, i Versus e i Drop Nineteens, addirittura. Poi c’è Keep Spinning che sembra portare ai Mineral, ma ha gli stacchi dei Dinosaur Jr. lenti, e Magnetized che non vediamo l’ora di dedicare alla biondina ciocca verde e maglietta dei Misfits, fumando una zizza nel parchetto del college che era in realtà per noi probabilmente un buco sciatto con due ficus tossicodipendenti di fronte a un ITIS malvagio, ma ascoltando gli Stocktones diventa un posto bellissimo e nessun ricordo fa male davvero.

Dischi del mese #2 – Aprile e Maggio

Aïsha Devi – DNA Feelings

Mentre la stampa musicale si ingegna per scrivere la recensione più estrosa al  nuovo album di Calcutta, nel mondo reale c’è chi si prende la briga di fare musica vera: tipo Aïsha Devi o gli Hare Krishna. Questa potrebbe sembrare una tautologia, perché in effetti l’ultimo disco della Devi suona come un portale dimensionale su un futuro cui gli Hare Krishna hanno preso il controllo del CERN, trasformandolo in un laboratorio di ingegneria genetica in cui impiantare campanellini del cazzo nella testa di ogni essere umano.  Il bello della Devi è che volge la distopia in visione idilliaca, sintetizzando tonnellate di elettronica HD in strutture aeree da far invidia a Bjork e Holly Herndon. Nel futuro dell’uomo c’è il biohacking, il colonialismo spaziale, il trascendimento del limite attraverso l’uso e l’abuso della macchina, e tante altre belle visioni psichedeliche che sicuramente non ti dà il paracetamolo.

Elysia Crampton – Elysia Crampton

La ricerca di questa poliedrica artista interessa l’identità di genere e le radici etniche delle minoranze, in primis quella latinoamericana di cui lei fa parte. Attraverso un raffinato mix di recupero della musica tradizionale e influenze contemporanee, la Crampton riesce a dare vita a composizioni variegate – in equilibrio fra l’espressione di un’intimità complessa e l’attitudine danzereccia della musica urban. Punto più alto del suo lavoro è Demon City, album del 2016 in cui luci e ombre si organizzavano in un prisma elettronico dai suoni nuovissimi. Invece, in questo disco, la Crampton sembra tornare a una dimensione più tradizionale, recuperando la musica latina e la cumbia, traducendola nel canto di una sirena che deve spiccare sul fondo del rumore bianco mediatico. Un  progetto sonoro che cerca di ragionare sulla forma, in un ipotetico dancefloor sospeso sul mare.

g. bit

 

 

 

 

 

‘Sta luna pare ‘na scorza ‘e limone

Nu Guinea – Nuova Napoli

E com’è blu ‘stu cielo ‘e cartone.
È grigio invece il cielo sopra Berlino, checché se ne dicesse tempo fa. Aquilina e Di Lena lo spaccano, diradano anche la bicromia della pur bella copertina in stile esotista prefascista, accendono ceri ai santi Senese e De Piscopo, vengono fuori con un disco che ha il vivido technicolor del Morricone funkettone (ne conservano anche la vocazione all’arrangiamento sontuoso, che non lesina, e prima di stratificare dà modo a ogni singola voce coinvolta di emergere e fraseggiare protagonista: oh, è anche jazz) e i colori tenui da dresscode di un aperitivo interessante ed esclusivo su una terrazza in costiera e mocassini non cafoni.
È tanto un’operazione culta, da musicisti a musicisti, quanto musica da applicazione a contesti, come gli autori stessi suggeriscono: «we recommend listening to Nuova Napoli while walking in the alleys of Napoli’s historic center, around wet clothes hanging and street vendors on tiny three-wheelers.»
Per essere un recupero di sonorità e attitudine prog fusion dei Settanta, questo disco suona più vivace, suonato e veloce dei lavori di tanti producer prezzolati sulla scena internazionale, caz: curatissimo nelle orchestrazioni, cantato da Dio nello strillare sguaiato e nel sospirato suadente di Fabiana Martone che suona come *la città*, magnaccio nelle movenze; eppure ancorato agli epicentri melodici come fosse un disco di Herbie Hancock, a livello di ispirazione Herbie Hancock, dunque miracoloso.
Nostalgia non pervenuta, ché questa musica è una cinquantina d’anni che sta ferma, paludata, e per conquistarsi pubblico ha dovuto appigliarsi all’immaginario visivo (ovvio tirare fuori i Calibro 35 e cloni): necessità alla quale neanche i Nu Guinea sfuggono, tanto che siamo arrivati a parlarne un po’ tutti sull’onda della Napoli ritrovata capitale musicale per il lavoro del regista Lettieri sulle canzonette del progetto Liberato. Poco importa, qui è il groove a parlare e bastare per se stesso.

