Rapsodia in agosto

Sappiamo che ci sono tanti Richard Gere, diversi e antitetici. Il nostro preferito è sempre stato il Richard Gere civile.

A benedire il film, se non addirittura a motivarlo (non si trovano riscontri in dichiarazioni di Kurosawa), una coincidenza: la protagonista, hibakusha e  avversatrice stoica di quanto degli USA sia riuscito a penetrare il Giappone di fine anni Ottanta, si chiama Kane. Non troppo forzato, nell’opposizione polare tra Kane e il Citizen, scorgere un’affinità di destini.

[pmc]

 

Non compie gli anni: The New Age Steppers (1981)

Nell’anno di Sandinista! (era uscito tardi in dicembre), Adrian Sherwood ha vent’anni a Londra, la sua nuova creatura On-U Sound, tanti amici che suonano, un’idea chiara del futuro.
È una particolare declinazione del no future, perché implica militanza: il futuro c’è, è questo. 

I New Age Steppers sono un collettivo di amici punk che si divertono a suonare musica giamaicana. Tra loro, gente delle Slits e del Pop Group (si capisce allora quanto poco c’entri il nichilismo).
Sherwood è il ragazzo che organizza e orchestra le jam, le rielabora e le astrae; ne isola le componenti e una per una le interroga, le piega al suo volere a mezzo mixer. Le riassembla macchiandole di sue suggestioni.
Sentiamo il piacere masochista dell’essere conquistati, quello sadico del dissezionare il conquistatore.
Ne ricava un concetto di dub che come una biglia tira nel solco di un futuro che ha appena incominciato a tracciare: che continuerà a tracciare per quarant’anni, e per chissà quanti ancora.
È un fatto di carisma, perizia tecnica, gusto.
È la risposta più ovvia, e la più vicina alla verità, a cosa possiamo dare noi bianchi a questa musica? Un aggiornato scontento, un nuovo senso di rudimentalità, ma con lo smalto alla moda per le feste del nuovo decennio. In pratica, solo rogne.

La convivenza del talento da soprano di Ari Up, che nelle mani di Sherwood diventa una sirena e un violino, e dell’anticapitalismo visionario di Mark Stewart (in proposito si legga qui un bello scritto di Mark Fisher), polarizzati da bassi fermi in primo piano e eco di passaggio sullo sfondo, è culmine e giro di boa del punk inglese sul principio degli ’80.
Il punto di fuga, in senso prospettico e nel senso dell’escapismo, del riposo del guerrigliero urbano, del punk che scappa dal mestiere di fare punk e dalla canonizzazione, ma non dalle sue responsabilità; e nel dopolavoro continua a ragionare, a stare nel mondo.

[pmc]

Baus

È facile per noi ascoltare e pensare ai Pere Ubu, ma va detto che mi capita spesso di pensarli, tanto spesso che l’altro giorno sono riuscito a dire che la nuova dei Dummo mi sembrava una dei Pere Ubu. Quindi forse esagero (ho visto David Thomas di persona una sola volta, disorientato e malfermo di fronte ai cessi del Locomotiv, e ricordo di essere stato contento, per quel misto d’imbarazzo e apprensione filiale che mi prese, che quell’uomo non fosse mio padre).

Eppure bisogna essere onesti, ché se D. Thomas non avesse creato il precedente, il ragazzo di Oakland di questi Baus non avrebbe mai cantato, e avrebbe preso il posto invece una di quelle voci del cazzo tutte sospiri e lacrime; e basso e chitarra avrebbero concorso, dove invece è bello sentirle stare sulla batteria ognuna per la sua, tranne quando (su Cigarettes soprattutto) non si decida di fare ritornelli.
Gli up tempo sono elementari, primitivi, e l’effetto generale è quello di una versione ancora più base e filastrocca dei primi Pixies.
Spicca Fake News, con i call and response, che fa quasi Siouxsie, salvo poi impazzire. Proud invece meglio rappresenta.
I testi parlano come sempre di te.

Su questo disco ha suonato Anton Fier

[pmc]

Ha da turnà Ariellone

Se ne sente la necessità?

Esordienti Melbourne 2019. Vinile sessantamila lire.

Ai tempi parlavamo bene di Ariel Pink perché, nel dispiegamento dei suoi feticismi, tratteggiava un passato verosimile, ma tutto immaginario.
È strano: sentiamo ora alcuni abitarlo e divertircisi dentro.