Adattando un titolo di Romare, altro produttore che ha trovato il suo rimedio alla coltre grigiocompatta dei grandi bacini d’impiego europei, diremmo Meditations On Naplecentrism.

paolo marco cintura
pmc

 

 

 

 

 

Big Cream – Rust

Ieri stavo scrivendo le domande per un’intervista a una band americana; l’intervista poi è saltata e adesso mi ritrovo con queste domande da quattro soldi; una di queste era basata sul fatto che la non-suddetta band è una delle più grosse a fare una musica in quella forma tipica dei novanta, tutta chitarra-basso-batteria, e d’altronde la band andava forte proprio in quegli anni. E mi sono chiesto se negli ultimi tempi avessi ascoltato qualcosa di veramente bello e potente, che fosse fatto di chitarre, di quelle cose che puoi ascoltare mentre ti addormenti con una birra tenuta sul petto e fuori la finestra aperta ci sono 30 gradi; o magari una roba da ascoltare mentre viaggi verso la campagna, capito?

I Big Cream sono uno strano caso, perché suonano come i vicini casa di J. Mascis quando il leader dei Dinosaur Junior skateava per Amherst (Massachussets), ma vengono da ZOLA PREDOSA, che è tipo un paesino dove nel parco ci sta un bar dove fanno le tigelle e le crescentine.

Potrei essermi già stancato del revival emo anni ’90, davvero, ma i Big Cream te lo fanno sopportare. Rust è un album che non ha un pezzo davvero più forte di un altro, dove tutto, sì, sembra già sentito altrove, eppure è un qualcosa in più. Non c’è nostalgia nella loro musica, non c’è voglia di rifare qualcosa o di riavvicinarcisi, ma sembra proprio che per il trio questa sia la “loro” musica, fatta di coretti, fuzz, riff forgiati sulla pietra, volumi alti.

Sarà che sono una persona che sta affrontando qualche tipologia di depressione da quattro soldi, ma mi chiedo se anche voi, a una certa età, ascoltando certe band e certe sonorità, non vi venga davvero voglia di ammazzarvi per tornare indietro nel tempo. Big Cream, se succede è per colpa di gente che come voi.

Farabegoli su Rumore ha già scritto una cosa sul nome della band, quindi mi chiederò altro sul titolo dell’album. È una dedica a Neil Young?

Iceage – Beyondless

L’album si apre con qualche secondo che pare l’intro di una puntata di Game of Thrones, di quelle puntate girate nel deserto. O, forse, sembra una roba tipo alla Conan. Sono esattamente 4 secondi, poi parte una delle cose più divertenti e fresche degli ultimi tempi. Sono un tipo che per un paio di anni buoni ha idolatrato come Gesù Nick Cave, un tizio che, nel 2018, pare stia diventando finalmente una sorta di figura paterna, modello del frontman del rock – non quello dei nonni tipo Roger Waters, ma quello dei padri fondatori, Elvis, Jim Morrison, capì ? – e io penso che in questo album aleggia quella roba fuori dal tempo storico che sono stati i Birthday Party, pietra grezza e impossibile da formalizzare per quanto malatamente  australianamente punk fosse. Gli Iceage sì, sono dieci volte più melodici, ma un pezzo come Catch It può considerarsi quella roba e incastonarsi tra gli ascolti più belli del 2018.