[pmc]

In Gamma Zeno: The Minneapolis Uranium Club – Cosmo Cleaner

Il decennio dei Parquet Courts e degli Ought, alfieri degli anni ’10 di un certo post punk a tinte garage, si compie infine a Minneapolis, entrandoci poco o nulla con gli idoli Mats e con gli Hüsker Dü.

Se Zeitgeist c’è, gli Uranium Club mi pare lo incorporino, rimane difficile a dirsi, tra paranoie di futuribilità semiserie in stile Devo, modernariato da discarica alla maniera degli anarcoaccelerazionisti, continui capovolgimenti, deviazioni di senso e di buon senso.
Dei Parquet Courts e degli Ought suonano addirittura più centrati. Se i Parquet Courts indulgono a bpm da ballo, gli Uranium Club non spostano la tara dalla frenesia che al meglio accompagni i loro deliri (fa eccezione la seconda traccia, la meno riuscita). Condividono con gli Ought l’inclinazione per un fraseggiato di stampo Tom Verlaine, che negli Uranium Club reca reminiscenze surf (senti Operation dal disco precedente), e il tono declamatorio sul bilico della follia di un predicatore da marciapiede. Se ne distaccano perché meno innamorati delle proprie intuizioni: Ought prolissi quando imbroccano il giro forte, dispersivi quando non; Uranium Club pure labirintici, ma di sicuri baricentri.


E ancora distinti da gran parte del lotto (VietCong e Preoccupations penso riassumano) per la rinuncia ai soliti abusati riverberi. Suonano invece chiusi, compattissimi come se addossati gli uni agli altri in uno spazio angusto, ricordando i primi e meno cadenzati Minutemen di Punch Line e Buzz Or Howl (e pure il tocco pare un dono di George Hurley, che ringraziamo), ma con un’attitudine da Feelies che li avvicina, tra gli esiti recenti, ai lavori di Erik Nervous (dimmi quello che vuoi, per me geniale).

Minca mia a quegli stop and go

Riescono in uno spoken word che non scimmiotti Mark E. Smith, raro caso (senti Michael’s Soliloquy).

Gli Uranium Club potevano ancora, coi pur ottimi due precedenti, essere scambiati per una versione al contempo più intellettuale e imbecille degli Hives, in fondo attaccati alla tetta del genere con Ty Segall, Oh Sees e emuli. Ora dovrebbero sembrare più, a me sembrano più, lo stato delle cose e cosa resterà.

Gli Iceage fanno cagare.

[pmc]

Buon S. Steven Patrick

Viva Hate è un disco cardine per chi (la critica musicale generalista, i siti di gossip musicale), pure comprensibilmente, non abbia avuto la dedizione a seguire Morrissey nelle sue parabole dal novanta in giù.

Mentre leggo di questa famiglia in cui l’unico figlio sia stato cresciuto, plasmato per vincere un famoso quiz a premi, sorta di Little Miss Sunshine ma con un bombardamento di trivia mirati, ricordo di quando mi dissero che c’è una canzone di Morrissey per più o meno chiunque. Si intende chiunque non come ansioso, soldatooperaioinnamoratostudenteaffranto, ma come signora del bar di Piazza dei Martiri l’altra mattina: gruppetto di regaz al tavolino, lei gli si avvicina e fa se per favore può, col suo cellulare che non ha una connessione internet, registrare una canzone dalla cassa di uno dei loro, che acconsente. Chiedendo allora silenzio a noialtri presenti, istruisce il regaz sulla canzone da cercare su Youtube. Noi stiamo zitti per tre minuti, poi ringrazia e dice che era molto importante. 

Bona Drag (1990) è il disco che più cristallino abbia espresso il talento di Morrissey per la narrazione di particolari casi umani, aggregati perlopiù nel suo io lirico/autoagiografico ridondante e imploso in mille umori e pose; sono nient’altro che le schiere che affollano gli aneddoti, e il riconoscimento o disconoscimento da parte di chi ascolta ha conservato la capacità di situare di qua o di là dalla linea, le corna o la mano.
È anche il miglior disco di Morrissey con il successivo Your Arsenal (1992), quello della fase skinhead, e ben più di Viva Hate suona in continuità con gli Smiths agli sgoccioli di Strangeways, Here We Come (1987).