 

 

DDA

 

 

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Sono in una zona oltre il distorto dove c’è di nuovo il pulito

Amico di pmc

Al Cisneros e i messaggeri della dopa – The Sciences (2018/4/20)

Nel 1998 la vita era semplice. Su Telemontecarlo la mattina davano Ranma. Su MTV c’era l’Anime Night con Cowboy Bebop ed Evangelion. Gli Sleep registravano Dopesmoker. Quando Paolo Marco Cintura mi ha detto che dopo 20 anni di Shrinebuilder, OM e High on Fire, Cisneros & Pike (e il batterista dei Neurosis credo) precipitavano nell’immanente un nuovo escathon mi sono dovuto preparare psicologicamente.

Ecco, diranno i miei piccoli lettori, che quel coglionazzo di Washitsu ci propina altre 1500 parole con scopiazzature insipide di Hunter Thompson, droga, riferimenti pop, magari qualche stronzata su Crowley, malamente travestite da recensione musicale. No amici miei. Questo è il tempo di fare le cose seriamente. Questo è il tempo degli Sleep.

Faccio religiosamente partire la prima taccia attutto volume coi bassi sparatissimi abbombazza, e vengo investito dall’overture sonora di Alien. Il suono si degrada e sfrequenza, entrano sfrigolii e fuzz. La cosa va avanti per tre minuti buoni, senza melodia né ritmo. Il tempo perde il suo significato, e il linguaggio musicale, ormai distorto oltre ogni ragionevole dubbio, trascende in qualcos’altro. Inizia la prima canzone, che è una dichiarazione d’intenti semiotica: un lungo, pulito messianico Do che lascia il posto a un secchissimo ribollir di bongio. Ave Maria.

A parte la ganja, che ormai è una scusa – e l’hanno capito un po’ tutti – tre cose convergono in The Sciences, arrotolate su loro stesse in un onirico frattale autoriferito:

  • I Black Sabbath sono grandi e Tommi Iommi è il loro profeta. Non-nonironicamente lo Iommismo attraversa in traiettorie diagonali tutto il disco a partire, sempre dalla traccia 2, dell’annuncio Planet Iommia Nearing/Through Iommosphere.
  • Una vena sotterranea e quasi letteraria, nella quale Cisneros si fa cantastorie fattone di robe assurde, tra astronauti fumatissimi, armate iperboree degne di Clark Ashton Smith e (stacce zì) barboni drogati.
  • Terzo e decisamente più importante, l’autonarrativa implicita nella realizzazione tecnica del disco, il passaggio dall’arte alla scienza. Rispetto ai riff sporchi e veloci e alle liriche latrate di Holy Mountain, o alla desertica spigolosità di Dopesmoker – comunque un point de capiton Lacaniano che ha (ri)definito un genere, una generazione musicale e un nuovo modo di intendere la fattanza – The Sciences trasuda la posata tecnicalità dello studio. Agli overdrive si sostuituiscono fuzz più caldi e pulsanti, frequenze meno sature, e la voce stessa di Cisneros diventa percettivamente più matura e meno macchiettisticamente declamatoria.

Una doverosa menzione va al vero gioiello del disco, Antarcticans Thawed, un piccolo mostro di 14 minuti e 23 secondi dalle progressioni calcolate al millesimo. Dal crescendo iniziale, al plateau centrale nel quale Cisneros sovrasta Pike come un predicatore allucinante, fino ad un assolo che è più un lungo pensiero astratto, continuamente giocato sul filo del troppo lento/troppo veloce, troppo Iommistico/troppo poco, troppo sbrodolo/troppo tecnico. In punta di cesello.

Quella del 2009 non è stata una reunion impastata con lacrime e merda come se ne sono viste fin troppe, e The Sciences lo prova. Tutti e tre i percorsi individuali di Al, Matt e Jason convergono ed ascendono. Sarebbe facile uscirsene con la solita solfa del fraté fumati na canna e ascolta ‘sto disco che ti fa trippare. No, Salvini è ministro ora e io dico basta con queste cagate da rimastoni comunisti drogati. Ascoltatelo da sobri, bevetelo come resina dal cosmico albero dei riff. The Sciences non vuole nostalgicamente tornare all’escapismo dionisiaco di Dopesmoker (anche se abbiamo tutti accarezzato quel suo meraviglioso Ddddddddrop out of life with bong in hand e chi dimentica è complice), ma costruisce il suo shanti in Terra, e lo fa con apollinea dedizione e concretezza (Hierophant sun prevails). E vabbé, sì, anche svariati chilogrammi di erba di Salomone.

Washitsu
Washitsu

 

 

 

 

 

 

Verremo al contrattacco II

Lodo Guenzi e Andrea Scanzi

«Mi sono rotto il cazzo della critica musicale. Non siete Lester Bangs, non siete Carlo Emilio Gadda. Si fa fatica a capire cosa scrivete, bontà di Dio!».

Ho a lungo meditato su queste parole dei Lo Stato Sociale. Ma invano, avendo fin da principio raggiunto il grado di consapevolezza sufficiente ad agire, sentire, in senso contrario a qualsiasi indicazione, direttiva stilistica e comportamentale, ipotesi ideologica, propugnata dai Lo Stato Sociale e dalla maggioranza già di per sé affatto silenziosa della quale si sono fatti tra i più efficaci, grottescamente iconici, innecessari portavoce.
Se questo poi potrebbe leggersi come si assiste agli spari sulla Croce Rossa, basterà far notare come in certi casi sia la Croce Rossa, dalle feritoie dei suoi cingolati pesanti, a spararci raffiche addosso. Mentre noi per difenderci abbiamo solo queste quattro tavole di compensato, e la merda per tenerle su. E siamo anche mezzo nudi, e tremiamo di freddo e terrore.

Bisognerà dunque emulare le gesta descrittive barocche di Carlo Emilio Gadda: fare che siano gli oggetti disposti, le musiche, a suggerire le forme espressive da adottare. Le chiavi di ascolto, diverse come son diverse le musiche, per tentare di comprederne la natura fino all’infinitesima componente, il più breve intervallo, ogni singolo colpo di grancassa. In una nevrosi di subordinate rigonfie di lessico, spregiudicate neoformazioni come spregiudicata è la linea vocale blinkeggiastica di questa The Future che proprio adesso la mia Trust Dixxxo sta diffondendo, seconda traccia del centottantaduplice disco dei The World Is A Beautiful Place & I Am No Longer Afraid Of Ammettere che ho imparato a suonare bene, a fare gli arpeggi che nel periodo del post rock andavano strabene, ma da ragazzetto mi piacevano gli AFI, e adesso che la cosa del post rock è andata, e va di moda il passato brutto, guarda cosa ti combino. In un nevrotico gliommero la cui dissoluzione sia possibile solo per identificazione della forza che è forza vitale, motrice e matrice dell’intero universo, in ogni musica e in ogni tappo di sughero, borsa da donna, calzino, abat-jour; eppure imperscrutabile, indefinibile, irriducibile a parola.

Armarsi di sciarpe di seta, e pipe, ascoltare Mozart, come il padre di Kyle nella sua fase di ispirazione letteraria da recensore per Yelp. South Park.

Appicciare incensi alla naftalina, alla cenere macerata dalla pioggia, alla brezza di alghe decomposte sul lungomare di Alghero, al fegato di suino, e poi stilare un piccolo vocabolario di lemmi assonanti; quindi impiegarlo per restituire, per mimare, anche al lettore più distratto, la voce di King Krule nel suo nuovo The OOZ.