Lucky Lisp è la esse blesa, nel mondo anglofono associata all’omosessualità, omosessualità da Morrissey associata a talento e rilevanza storica. Pensa a Koen De Geyter in Ex Drummer che pende dal soffitto e pesta le donne perché disagiato dalla sua esse blesa.

Che sia di buon auspicio.

[pmc]

Tre domande tre – Arianna Poli

Ci siete mai stati a Ferrara? È come la città che ti immagini in un fumetto a là Dylan Dog: silenziosa, nebbiosa, ma disegnata bene nelle sue architetture medievali e Rinascimentali, ben rappresentata dal cuore urbano – un nobile castello che segna le proprie distanze dal resto del mondo col suo fossato d’acqua abitato da pescioni anonimi.

Ma attorno – soprattutto fuori – la città c’è il mondo della “la gigantesca scritta Coop”, una periferia abitata ancora dal fantasma di Federico Aldrovandi a due passi dal Po, quindi il mondo del fiume e della pp (pianura padana), quello di Gianni Celati, uno spazio-tempo sospeso.

Tutta sta roba per dirvi che ho scoperto una giovane cantautrice che viene da lì. 

Se fossi il proprietario di un etichetta non ci penserei due volte a contattare Arianna Poli, che ha superato da poco la maggiore età nell’anno domini 2019 e che è capace, nel suo album di esordio Ruggine (Sonika Records), a far sentire l’aura del talento.

C’è la dote canora, forse un po’ troppo impostata (ma è soggettivo, di norma vado più sugli urli sgraziati ma sono anche sicuro che col tempo la voce si sporcherà), ma soprattutto c’è un microcosmo delicato e immaginifico.
Niente di complicato – per dire un esempio, non aspettatevi un concept album sulla crisi dell’ontologia a partire dall’idealismo tedesco – ma tutto molto coerente. Arianna nasce e cresce a Ferrara dicevo e dico anche che il mood che sentite nel suo album e in quello che dice è proprio il mood che mi ricorda Ferrara. Forse è solamente abbaglio e se non lo è allora lei non se ne accorge ancora, ma ha modulato la sua città in un album. Prima di lei ci era riuscita solamente una persona ( 😉 xd ).

Dietro alla voce di Arianna dominano echi e riverberi, ci sono intromissioni distorte di una chitarra elettrica, che per pochi attimi rubano il posto a una chitarra acustica che sembra richiamare gli immaginari idilliaci dei Kings of Convenience. Ok, ascoltatevo dai.



Si chiama Ruggine, che è in inglese sarebbe Rust e mi ricorda “Rust Never Sleeps” che è il nome di un capolavoro di Neil Young ma è anche un modo di dire: la corrosione dei metalli avviene giù dal momento in cui il materiale interagisce con l’ambiente. Un lento ma inesorabile evento, quello che crea la ruggine. Nel discone di Neil quel titolo aveva un significato ambiguo (si parlava della notorietà dell’artista? della sua opera? di altro?), ma mi sono chiesto cosa significasse per l’album di un’artista così giovane. Una scusa per farle due domande:

Mi parli del dualismo che si sente nel tuo lavoro? Intendo che fin da Mi Libero di Te le musiche sono costruite come se dovessero coesistere due anime, una molto folk, acustica, un’altra elettronica e lugubre. Come se dovessero coesistere Paolo Nutini e gli Afterhouse di Padania.
interessante questo dualismo che mi fai notare. l’ho sempre preso così com’era, senza soffermarmi più di tanto a riflettere in realtà. diciamo che probabilmente le mie influenze musicali spaziano veramente fra generi diversissimi tra loro e questo potrebbe essere un fattore determinante. c’è anche da dire però che a questi pezzi ho lavorato molto con Samuele, il mio fonico, e anche lui ha contribuito in maniera consistente. per fare un esempio, in quel periodo io ascoltavo un sacco i giorgieness e lui i deftones.