O piuttosto fare come Lester Bangs, riprodurre, fin dal gesto meccanico di battitura sulla tastiera, i ritmi febbrili degli anni settanta, i virtuosismi sui toni alti dei cantanti dai capelli lunghi; battere sui tasti con la stessa violenza di un allegro Bonzo ubriaco, e leggere sullo schermo che quelle frasi lapidarie, secche ma rimbombanti bombastica, vi aderiscono perfettamente. Farne professione, guadagnare, esserci sotto per poi esserci dentro, per raccontare tutto e raccontarsi sempre al meglio, in una anti-agiografia che tracci la mappa della perdizione italiana musicale e perimusicale. Sempre col cinismo di chi Mannarino lo conosce, ci ha bevuto dalla stessa bottiglia, e ti dice che guarda: un coglione così… e poi lo sa, perché la musica viene fuori come viene fuori, e con esattezza.

Fare tutto per esprimersi, fare il minimo per farsi capire: si scrive di musica per un’esigenza conoscitiva che richiede l’impiego di sinestesie anche le più azzardate, calchi dal francese, metafore osate e sperimentalismi formali e strutturali, e senza mai la presunzione di afferrare il punto; figurarsi di spiegarlo. Tutto il resto è esercizio sterile, come guardare la musica al microscopio con l’occhio chiuso come Frank Drebin, e catalogare senza mai chiedersi cui prodest: enciclopismo.
Bisogna scrivere troppo o troppo poco, e sempre con criterio: la lunghezza di un testo ne è parte integrante, carattere paratestuale; comunica quindi a sua volta, o perlomeno contribuisce a comunicare. E scrivere con alterigia, manifestando una competenza che dev’essere oltre la soglia dell’avrei-potuto-scriverlo-anch’io. Che debba essere competenza reale, con solidi contenuti e elementi anche ideologici. Rivolgendosi a iniziati, sì, ma con il senso di inclusione per chi iniziato non è, ma ha una connessione a internet e possibilità di controllare i riferimenti, curiosità di capire quel che sulle prime gli sembra uno sfoggio insensato di proprietà di linguaggio.

Può sembrare che non ne valga la pena. Ma anche solo perché i Lo Stato Sociale dicono il contrario, capisci che.

[Già apparso su www.debaser.it il 31 ottobre 2017]

paolo marco cintura
pmc

Calcutta – Evergreen

Calcutta è bello perché piace. A me piace quando sono sbronzo

Anonimo trevigiano, probabilmente alticcio.

Preambolo: ho una teoria sui bullet hell. Se uno ha la sfortuna di non essere nato asiatico, deve operare alcuni cambiamenti sottili sul proprio sistema nervoso per vincere ai livelli alti di roba tipo Tohou o Ikaruga, adoperando input psicotropi. Le sigarette, una dieta povera di carboidrati, ma più importante ancora è la colonna sonora (e quelle dei videogiochi fanno cagare, insieme agli effetti sonori). La cosa importante è che sia musica posata, rilassante e introspettiva, per stemperare le punte di tensione muscolare della nicotina.

Quindi per festeggiare 500 ore su Enter the Gungeon ho messo su Evergreen di Calcutta. Normalmente non mi degno di ascoltare gente che prende i dischi d’oro, ma ho fatto un’eccezione perché dovevo inoltre scrivere ‘sta cazzo di rece. Calcutta mi ricorda vecchi compagni di università un po’ sornioni e introversi, dotati di quella cosa che noi giovani chiamavamo polleggio o pollaio. Quella gente che se frequenti poi finisci per pensare bene del sud Italia (salvo poi ricrederti quando scendi in vacanza dietro loro insistenza e nel giro di mezza giornata assisti a crimini contro il patrimonio, percosse, colpi di arma da fuoco, spade di eroina lanciate a mò di freccette e cani morti in putrefazione tipo rive del Gange). Dicevo, Calcutta. Mi rilassa. È quella piccola fioca pulsione di morte implicita in una partita, quando dopo aver zigzagato tutti i pattern del penultimo boss con precisione sudcoreana per un attimo vorresti solo fermarti e prendere il singolo lento e patetico proiettile di un mob di primo livello.

Calcutta: c’è bisogno che vi faccia il riassunto di chi è, di cosa ha fatto? Andate a leggere gli approfondimenti di Rolling Stone o una roba simile. Cantautorato indie, smarrimento dei millennial, amori agrodolci. Evergreen: intanto partiamo dal presupposto condiviso da chiunque non abbia subito una lobotomia amatoriale, che ci sono due gaussiane sfasate, una ascendente per quel che riguarda la composizione musicale, una in caduta per quel che riguarda i testi. La triade Conte-Ranieri-Battisti filtra prepotentemente dai synth low-fi. Probabilmente ignorati dai più, nelle chitarre riecheggiano i Diaframma di Fiumani (t’infilo quattro dita nel culo e bla bla bla). A livello subliminale, un tocco di stoner drone doom, ma forse mi sono drogato troppo io, perché l’altroieri l’ho sentito anche nel jingle di Omnibus. Ah, no, spe, erano i Verdena. Ma probabilmente potrei continuare con altre facce e altri decenni: il disco si propone (in modo non del tutto deliberato) di venire celebrato come la summa teleo-illogica degli ultimi 50 anni di musica leggera italiana, layerz e ironia inclusi: patetismo, o sole o mare, un rapporto con la sessualità che farebbe venire il durello a Freud, Lacan e Jung contemporaneamente, call center, regionali zozzi, Bologna (implicita), la Rai (esplicita, traccia 9), nostalgia, fischio nelle orecchie da pressione bassa, le metafore calcistiche.

Il fatto è questo, quando ascolto Evergreen, va sempre a finire che poi rimetto su Mainstream. Non so se la capirete, ma è come quando ascolti Rain of a Thousand Flames e ti viene solo voglia di rimettere su Symphony of Enchanted Lands perché aveva quella grinta un po’ scazzona che ti dice di più. Perché sai, in fondo al tuo piccolo cuoricino fascistoide, che gente tipo Turilli se cerca di mettere un’aria un po’ più competente, non è credibile. Non che il parallelo sia del tutto pulito (poca roba lo è, con Calcutta), ma l’idea è di trovarsi su una strada già battuta, solo con più lampioni, dissuasori e goldoni usati nelle piazzole di sosta. Confronto un attimo due robe. Evergreen, Pesto, traccia 3: ‘Mi hai lasciato nei sospiri nel letto / Un filo di voce / Un filo di ferro dentro l’orecchio’. Bene, ma non benissimo. Mainstream, Limonata, traccia 5: ‘Ma io vorrei restarti accanto / Se fossimo bambini / Guardare il cielo da fessure come topi nei tombini’. Che cos’è il genio, etc etc.

Per chiudere con una nota positiva, dicevo, che mi piace mettere Calcutta quando gioco ai bullet hell perché immanentizza quella reazione pulsionale di cui sopra, permette a me di soggettivizzarla. Perché quel proiettile se l’è preso lui, per tutti noi, così da lasciarci liberi di stuprare analmente il boss di fine livello. Grazie Cineblog, voto: quattro Faramir e mezzo Chihuaua. Per il lungo.

L’unica opinione possibile sul nuovo delle Scimmie Artiche Nucleari

I Fall nel 1977.

Cute new places keep on popping up
Around Clavius, it’s all getting gentrified
The Information Action Ratio is the place to go
And you will not recognise the old headquarters