E’ inevitabile chiederti di Ferrara. Ci ho vissuto ed ero innamorato di questa landa , scusami se te lo dico, un po’ deprimente. Un centro storico elegante e severo (con quel castello e il palazzo dei diamanti) e fuori centri commerciali e ristoranti cinesi. Non ricordo molto altro, pianura padana a parte. Hai avuto la maturità, nonostante i tuoi anni, di citarla in un modo indiretto. Forse da qualche parte c’è una citazione diretta alla riva del Po del Volano.

sono nata e vivo a ferrara da quasi vent’anni, quindi da sempre. mi è sempre piaciuta, anche se solamente negli ultimi mesi ha iniziato a scaturire in me un sentimento di ammirazione profonda, diverso dal solito. la nebbia può essere deprimente oppure può darti la possibilità di immaginarti qualcosa oltre che non riesci a vedere. mi piace, anche se mi fa venire il mal di testa. comunque il riferimento al Volano c’è: in “finché esisto”, quando il testo dice se passo il fiume poi mi manca l’aria parlo proprio di quello. mio padre abita in un quartiere vicino a dove passa il corso d’acqua e con alcuni amici si è rinominata la zona “oltrevolano”, proprio perché stiamo dall’altra parte. come se fosse un posto solo nostro, per pochi eletti. 

 

Hai mai ascoltato “Stato di necessità” di Carmen Consoli? Te lo chiedo perché quell’album mi ha un po’ ricordato Ruggine. Ah e poi, perché “Ruggine”? Sei troppo giovane per poter chiamare così il tuo primo album.
non ho mai ascoltato quel disco per intero, ma conosco parole di burro, che mi pare ne faccia parte. ruggine ha una storia strana. a maggio 2018 avevamo finito il disco, avevamo le copertine, ma mancava un titolo. lo decisi insieme ad un amico un po’ per caso. nel suo piccolo alla fine ruggine parla di cose passate che non esistono più, del ricordo. cercando ruggine sul vocabolario esce: “sostanza incoerente di colore bruno rossastro che si forma sulle superfici di oggetti e materiali di ferro esposti all’aria umida o a contatto con l’acqua, corrodendoli”. mi era sembrata una bella metafora per le cose di cui ho parlato in questo disco. tipo momenti trascorsi quasi lasciati nel dimenticatoio ad arrugginirsi.









Ah si.
E’ da un po’ che non ci vedevamo but maybe avrei fatto volentieri a meno. Mi spiego, vi è mai successo di avere una passione, tipo che ne so, uno sport, con il quale avete un rapporto conflittuale, forse un po’ borderline?
C’avete un periodo in cui andreste in palestra/nuoto/calcio anche dieci volte alla settimane e lunghi mesi di apatia, durante il quale vi chiedere “Perché l’ho fatto?”

Per quanto mi riguarda, la scrittura sulla|di musica questo è, uno sport che pratico male, c’ho la tuta Quechua del Decathlon che per molte settimane rimane in armadio intatta.
Succede poi che la voglia ti torna. Nel contesto della scrittura musicale la voglia torna con l’ascolto di qualcosa che ti colpisce e ti da quella sensazione Pippo Baudesiana, quella che stasera mi fa dire “Arianna Poli l’ho scoperta io”. Ricordatemi fra cent’anni come di un incapace svogliato scritture ma un ottimo talent scout.

Sophie – Oil Of Every Pearl’s Un-Insides

Media Statale Enrico Costa. Nelle risse che scaturivano incontrollabili a doppia cadenza oraria, *Antonio* godeva di inviolabilità totale per  suo carisma e credito da strada (cognome, amici fuori, penne, booster, coltellini, pakistano, taccheggi, padronanza del dialetto). Questo, nonostante fosse il ragazzino più nano, gracile, faccia da topo dell’istituto e forse nella storia dell’istituto: figuratevi la temibilità.
Chiaro, non ci interessa l’epica da scuola di quartiere popolare in città di provincia, né la demistificazione pseudoantropologica della guapperia in  stile R. Saviano è il nostro ambito.
Fatto sta che un giorno a lezione di musica Antonio dichiarò al maestro e a tutti noi presenti, fuori contesto e all’improvviso come quando si ha un’urgenza troppo forte, di sentirsi bravo quando cantava sotto la doccia. Neanche a distanza di un decennio e più riesco a capire se fu per provocazione, o se perché avesse davvero bisogno di un riscontro, che decise quindi di esibirsi nella sua versione della più amata canzone popolare cittadina.
Assistemmo alla probabile peggior Mirinzana mai osata (e anche in questo momento nel mondo, ma più probabilmente nella Town, qualcuno starà storpiando una Mirinzana); stonata da una voce ancora bianca che si sforzava in ogni modo di non sembrarlo, perciò imitando il testosteronico gutturale dei cori da stadio. Era come sentire Calimero cantare Ligabue in un idioma oscuro, senza toccare una nota giusta che fosse una. La eseguì, nel silenzio generale, dall’inizio alla fine; teneva il tempo battendo le mani e si guardava intorno di tanto in tanto come per invitarci ad accompagnarlo, ma nessuno raccolse.