È curioso in Four Out Five, la canzone accettabile del nuovo disco degli Arctic Monkeys, sentire Alex Turner esprimersi ironicamente\criticamente sulla gentrificazione, quando il suo gruppo è sempre stato e per sempre sarà l’equivalente musicale di un boulevardier da otto euro servito in un ex barattolo di conserva. Suonerà poi questa come una sparata gratuita: pazienza. Alla fine c’è chi i boulevardier da otto euro serviti in ex barattoli di conserva se li sorseggia in comodità, senza mai lasciarsi sfiorare dal sospetto di essere gaggio perso.
Il Tranquility Base Hotel + Casino, intendo l’edificio, pare con la sua antisinuosità brutalista voler richiamare quelle nuove architetture citazioniste da SoDoSoPa; sorta però non su un lotto miracolosamente edificabile o sulle macerie di un centro sociale, ma su un pedale. Se non è una dichiarazione di poetica questa, non so che cosa sia una dichiarazione di poetica. È una bella intuizione da copertina infatti, giunta dopo le due ultime che proprio non ce ne fotte, non ci abbiamo manco voglia di pagare il grafico, fate voi. Credo che la userò come giudizio per tutti i dischi smaccatamente borghesi a venire, tipo nel 2020 sul nuovo Black Keys: «we hai sentito che chitarre? Hanno usato il pedale col Tranquility Base Hotel + Casino sopra.»
And so on and so on and so on.

 

La copertina si salva, insomma. Il disco invece suona come i Last Shadow Puppets senz’archi, i Timber Timbre senza ispirazione e senz’anima. Finalmente sentiamo gli Artici onesti, dopo dodici anni a fare i cosplayer di un gruppo garage inglese. Li sentiamo oggi al netto di quelle dinamiche garage che spingevano le loro generiche radiofoniche ballate indie pop ad accattivarsi le orecchie di un pubblico mediamente scaltrito, anche non strettamente radiofonico generico. Tranquility Base ci dice che quel che resta al netto della disonestà è noia borghese royal deluxe, per quanto ricercata e dichiarata fin dall’impatto visivo col disco. Come se per qualche assurda ragione avessero voluto fare un concept harakiri su quanto in realtà siano sempre stati abbastanza scarsi, su quanto il timbro e il flow di Turner non potessero essere sufficienti ad alzare i milioni che hanno alzato: quest’aspetto rende il disco contemporaneamente molto brutto da sentire e molto bello da pensare.
E dire che prima di raggiungere la vetta della mediocrità fm rock con AM (e tornare, com’è logico, a vendere a livelli), con Humbug per merito di Josh “Pour” Homme, e soprattutto con Suck It and See, l’impostura garage gli era quasi riuscita, ché con quei suoni lì quasi ci credevamo tutti che, in fondo in fondo, cacca cacca non fossero.
Invece cacca erano.

C’è un lieto fine. Il mio barbiere di fiducia a Bologna si chiama Farid e opera in via Mascarella. Da aprile ha spostato il suo salone di una trentina di metri sulla stessa via, e ha deciso di chiamarlo barber shop, con tanto di baffi alla prussiana stilizzati per logo. La nuova veste gentrificata prevede inoltre una chitarra e un basso in esposizione su due armadi di quelli in metallo, da ufficio, così che andare a farsi i capelli sia anche un’esperienza estetica in un ambiente curato. Del vecchio salone ha conservato comunque la sūra del Corano in oro, due magliette di Taider del Bologna in cornice, l’ottimo rap marocchino dalle casse.
Prima con dieci euro mi faceva il taglio. Ora per la stessa cifra mi fa taglio + shampoo.

Ce ne fossero.

 

Musica per scrivere, studiare, leggere, dormire, musica per non ascoltare -#2 – il collasso fisico di William Basinski