Ripasso un attimo il mic a R. Saviano.
Perché in Italia operano ancora le mafie, e tutto sommato indisturbate: la forza e la spontaneità con cui tutti noi ancora in brufoli, senza dichiarato accordo, soffocammo le risate e riuscimmo a non parlare mai più di quel fatto.

Chiosò il maestro, uomo baffuto solitamente distaccato dalle cose del mondo, qualcosa come: «nei nostri bagni c’è spesso un effetto sonoro che si chiama riverbero, e questo effetto rende la nostra voce più piacevole. Considera anche che la nostra voce non suona mai agli altri come suona a noi stessi. Però bravo, se ti diverti a cantare sotto la doccia è una buona cosa, continua a farlo». Esiste un saggio che spiega come l’accondiscendenza sia a prova di idiota, di bambino, di chiunque: tutti la percepiscono, con dolore, con fastidio, a seconda di.
Antonio, si era levato dal banco, risedette. Avanti con la lezione, ristabilito il cicaleccio di classe, poi la rissa al cambio dell’ora, e a quello dopo, e a quello dopo. Le prime diffide ancora di là da venire. 

Anche se domani dovessi scoprire che Antonio ci ha comunque creduto, è ormai noto ai più con un nome tipo My Sharona o Donatella Maserati, ha trovato un’alternativa artsy al piccolo spaccio, moglie e figli, marchette di basso bordo, violenza domestica e a tutto quello che gli sarebbe sicuramente venuto di peggio dalla vita, penserei che questo disco di Sophie è una mondezza. Ho smesso di bermi le televendite in forma di storytelling da sempre. Se il venditore è anche il prodotto, non mi fa differenza.

Sarà toccante per qualcuno la struggle di una persona che non si riconosce nel proprio timbro e nella propria naturale estensione vocale. Per me sarebbe toccante quanto sapere che Mario Giordano è sotto sotto un grande fan di Tom Waits e ogni giorno sotto la doccia ha un piccolo break down perché a cantare 16 Shells From A 30.6 proprio non ce la fa, riverbero e tutto: non ho simpatia per il personaggio, non mi interessa niente, neanch’io ci riesco, mi farebbe molto ridere sentirlo fallire.
Se l’identità sessuale fosse coinvolta, sarebbe interessante uguale. Ascolto Ramona Andra Xavier nelle sue varie forme da quando Sophie arrancava a tagliare le tracce con Audacity, e per quanto mi riguarda avrebbe potuto essere un androide o un lamantino.
L’elogio della tecnica come possibilità di valicare i limiti imposti dalla genetica, ovvero il senso del pitch all’elio sulla voce di Sophie, vale meno di un falsetto e quanto qualsiasi voce interamente passata al vocoder del trapper di turno. Gli Air hanno cantato così tutto Talkie Walkie. Nel 2004.

Il passo indietro alla vera voce di Sophie, sorta di coming out, il singolo/ouverture It’s Ok To Cry, ha esiti grotteschi: vocoder comunque a manate in stile Cher da balera, continua chiamata all’emozione, mancato asmr, non si balla, si ha la netta sensazione di storytelling ai fini della commercializzazione prodotto e auto-proclamazione a icona. Ma che lo status di icona conferito per il merito di aver cambiato sesso sia un passo nel senso della reazione, è un fatto abbastanza consolidato: come ammantare di sensazionale qualcosa che si auspica sia presto normalizzato.
Merito musicale non pervenuto, se non per la spudoratezza nell’operare un sistematico latrocinio che quasi non lasci spazio a una voce personale, una procedura riconoscibile e ascrivibile esclusivamente al progetto Sophie. Si ballerà su una sfilza di furti da producer e progetti vari, più o meno underground (butta lì addirittura un pezzo ambient à la Grouper e lo chiama Pretending), per un disco che cerca nel complesso di suonare kitsch e gay in un’accozzaglia di materiali incoerenti incollati a sputazzo, riuscendo poi soltanto a suscitare una riflessione sulla fluidità gender dell’appropriazione culturale come operazione commerciale: gioco da veri uomini duri o finalmente sdoganata?

PORCA BUBBA! I DISCHI DELL’ESTATE DI MALE MALE – PARTE 2

Disclaimer: fa troppo caldo, la linea internet va di merda, userò massimo 30 battute per band

Riviera – Riviera

Sarebbe bello  avere di nuovo diciotto anni per poter metter su i Riviera su qualsiasi riviera italica e poter dire di essere cresciuti ascoltandoli. L’urlare del cantante e le parole che dice sono momenti di vita irripetibili che si schiantano su di una batteria instancabile, una chitarra che passa dal droning a progressioni di scale maggiori da manuale dell’emo, una roba alla You Blew It! ma con in mezzo le trombette in stile Beirut.

QUANDO: da ascoltare quando la vacanza sta finendo, i lidi cominciano a svuotarsi e la ragazza olandese con la quale avete scoperto l’amore se ne sta partendo per sempre, vi siete messi d’accordo sullo scrivervi ogni tanto via mail ,ma non succederà MAI

Fennesz – Endless Summer

Imparentato con gente come Basinski, Fennesz riesce a scrivere un album che sa della stessa cosa della quale è composta la copertina della copertina: interminabili orizzonti di mare limpido e messaggi nascosti tra le forme delle nuvole addormentate. la geometria illimitata della retta fatta di riflessi solari che taglia in due lo sguardo di chi mira la palla di fuoco è frastagliata dalla danza delle acque, come glitchata, come la musica dell’artista austriaco.

QUANDO: il rave è finito, un esercito di cadaveri sparpagliati tra i cespugli e la spiaggia; un manipolo di zombie che camminano scalzi sul bagnasciuga. sei l’unico sopravvissuto.

The Desert Sessions – Josh Homme e altra gente

Se c’è un modo per capire il senso del desert rock è ascoltando questa collezione di due volumi che uno si fa due idee; un esperimento dell’ex Kyuss e boss dei qotsa che in pratica decide, da Boccaccio della musica per fattoni, di riunirsi con degli amici e colleghi a Rancho de la Luna (sic!), casolare nel nulla circondato da serpenti velenosi, a comporre musica – sarebbe più corretto dire jammare – sotto droghe allucinogene. E’ il 1997, Kurt Cobain è morto e al rock era rimasto ben poco: quello che rimane se l’è preso Josh Homme

QUANDO: se state attraversato la Sardegna in automobile, o se cercate una musica da mettere su mentre vi drogate con gli amici dopo il bagno

Morrison Hotel –  The Doors

Boh sarebbe ridicolo scriverne ANCORA. Probabilmente la più grande band della storia della musica, probabilmente l’album che parte meglio nella storia della musica – la chitarraccia che introduce la violentissima armonica di Bob Young, membro storico degli Status Quo, di Roadhouse Blues -.

Diffidate da chi non ascolta o non si fa garbare i The Doors: non capisce un cazzo di musica

QUANDO:  come prima, ma anche nel post-sbronza se avete la casa vuota e la sera prima siete riusciti a scopare

Saigon Rock & Souls: Vietnamese Classic ’70

Gli americani non hanno portato solo il napalm e la cavalcata delle valchirie nei dintorni di Saigon, ma anche un sacco di vinili del rock che in quegli anni stava invadendo il mondo occidentale. Ne esce fuori che i musicisti vietnamiti ci perdono la testa e producono tra le cose più interessanti e gustose da ascoltare ancora oggi. dura poco, per ovvi motivi di iper-socialismo reale.

QUANDO: volete fare colpo sui vostri amici borghesotti durante l’aperitivo delle 19 e avete il mojito sotto mano

Vilma – Non vedo niente

L’album della mattinata, quello che ogni giorno mi serve per superare il velo di apatia e depressione della sacrosanta mattina estiva fatta di click sul mouse del computer e sguardi persi, sarebbe dovuto essere In on the kill taker dei Fugazi.

Ma è anche vero che questo blog (già mezzo morto) nasceva con l’arduo compito di parlare di chi in Italia suona e urla con tutta l’anima che c’ha in corpo ma che per sfiga astrale non ha il successo che si merita. Ho quindi fermato Picciotto e compagnia con l’n-esimo click sul mouse del player di youtube per aprire il bandcamp dei Vilma.