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“Gli artisti che furono etichettati come appartenenti al genere “hauntological” erano immersi in una formidabile malinconia e a tutti stava a cuore entrare in qualche modo in relazione con il processo tramite cui la tecnologia materializza la memoria; da ciò, una fascinazione per la televisione, per il vinile, per i nastri e per i suoni emessi da queste tecnologie nel momento della loro rottura. Questa fissazione per la memoria materializzata diede origine a quella che è probabilmente la caratteristica sonora principale della hauntology: l’uso del crackle, il particolare crepitìo prodotto dalla superficie del vinile. Il crackle ci fa rendere conto del fatto che stiamo ascoltando un tempo scardinato; non ci permette di cadere nell’illusione della presenza. Inverte l’ordine normale dell’ascolto in cui, per dirla con Ian Penman, ci siamo abituati al fatto che il “ri-” della “riproduzione” venga represso. Non solo ci rendiamo quindi conto così che i suoni che stiamo ascoltando sono registrati, ma diventiamo anche consapevoli della presenza dei sistemi di riproduzione sonora che utilizziamo per ascoltare le registrazioni. Inoltre, dietro molta hauntology sonora c’è anche la questione della differenza tra l’analogico e il digitale: tantissime tracce hauntological sono infatti incentrate sulla rivisitazione della fisicità dei media analogici nell’era dell’etere digitale. I file MP3, infatti, sono certamente materiali, ma la loro materialità è occultata, ci è nascosta, a differenza di quanto avveniva con la materialità tattile del vinile o anche dei CD. “(quadernidaltritempi)

Mark Fisher scrive della musica hauntologica, quella che mette in crisi l’ontologia, quella fatta di fantasmi, fantasmi che si percepiscono ma che non esistono. Il solito Burial, certo, ma anche The Careteker, Leyland Kirby, tutta una certa jungle, il mondo sotterraneo – e sotterrato – della contiminazione degli eredi dei rave dei quali scrive Vanni Santoni in Muro di Casse che fanno i conti con l’incapacità dell’essere mortale di comprendere la dilatazione spazio-temporale del cyberspazio.

William Basinski è per eccellenza autore hauntologico. A livello tematico quanto – e soprattutto – nella produzione della sua stessa musica. Basinski è diventato Basinski quando ha abbandonato tutto un percorso musicale piuttosto classico (sassofono jazz imparato nelle scuole texane) per darsi al minimalismo di ispirazione a là Brian Eno. I capitoli che costituiscono i Disintegration Loops suonano come un brodo primordiale, vengono dagli anfratti più distanti della nostra realtà, forse da sotto la crosta terrestre. Una musica abissale, siderale come quella di un capitolo apocrifo di Metroid, oscuro e ancestrale, intraducibile quanto le immagini di Begotten.

Negli anni ’80 Basinski registra su nastro onde radio, cose del genere. Vent’anni dopo ha l’intenzione di trasportare su cd quei vecchi nastri… che si erano irrimediabilmente rovinati. Disintegrati appunti. Non così tanto eh, ma quanto basta per riempirli di crackle, e mentre il loop andava, il nastro che girava sul perno metallico si rovinava in modo indelebile.  Basinski ci aggiunge successivamente una leggera melodia, in modo tale da dare il tono a ognuno dei capitoli. Disintegration Loops I, uscito nel 2001, a quanto pare riflette i toni dell’11 Settembre che l’autore ha vissuto in diretta.

Le copertine dei vari capitoli sono piene di fumo, che è quello delle fiamme degli aerei di linea che si sono schiantati nel centro del mondo moderno, e quello stesso giorno Basinski registra con la sua videocamera lo skyline di New York.

L’immaginario del requiem si ripercuote anche con il capitolo II, che addirittura assume toni di una minaccia incombente. DL III  sa di alba (o di tramonto), certamente di una quiete.  Se il primo capitolo è straordinario alle orecchie novelle, magari è difficile cogliere la maestosità di DL IV, che è una lunga composizione in tre parti, con un incipit di speranza, un passaggio meditativo e un finale di ennesima rassegnazione.

Questa musica è uno degli apici dell’ambient, buona per essere (non)ascoltata in qualsiasi momento della giornata. Come con la musica di Eno da Discreet in poi, anche i nastri disintegrati di Basinski non richiedono chissà che esigenza audiofila (quella cagate del tipo 1500 euro di cuffie e lo stereo della nonna della regina Elisabetta) ma come è un drone-like che con innocenza permea l’epidermide di chi gli sta attorno, come un verme invisibile, alla ricerca della vostra ghiandola pineale.