I Vilma sono dei ragazzi di Sassari, suonano qualcosa che sta tra l’emo e lo screamo, e non penso di avere molta voglia di presentarli, cosa che d’altronde ho già fatto QUI LEGGIMI.

Penso di averli visti suonare tre volte, l’ultima qualche giorno fa all’interno del festival – tenutosi nella selvaggia e ventosa cala di Porto Ferro- di Oh Dear Records , etichetta che li produce

Scrivo questa recensione per invogliarvi ad imparare a memoria qualche canzone della band. del perché ve lo dico fra poco

Non vedo Niente è uscito qualche mese fa ed è il quarto pilastro dello stile musicale dei quattro.  Dopo Vilma, Primo e Miyagi, questo album conferma l’aspetto strutturale della band: se la batteria di Tommaso e il basso di Simone danno sempre l’impressione di costruire muri di geometrie rassicuranti, ritmicamente incalzanti, pareti che si toccano e formano un vero e proprio cubo musicale, area nella quale l’aria è assorbita dalla chitarra di Ovidio, elemento di spicco della band. Le sue trame sonore sono il punto di congiunzione di vent’anni di sonorità alternative. Echi e dissonanze, rumori da spazio profondo che ricordano un attimo i MBV e un secondo dopo i 65daysofstatic. La sezione ritmica è rocciosa, quella chitarristica un fiume in piena di anarchia compositiva. Ovidio trova la strada del riff perfetto senza leggere le mappe rassicuranti e sicure della teoria musicale, preferendo alla staticità delle regole compositive i propri istinti quotidiani.

Detto questo, lo stato emotivo è stretto nei pugni del cantante e compositore, Olmo, che con la voce e i testi porta il gruppo nella terra del qualcosa-core all’italiana.  I testi dei Vilma parlano di cose private, di storie d’amore poco appassionanti, di amici che spariscono, dei dolori e dei guai che succedono e che – sarà colpa dei luoghi – non si staccano, e rimangono appiccicati come maledizioni. Non c’è politica o società nei testi dei Vilma, gli abitanti delle sue storie sembrano fantasmi di una provincia abitata da eterni adolescenti.

“Oggi non sono io/sono quello che questo corpo vuole/domani mi impegnerò/per dimenticare /che non è facile la cosa giusta/prima che il corpo sappia di quello che ho fatto/prendi un respiro schiantati contro di me/domani taglierò via/questo pezzo di me/domani all’alba/taglierò via/tutte le cose che mi uniscono a te/ma non è facile la cosa giusta/prima che il corpo sappia di quello che ho fatto/prendi un respiro vai molto lontano da me/non è davvero la stessa persona/finché non è la stessa persona/ma non è nemmeno la stessa promessa/finché non è la stessa promessa.”

 

Motivo per il quale il pantheon dei personaggi  nei testi di Curreli che  hanno un volto/nome vengono da quel periodo storico di quando era(va)(m/)no ragazzini.  Tipo, se c’è il Miyagi di Karate Kid come mentore esistenziale nell’omonimo EP, in Non Vedo Niente è il turno di Julian Ross, il trequartista enfant prodige di Holly & Benji, storia della promessa bloccata, di un predestinato mancato. Per quanto riguarda i riferimenti letterari, se in precedenza era toccato a Levi (in Primo), ora tocca a Borges, nell’omonima canzone, dalla quale poi arriva pure il titolo dell’album

Io potevo stare una vita dovunque/e la mia testa era una biblioteca/ma non ci sono più parole sui libri/ed ogni strada è qualunque strada/ed ogni cosa è qualunque cosa/e anche la musica è rumore bianco/e la mia voce non tornerà più/non vedo più niente non vedo più niente non vedo più niente non vedo più niente

Diciamo ai quattro di farsi coraggio e cominciare a suonare in giro per la penisola e di lasciare le “sacre sponde” sarde e di abbandonare temporaneamente la batcaverna del bar di Mauro, perché ci sono ragazzini che hanno bisogno di loro, da qualche parte tra Milano e Crotone. Ai Vilma auguro di togliersi la casacca di Julian Ross e di indossare quella di Benjamin Price.

 

dicevo prima di imparare a memoria qualche canzone della band. il fatto è che vederli suonare, potendo cantare con loro qualche canzone, è una delle cose più belle che si possa chiedere oggi al mondo della musica italiana.